In Grand Theft Auto hanno curiosamente interpretato l’Amleto
Francesco Toniolo
|11 mesi fa

Il documentario è disponibile su MUBI ed offre agli spettatori una prospettiva unica su come sia possibile riproporre i classici
Dal 21 febbraio 2025, il documentario Grand Theft Hamlet è disponibile su MUBI, offrendo agli spettatori una prospettiva unica su come sia possibile riproporre i classici in dei contesti inaspettati. In questo caso, vengono messi insieme l’Amleto di Shakespeare e Grand Theft Auto V, uno dei più videogiochi più famosi del mondo.
Grand Theft Hamlet è un documentario diretto da Sam Crane e da Pinny Grylls e segue le vicende di un gruppo di attori che, durante il lockdown nel Regno Unito del 2021, decidono di mettere in scena l’Amleto dentro a Grand Theft Auto, sfruttando la modalità online del gioco, che consente a diversi giocatori di incontrarsi. Si può dire che tutto nasca dalla necessità: visto che i teatri erano chiusi, gli attori non potevano andare in scena, per cui hanno cercato un modo alternativo per recitare, non più con i loro corpi fisici, ma attraverso i loro avatar, i loro alter ego digitali.

Il risultato è sicuramente curioso ed è un’occasione utile per riflettere su diversi argomenti. Per prima cosa, ci si può chiedere se questo sia ancora considerabile “teatro” oppure no. I videogiochi condividono con il teatro l’unicità della singola esperienza: mentre un film rimane sempre uguale a sé stesso, ogni riproposizione di un’opera teatrale è differente, così come lo è ogni partita a un videogioco. C’è tuttavia anche una differenza fondamentale, che è legata alla presenza concomitante di attori e spettatori nel teatro. Cosa che è invece assente nel videogioco. O meglio, non costituisce la base dell’esperienza, visto che è possibile (ma non è necessario) osservare altre persone che giocano.

Un secondo spunto di riflessione riguarda la narrazione stessa che si è venuta a creare intorno a Grand Theft Hamlet, che è stato talvolta presentato come qualcosa di unico e rivoluzionario. In realtà, esistono da anni esperienze similari, per quanto non siano sempre state raccontate attraverso dei documentari. Grand Theft Hamlet è un “machinima”: questa parola-macedonia composta da “machine” e “cinema” è utilizzata per indicare i lungometraggi e i cortometraggi realizzati con materiale videoludico. Generalmente si fa risalire la nascita dei primi machinima al 1996, con le opere dell’artista greco Miltos Manetas da un lato e dall’altro con il corto Diary of a Camper, prodotto utilizzando il videogioco Quake. Per cui i machinima hanno quasi trent’anni di storia alle spalle. Nonostante questo, hanno sempre faticato a diffondersi tra il grande pubblico, perlomeno nelle loro forme più artistiche. Funzionano invece molto bene come contenuti scherzosi, virali e memetici. La serie Skibidi Toilet che ha spopolato tra i giovanissimi sui social è considerabile un machinima, tanto per fare un esempio. E lo stesso Grand Theft Auto Online è già stato utilizzato per un gran numero di machinima.
Questo ci porta alla domanda di fondo: a chi piacerà la visione di Grand Theft Hamlet? Forse è solo una mia sensazione, ma temo che resterà uno di quei prodotti più citati che apprezzati. Perché è un prodotto sicuramente curioso, utile da proporre come caso di studio, ma che potrebbe restare in un limbo. Per gli amanti di Shakespeare e del teatro potrebbe essere, al più, una bizzarria, mentre per i videogiocatori (perlomeno quelli più attenti e navigati) potrebbe sembrare già visto, dato che sono abituati a interpretare un ruolo in Grand Theft Auto Online, magari andando anche a filmare queste loro performance.
di Francesco Toniolo
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