Vita, morte e miracoli... disegnati del nostro Santo Nazionale
Le agiografie d'altri tempi narravano ai credenti le vite dei santi, oggi le vignette lo fanno anche adottando uno sguardo critico
Alessandro Sisti
|17 ore fa

L'incontro del giovane Francesco con un lebbroso, momento saliente dell'opera di Battaglia
Come ben sanno gli avveduti strateghi che da metà dicembre studiano il calendario dell’anno a venire, alla ricerca d’opportunità per ponti e weekend prolungati, dal 2026 possiamo contare su una nuova festa nazionale. Sarà il 4 ottobre e magari non è proprio di pacca, dato che - qualcuno se ne ricorderà - l’abbiamo celebrata fino a quando nel 1977 venne archiviata, ma seppure di seconda mano è ben tenuta (la usavamo soltanto una volta all’anno) e oltretutto è dedicata a san Francesco, del quale cade l’ottocentesimo della morte. Otto secoli non sono mica un’inezia, senza dire del fatto che il mistico umbro è il patrono d’Italia e dunque era opportuno rispolverarne la ricorrenza insieme alle spoglie mortali, che fino al 22 marzo saranno esposte nella basilica d’Assisi a lui intitolata per la venerazione dei fedeli. Che si faccia parte di costoro oppure no, la figura del santo è comunque ideologicamente imponente nonché di straordinaria attualità: il che si dice di chiunque per buona educazione, però nel suo caso è anche vero. Ambientalista, animalista, nonviolento (che alla faccia del cristianesimo nel secolo XII non era merce comune), propugnatore d’uno stile di vita spirituale ed essenziale oltreché valoroso nel sostenere le proprie idee di fronte alla Chiesa dei suoi tempi, che aveva il rogo facile, Francesco era insomma un protagonista autentico e la cosa non è sfuggita ai media narrativi. Le pellicole sulla sua vita iniziano dal cinema muto con “Il poverello di Assisi” del 1911, del regista e pittore romano Enrico Guazzoni, e in epoche meno pionieristiche portano firme come quelle di Roberto Rossellini o di Franco Zeffirelli per il grande schermo, oppure di Liliana Cavani che ne ha ricavato un film e due sceneggiati televisivi, ai quali possiamo aggiungere qualche musical dal vivo, l’ultimo dei quali è stato - che io sappia - “Franciscus” di Simone Cristicchi, con il sottotitolo “Il folle che parlava agli uccelli”, oltreché il monologo teatrale “Lu Santo Jullare Francesco” del premio Nobel Dario Fo.
Più i fumetti, in gran parte prodotti con buon mestiere a semplici scopi educativi, ma con le rilevanti eccezioni delle opere dei maestri Francesco Tullio Altan e Dino Battaglia. Nomi che per i conoscitori del genere non richiedono presentazioni, tuttavia continuo a sperare che quest’Officina incuriosisca pure i non consumatori abituali. Perciò mi permetto di parlarvene e chissà mai che anche i più esperti non scoprano qualcosa di nuovo. Elencando sulle dita d’una mano una lista dei massimi artisti a fumetti del ventesimo secolo, il veneziano Dino Battaglia (1923-1983) sarà sicuramente fra i primi tre. La sua carriera d’autore ha percorso l’evoluzione dei comics italiani del Novecento, dal secondo dopoguerra con quelli che erano gli albi d’intrattenimento popolare come “Asso di Picche”, cui collaborò con altri fumettisti divenuti celebri quali Mauro Faustinelli, Alberto Ongaro e Hugo Pratt, per passare al “Pecos Bill” di Mondadori, a “El Kid” sceneggiato da Gianluigi Bonelli, creatore di “Tex”, e disegnando strisce per il quotidiano inglese Daily Mirror. Dagli anni 60 Battaglia pubblica sul “Corriere dei Piccoli”, dove dal genere umoristico arriva alla letteratura grafica (anche se allora nessuno l’avrebbe definita così), principalmente sui testi di Mino Milani, e poi come autore completo a testate di taglio più sofisticato, dal “Sgt. Kirk” dell’editore-amatore Ivaldi, a “Linus” ad “AlterLinus” e alla rivista “Corto Maltese”. È una crescita che gli consente di tradurre in immagini i romanzieri ottocenteschi che predilige, come Poe, Maupassant, Stevenson e Hoffmann, detto “il meraviglioso” per la sua abilità nel suscitare meraviglia, oltreché di realizzare nel ‘74 per il padovano “Messaggero dei Ragazzi” la graphic novel “Frate Francesco e i suoi fioretti”, tuttora ripubblicata per l’elevatissimo pregio artistico con il titolo “San Francesco”. Battaglia vi concentra la propria ricerca estetica basata sull’emotività dell’inchiostrazione a pennino e sulle tamponature a spugna o con materiali diversi, che creano risultati vicini a quelli dell’incisione. O ancora con l’applicazione nelle vignette di tempera per pareti, ricoperta con la china e quindi graffiata con il taglierino per ottenerne suggestivi effetti in negativo, e sulla colorazione ad acquarello, in trasparenza sul retro delle tavole. La narrazione è quella consacrata e canonica essendo l’editore d’ispirazione cattolica, resa non scontata né banale dall’arte, d’intensa religiosità nonostante Battaglia fosse un non credente convinto e dichiarato.
Di tutt’altro segno è l’interpretazione del trevigiano Francesco Tullio Altan, classe 1942, vignettista satirico politico e di costume, ma anche papà di fumetti per l’infanzia come Kamillo Kromo e l’insuperabile Pimpa, nonché biografo abrasivo e smitizzante di personaggi storici di culto, da Giacomo Casanova a Cristoforo Colombo. E a san Francesco… o meglio a “Franz”, come s’intitola il biocomic che gli ha dedicato nel 1982, tanto per preparare a qualche sorpresa chi lo sfogliasse con animo devoto. Se lo scenario della vicenda è rigorosamente esatto e documentato, fra guerre e contese economico-politiche, tuttavia il suo eroe non è quel santo che credevamo. Il Francesco di Altan è un ragazzotto di provincia, viziato dalla madre Pica e costantemente in lite col padre Bernardone, mercante gretto, avido e donnaiolo. Ostinato, velleitario, egocentrico e mitomane, le prova tutte per diventare famoso come nel giorno della sua nascita un pellegrino ha predetto alla mamma. Borghese, però ricco sfondato, corteggia i nobilotti locali coetanei (che lo deridono) pagando i loro conti e poi punta sulla gloria delle armi arruolandosi per combattere nella lontana Puglia, ma se la fila quando realizza che sul campo di battaglia c’è da lasciarci le penne. Infine tenta con la religione, predicando l’umiltà, l’ascetismo e tutte le altre belle cose per cui lo conosciamo, senza accorgersi d’essere manovrato dal vescovo-soldato Guido e da papa Innocenzo III, in cerca d’un guru fantoccio per distogliere la plebe, attirata dall’eresia dei Catari e dei Valdesi, con il loro stesso richiamo d’una Chiesa povera per i poveri. Ma anche se lo sapesse a Francesco non importerebbe e ad andarci di mezzo sono gli illusi confratelli che gli danno retta, sfruttati e sacrificati senza tanti scrupoli. Una dissacrazione spietata che a tutta prima lascia quantomeno perplessi, eppure a rifletterci non è fine a se stessa, bensì a farci chiedere se in ottocento anni la leggenda francescana non si sia autogenerata strato dopo strato, partendo da una realtà diversa e più miseramente umana, immersa nella fosca e incisiva grafica in bianco e nero di Altan col suo immancabile accompagnamento di cimici, scarafaggi e sudiciume medievale. Far pensare è uno dei compiti della narrazione, compresa quella disegnata. Chi fosse interessato al san Francesco a fumetti, a queste due versioni di mano italiana - così differenti e quindi intriganti - può aggiungerne una terza stampata oltreoceano. È la statunitense “Francesco – Fratello dell’universo”, sceneggiata da Mary Jo Duffy per le matite di John Buscema. Ammetto di non averla mai letta, ma mi piacerebbe, perché la Duffy è una editor e fumettista per Marvel Comics e DC Comics, le case editrici dei supereroi più noti, mentre Buscema è stato un apprezzatissimo disegnatore della stessa Marvel. Forse ci troverei il poverello d’Assisi che compie miracoli a colpi di superpoteri!
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