Demna, sotto la guida di Gucci: la passerella con la collezione "Primavera" disattende le aspettative

L’obiettivo primario era riportare stabilità economica al brand, però in passerella c’erano dejà-vu, bomber poco originali e design elementare

Giulia Marzoli
|18 ore fa
Sfila la collezione "Primavera" di Demna
Sfila la collezione "Primavera" di Demna
1 MIN DI LETTURA
L’attesa per la prima passerella di Demna sotto la guida di Gucci si è risolta, per molti osservatori, in una sorta di saturazione estetica. È vero che l’obiettivo primario fosse riportare stabilità economica al brand, ma è altrettanto vero che la nuova direzione creativa lasciasse ben sperare. Purtroppo le aspettative di molti sono state deluse: la collezione “Primavera” è apparsa come un rimpasto di codici già visti, una copia carbone di look che Demna propone ossessivamente da ormai sei anni.
Più che un’evoluzione, abbiamo assistito a un esercizio di stile basico, deludente e a tratti pigro. Il problema non è solo l’assenza di novità, ma la sensazione di dejà-vu costante. Abbiamo rivisto i legging “Euphoria style” con cut-out sui fianchi e una serie di abiti che ricalcano fedelmente i tagli delle scorse stagioni, quasi fossero lo stesso capo riproposto con un font diverso.
Kate Moss non è bastata
Kate Moss non è bastata

Anche i bomber oversize sono sembrati usciti direttamente dagli archivi Balenciaga di qualche anno fa. I tentativi di omaggiare l’era di Tom Ford sono apparsi superficiali: laddove l’originale infondeva una sensazione di autenticità e rivoluzione, la versione attuale sembra una copia da fast-fashion destinata a chi vuole il logo senza curarsi della sostanza.
Molti critici notano come brand quali Ferragamo stiano interpretando l’eredità di Ford con molta più precisione e freschezza. Se stilisticamente la sfilata pare “scarsa” e priva di originalità, dal punto di vista commerciale la musica cambia. Quando una casa di moda attraversa una crisi, la strategia vincente non è inventare la ruota, ma puntare su ciò che vende. Gucci segue la strada di Burberry, ossia tornare ai classici e ai “basics” perché sono quelli che pagano le bollette.
Un particolare
Un particolare
Il focus è chiaramente il “party wardrobe”, un guardaroba concepito per la vita notturna e il clubbing. Il design, pur essendo elementare e talvolta vicino a estetiche più commerciali e “pop”, punta tutto sul prestigio del nome: non importa se è elementare o se ricorda lo stile di Skims, per il consumatore moderno l’importante è poter dire “è Gucci”.
Gli accessori rimangono l’unico vero punto di forza: lì risiede il potenziale di vendita massivo che permetterà ai conti di Kering di respirare. Per mascherare la povertà creativa, la sfilata è stata farcita di volti noti: da Kate Moss ad Alex Consani, con altre celebrità che strizzano l’occhio alla Gen Z.
Ma oltre lo shock visivo del perizoma di diamanti e il casting stellare, resta una collezione che non fa sognare. Gucci ha smesso di essere un laboratorio di idee per diventare una macchina da guerra commerciale che punta tutto sulla riconoscibilità facile e sull’accessorio feticcio. La proposta per l’Autunno/Inverno 2026 segna il trionfo del pragmatismo sul genio. Potrebbe essere un successo nelle boutique, ma per chi vede nella moda un terreno fertile per collezioni originali, questo capitolo rappresenta un’occasione mancata.