Salute mentale a Piacenza, Bettinardi confermata alla guida di Recovery: più autonomia, lavoro e inclusione

La psicologa e psicoterapeuta, con oltre quarant'anni di esperienza, proseguirà alla direzione della struttura dell'Ausl. Tra le priorità, percorsi abitativi, inserimento lavorativo, sostegno alle persone fragili e contrasto allo stigma

Redazione Online
|2 ore fa
Ornella Bettinardi e Paola Bardasi, direttrice generale dell'Ausl di Piacenza
Ornella Bettinardi e Paola Bardasi, direttrice generale dell'Ausl di Piacenza
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La salute mentale non significa soltanto curare una malattia, ma anche aiutare le persone a ritrovare autonomia, fiducia nelle proprie capacità e un ruolo attivo nella società. È questa la filosofia alla base del lavoro di Recovery, collegamento e inclusione sociale, la struttura dell'Ausl di Piacenza alla cui guida è stata confermata Ornella Bettinardi.
Psicologa e psicoterapeuta, Bettinardi vanta oltre quarant'anni di esperienza tra psicologia clinica, riabilitazione, formazione e salute mentale. Nel corso della sua carriera ha operato nell'emergenza-urgenza, nella Residenza psichiatrica intensiva e nell'ambito dei Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl piacentina.
Un'esperienza che ha progressivamente spostato l'attenzione dalla gestione delle patologie psichiatriche più gravi alla costruzione di percorsi capaci di accompagnare le persone oltre la fase acuta della malattia, verso una maggiore indipendenza e una migliore qualità della vita.

«La persona non è il suo disturbo»

«La persona non è il suo disturbo – sottolinea Bettinardi –. Il nostro punto di partenza è guardare all'individuo nella sua completezza, valorizzando risorse, interessi, capacità e obiettivi sui quali costruire un progetto individuale».
Alla base di questo approccio c'è il modello bio-psico-sociale, che considera non soltanto gli aspetti clinici della malattia, ma anche quelli psicologici, relazionali e ambientali.
«Questo modello permette di superare una logica esclusivamente farmacologica e di promuovere interventi che non si limitano a ridurre i sintomi, ma rafforzano fiducia, autonomia e senso di autoefficacia», spiega la direttrice.
La cura diventa così un percorso articolato, nel quale possono trovare spazio trattamenti farmacologici, sostegno psicologico, assistenza, interventi psicoeducativi e attività riabilitative.
Fondamentale è il lavoro delle équipe multiprofessionali, che riuniscono psichiatri, psicologi, infermieri, operatori sociosanitari, educatori, tecnici della riabilitazione, analisti e tecnici ABA. Un ruolo importante è affidato anche alle famiglie e alle reti di relazione delle persone assistite.

Dalle strutture residenziali a una vita più autonoma

Una delle priorità del nuovo mandato riguarda i percorsi di residenzialità sanitaria e sociosanitaria.
L'obiettivo è assicurare a ciascuna persona un'assistenza adeguata alle proprie necessità, evitando, quando possibile, permanenze in strutture con un'intensità assistenziale superiore a quella effettivamente richiesta.
Saranno quindi monitorati gli inserimenti, i tempi di permanenza e le possibilità di passaggio verso soluzioni abitative che consentano una maggiore autonomia, compreso il co-housing, ovvero forme di abitare condiviso accompagnate da un sostegno appropriato.
Non si tratta soltanto di individuare una sistemazione abitativa, ma di costruire le condizioni perché le persone possano recuperare capacità decisionali, relazioni e partecipazione alla vita quotidiana.

Inserimento lavorativo e Budget di Salute

Accanto alla residenzialità, il programma punta a sviluppare progetti individualizzati di inclusione sociale e inserimento lavorativo.
Tra gli strumenti previsti figura il Budget di Salute, utilizzabile quando indicato per sostenere percorsi personalizzati che integrino risorse sanitarie, sociali e territoriali.
L'obiettivo è favorire la permanenza al domicilio, l'abitare supportato e il reinserimento nella comunità, anche attraverso opportunità occupazionali.
«Recovery non si costruisce soltanto all'interno di un servizio, ma anche nelle relazioni e nei contesti quotidiani della persona», osserva Bettinardi.
La possibilità di lavorare, gestire una casa, coltivare interessi e mantenere rapporti sociali diventa quindi parte integrante del percorso riabilitativo.

Più collaborazione tra i servizi dell'Ausl

Un altro obiettivo è rafforzare il coordinamento tra le diverse Unità operative del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze patologiche.
La finalità è garantire una maggiore continuità assistenziale, soprattutto nei passaggi da un servizio all'altro e nelle situazioni che richiedono l'intervento contemporaneo di più professionisti.
In questa prospettiva rientrano l'aggiornamento e la valutazione dei Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (PDTA), sulla base delle linee guida e delle raccomandazioni scientifiche più recenti.
Particolare attenzione sarà rivolta alle persone adulte con disturbo dello spettro autistico, agli adulti fragili e ai percorsi di transizione dall'età adolescenziale a quella adulta.
Il lavoro coinvolgerà, oltre alle équipe sanitarie, i Distretti, i servizi sociali, i medici di medicina generale, le associazioni, il Terzo settore, i familiari e, quando necessario, l'autorità giudiziaria.

Autismo e fragilità: attenzione al passaggio all'età adulta

Tra le sfide individuate dalla direttrice c'è la necessità di accompagnare le persone con disturbo dello spettro autistico nel delicato passaggio dai servizi per l'età evolutiva a quelli destinati agli adulti.
Una fase nella quale cambiano i bisogni assistenziali, educativi e sociali e diventa particolarmente importante garantire la continuità dei progetti individuali.
Bettinardi sottolinea anche la necessità di misurare concretamente i risultati degli interventi.
«In tutti i percorsi di cura occorre documentare e valutare gli esiti delle nostre azioni – afferma –. Verificare i risultati non è soltanto un adempimento burocratico, ma un dovere etico e metodologico del lavoro sanitario».

La salute mentale non riguarda soltanto gli ospedali

Il progetto di Recovery guarda anche al territorio piacentino, nella convinzione che l'inclusione sociale non possa essere costruita esclusivamente all'interno delle strutture sanitarie.
Per questo viene attribuita particolare importanza alla collaborazione con i Comuni dei Distretti, i servizi sociali, le associazioni e gli altri soggetti della comunità.
Inserimento lavorativo, abitare supportato e coprogettazione rappresentano strumenti per offrire alle persone opportunità concrete di partecipazione e autonomia.
L'obiettivo è evitare che il percorso di cura si interrompa una volta superata la fase più critica della malattia, accompagnando invece la persona nel recupero di una quotidianità soddisfacente.

«Bisogna combattere lo stigma»

Accanto agli interventi sanitari e sociali, Bettinardi richiama una sfida che riguarda l'intera comunità: superare pregiudizi e discriminazioni nei confronti delle persone che hanno vissuto un problema di salute mentale.
«C'è poi una sfida culturale che riguarda l'intera comunità: contrastare lo stigma. Parlare di salute mentale significa promuovere una cultura dell'inclusione e ridurre la paura e la distanza nei confronti delle persone che hanno affrontato un problema psichiatrico, qualcosa che può capitare a ognuno di noi».
Un messaggio che si rivolge non soltanto agli operatori sanitari e alle famiglie, ma anche al mondo del lavoro, alle istituzioni e ai cittadini.

Formazione e ricerca per migliorare i percorsi di cura

Il programma della struttura comprende infine la formazione continua degli operatori, con approfondimenti dedicati a recovery, residenzialità, inclusione sociale, autismo e fragilità adulta.
Proseguirà inoltre la collaborazione con l'Università e con il mondo della ricerca, anche attraverso studi clinici finalizzati a migliorare la qualità degli interventi e a valutarne i risultati.
La prospettiva indicata da Bettinardi è quella di andare oltre il trattamento della malattia, creando le condizioni perché ogni persona possa tornare a scegliere, progettare il proprio futuro e partecipare alla vita della comunità.
È in questo passaggio che il concetto di recovery assume il suo significato più concreto: non soltanto stare meglio, ma tornare a vivere con maggiore autonomia, dignità e fiducia nelle proprie possibilità.