Stanlio & Ollio, oltre le comiche

La reale umanità dietro il mito. Stan era il cervello, maniaco del controllo. Oliver attore esperto, ma più dedito al golf

Michele Borghi
|3 ore fa
Stanlio & Ollio, oltre le comiche
8 MIN DI LETTURA
Chi erano davvero Stanlio e Ollio una volta spenti i riflettori della Hal Roach? A svelare i segreti della coppia comica sono le pagine del libro “Il cinema di Stan Laurel & Oliver Hardy” (Edizioni Sabinae) di Andrea Ciaffaroni. Un saggio che scava oltre l’immagine in bianco e nero, demolendo falsi miti e portando alla luce la complessa realtà umana di due artisti speculari e inversi rispetto ai loro personaggi.
Leggendo il libro si scopre che i due comici erano, nella vita reale, l’esatto opposto dei loro personaggi: Stan era il “cervello” maniaco del controllo e Ollie un pigro bonaccione che pensava solo al golf. Se potessi viaggiare nel tempo e farti un giro sul set con loro alla Roach, chi dei due ti farebbe più paura e con chi, invece, andresti a bere una birra a fine giornata?
«Devo fare una premessa importante: nonostante Hardy non fosse interessato direttamente al piano creativo e, finita la giornata di lavoro, se la spassasse a giocare a golf o ad andare alle corse dei cavalli, non è che pensasse solo al divertimento. Come attore teneva molto a realizzare bene una gag, nel modo migliore possibile, ed era sempre pronto a dare il suo contributo qualora glielo avessero chiesto. Questo succedeva anche perché Oliver aveva una lunga esperienza cinematografica alle spalle e si era occupato anche di regia. Sapeva quindi come rendere al massimo una sequenza comica. Stan e Oliver si stimavano molto e accettarono che Stan fosse l’autore, ma anche una sorta di ombra del regista fino alla sala di montaggio. Oliver, invece, come disse George Stevens, che fu il loro direttore della fotografia e in seguito un regista premio Oscar, era il golfista. Il fatto che a entrambi andasse bene questa divisione dei ruoli fece sì che non litigassero mai. Ecco, se tornassi indietro agli anni ’30, sarei un osservatore attento di come i due si muovevano sul set: le prove con le loro spalle, le discussioni con il regista, il modo in cui costruivano una scena comica e il loro rapporto d’amicizia. Sicuramente condividerei con Stan la visione dei giornalieri; con Hardy, invece, andrei a bere una birra parlando di cavalli».
Nel libro racconti l’incredibile aneddoto del film “Get ‘Em Young”, nato... da un cosciotto d’agnello bollente che mandò Oliver Hardy all’ospedale! Qual è il retroscena più assurdo, comico o “maledetto” che hai scoperto spulciando i diari di produzione e che ti ha fatto dire: “Se lo scrivessi in un romanzo, non ci crederebbe nessuno”?
«Paradossalmente, non sceglierei il cosciotto d’agnello. Ho ribadito nel libro che la loro unione è stata una delle coincidenze più incredibili della storia del cinema. Al di là dell’infortunio di Oliver, che costrinse Stan, allora regista, a sostituirlo, tornare a fare l’attore e successivamente lavorare con lui davanti alla cinepresa, io credo che sia davvero incredibile il loro primo incontro. Accadde nel 1921 sul set di una comica pilota per una serie con Laurel protagonista, intitolata “Cane fortunato”. In una scena Stan veniva rapinato da un brutto ceffo interpretato da Oliver. Il loro incontro-scontro fa ridere perché Stan fa il tonto e gli fa perdere subito la pazienza, fino a quando, per un attimo, Oliver guarda l’obiettivo: una primitiva anticipazione del rapporto di amore-odio che ci sarebbe stato fra Stanlio e Ollio. Poi si ritrovarono cinque anni dopo negli Studi di Hal Roach, fecero coppia e diventarono migliori amici fino alla fine. Chi l’avrebbe mai detto? Del resto, anche Osvaldo Soriano scrisse dei racconti su questo incredibile e assolutamente casuale incontro. All’epoca il cinema era un’avventura continua. Charlie Chaplin, per esempio, era il capocomico della compagnia di Fred Karno, nella quale recitava anche Stan: per due volte partirono dall’Inghilterra verso gli Stati Uniti, giovanissimi e pieni di speranze. Anche il loro rapporto sarebbe degno di un romanzo».
Nel capitolo “Stanlio e Ollio vanno sulla Luna” tocchi un tasto dolente per i fan: il passaggio ai grandi studi come la Fox e la MGM negli anni ‘40, che ha letteralmente tolto ai due la libertà creativa. Se Stanlio e Ollio avessero lavorato oggi, nell’era di TikTok, di Hollywood controllata dagli algoritmi e dei meme, pensi che avrebbero svoltato diventando virali o avrebbero fatto la stessa fine, schiacciati dai produttori?
«Credo proprio di no. La comicità di Stanlio e Ollio funzionava perché aveva ritmi dilatati e si basava sul contrasto fisico e psicologico di due “bambinoni”, che richiedevano tempi di reazione studiati da Laurel e Hardy anche in fase di montaggio, per dare al pubblico il tempo di ridere e passare alla gag successiva. Se guardi un loro film da solo, alcuni momenti sembrano non finire mai; con il pubblico, invece, tutto funziona perfettamente e ridi dall’inizio alla fine. Ma già negli anni ’40 Hollywood aveva abbandonato le gag slapstick, mentre i tempi di produzione si fecero sempre più sbrigativi ed economici, fino a spingere Laurel e Hardy al ritiro dal cinema. Oggi Hollywood ha altre pressioni, soprattutto quelle delle piattaforme, che realizzano storie pensate per rispondere a precisi “target”, rendendo spesso queste produzioni tutte uguali. La commedia, se ci fai caso, è quasi sparita. Quindi, se già allora avevano rifiutato i nuovi metodi di lavorazione, credo che avrebbero fatto lo stesso anche oggi, davanti alle continue richieste di soggetti e gag. Ricordo che Mel Brooks, parlando dei suoi inizi come scrittore per la televisione negli anni ’50, disse che nessuno dei vecchi comici avrebbe retto quella mole di lavoro e che “Laurel e Hardy sarebbero finiti in salsicce”. Anche i social media, comunque, avrebbero avuto una loro possibilità: ancora oggi vedo le clip dei loro film apprezzate proprio su TikTok. Ma stiamo parlando di un cinema classico, realizzato in modo quasi artigianale e che richiedeva il tempo necessario per essere costruito. Stan e Ollie sono stati fortunati perché non avevano inizialmente le pressioni dei grandi Studios; ma più diventavano famosi, meno libertà finivano per avere. All’epoca i grandi comici erano tutti autori di se stessi. Oggi comanda l’algoritmo. Stan sarebbe stato inorridito».
C’è una parte del libro che sfata molti miti ed è quella legata all’italiano “sgangherato” e agli accenti storici dei doppiatori. Ci spieghi perché, paradossalmente, dobbiamo proprio a due film in lingua straniera girati dai veri Stan e Babe (“Ladroni” e “Muraglie”) la nascita di quel modo di parlare che in Italia è diventato leggenda, mentre nel resto del mondo sono sempre stati doppiati “normalmente”?
«Quando il cinema americano iniziò la produzione parlata, nel 1929, si pose subito il problema della distribuzione oltreoceano. Poiché il doppiaggio era ancora agli inizi, molti Studios, come la Roach, dove Laurel e Hardy lavoravano, decisero di girare i film nelle lingue straniere: spagnolo, tedesco, francese e italiano. Si aiutavano con dei traduttori e cambiavano il cast secondario, scegliendo attori madrelingua. Ovviamente, per Stan e Oliver l’effetto era doppiamente comico, perché storpiavano tutto, sbagliavano gli accenti e avevano una conoscenza molto limitata di quello che stavano dicendo. I primi film girati in lingua straniera, soprattutto quelli in spagnolo, furono accolti molto bene dal pubblico. Oggi alcuni si sono conservati ed è possibile ascoltare il loro buffo spagnolo o francese. Se si osserva bene, si nota anche come leggessero i suggerimenti dai gobbi nascosti dietro la cinepresa. Quando arrivarono i due film che la coppia realizzò in italiano, soprattutto “Muraglie”, che servì come lancio ufficiale della coppia da parte della MGM, la loro buffa parlata piacque così tanto che, circa due anni dopo, quando si cominciò a doppiare i loro film, fu deciso di farli parlare in quel modo. Quindi, il bizzarro doppiaggio di Stanlio e Ollio è stato inventato, in qualche modo, da loro stessi. Oggi di “Ladroni”, il corto del 1930, si è conservato solo un frammento di neanche due minuti. Non fu girato in italiano, ma doppiato in un secondo momento, sulla copia spagnola, proprio da Laurel e Hardy. La Cineteca del Friuli mi ha mandato il pezzo per parlarne nel libro e posso confermare che le voci sono proprio le loro. E, devo dire, non se la cavavano così male con l’italiano! Ti sfato un mito: nei doppiaggi stranieri, spesso Stan e Oliver sono stati doppiati tenendo conto dei loro timbri di voce leggermente differenti e con un accento esotico, ma non così marcato come in italiano».
Parliamo dell’ultimo, tormentatissimo film “Atoll K”: una produzione caotica. Tra le star considerate c’erano persino Totò e Fernandel. Come sarebbe stato quel film se, al posto del disastro che conosciamo, quel super-team europeo con Totò e Stanlio e Ollio fosse andato in porto?
«Molte persone se lo sono chiesto, e provo a rispondere così: i quattro erano fondamentalmente comici che usavano la pantomima, cioè il proprio corpo, e la gag visiva per far ridere. Credo quindi che, in qualche modo, avrebbero potuto funzionare insieme, a prescindere dall’orrenda sceneggiatura e dalle cattive condizioni in cui versavano Laurel e Hardy. All’epoca, nonostante i produttori insistessero perché Totò parlasse continuamente, l’attore aveva il desiderio di girare un film muto. E, da quanto ho letto in un’intervista alla figlia Liliana, il Principe adorava Stanlio e Ollio e aveva un occhio particolare per il Magro. C’erano quindi delle affinità che avrebbero potuto funzionare. Totò e Fernandel fecero poi un film insieme nel 1958, che non funzionò benissimo. Ma chissà: se la storia di “Atoll K” fosse stata realizzata fin dall’inizio per quattro comici, forse si sarebbe potuto trovare un maggiore equilibrio nelle scene comiche».
Se un ragazzo di vent’anni che non ha mai visto un loro film ti chiedesse: “Perché dovrei perdere tempo a guardare due tizi in bianco e nero e bombetta degli anni ‘30?”, quali sono i 3 motivi “pop” che gli daresti per convincerlo che Stanlio e Ollio sono più moderni e punk di molti comici di oggi?
«La risposta è nella loro popolarità, che dura da cento anni. La loro comicità, mai volgare, si basava sul contrasto di due amici che, nonostante le continue avversità, stavano sempre insieme e cercavano un posto nella società facendo del loro meglio. Ma erano pasticcioni, inadeguati e sfortunati: tre ingredienti che li rendevano irresistibili negli anni ’30 e, in un certo senso, ancora attuali, perché i loro contrattempi, sul posto di lavoro, in casa o in famiglia, sono semplicemente senza tempo. Nessun comico della loro epoca era così empatico nei confronti del pubblico, soprattutto perché Ollio spesso lo coinvolgeva guardando direttamente nell’obiettivo. E quello fa ridere ancora oggi, anche un ragazzo di vent’anni».
Nel libro non ti limiti a raccontare Stanlio e Ollio, ma vai a cercare quello che c’è dietro i film, lavorando su copioni, documenti e materiali d’archivio. Quanto è stato importante questo lavoro di ricerca per capire davvero come nasceva la loro comicità e, soprattutto, quanto può essere diversa la storia raccontata da un film rispetto a quella che era stata scritta sulla carta?
«Hal Roach era solito dire che il 50% di quello che veniva scritto non funzionava una volta arrivati sul set. E quindi bisognava avere la libertà e la capacità di rimetterci mano. Nel caso di Laurel e Hardy questo processo era ancora più importante, perché Stan seguiva la produzione dall’inizio alla fine: inventava le gag, lavorava con gli sceneggiatori alla riscrittura dei copioni e poi controllava quello che accadeva sul set e, infine, in sala di montaggio. Per questo, quando ho lavorato negli archivi, mi sono trovato spesso davanti a una sorta di “doppio film”: quello scritto sulla carta e quello che poi è arrivato sullo schermo. Cambiavano le premesse della storia, venivano eliminate gag, ne venivano inventate altre e a volte cambiava persino il finale. E non sempre la scelta giusta era così evidente. Un esempio che mi ha colpito molto è Il loro momento magico, un cortometraggio muto del 1928. Laurel e Hardy interpretano due mariti sorpresi dalle mogli con delle ragazze in un locale e, per riuscire a fuggire, si travestono da donne, con costumi anche più corti del normale, trasformandosi quasi in due nani. Sulla carta e sul set evidentemente sembrava una gag efficace. Ma durante le anteprime il pubblico non reagì come speravano. Così tornarono sul set e cambiarono il finale, sostituendo quella fuga con una più sbrigativa battaglia di torte in faccia nella cucina del locale. Questa è una delle cose che mi interessava raccontare nel libro: la comicità di Laurel e Hardy non nasceva soltanto dalla loro fantasia, ma anche dalla capacità di capire quando una gag non funzionava e avere il coraggio di cambiarla. E gli archivi permettono di vedere proprio questo processo, che normalmente scompare quando noi guardiamo soltanto il film finito».