“I guerrieri della notte” ispira i registi italiani. Il Bronx malfamato rifiorisce a Cinecittà
Gli scontri tra gang escono dal capolavoro di Hill per diventare film a basso budget oggi considerati cult

Michele Borghi
|20 ore fa

Una scena de "I Guerrieri della Notte"
Il capolavoro di Walter Hill finalmente risplende in bluray 4K grazie alla magica triangolazione Paramount, Plaion e Midnight Factory. Una delizia soprattutto per gli occhi degli amanti del cinema di genere italiano. “I guerrieri della notte” (1979) ha infatti nutrito, per un buon decennio, l’ispirazione dei geniali artigiani di Cinecittà. Un’autentica matrice per un pugno di film sopravvissuti al trascorrere del tempo. “The warriors”, questo il titolo originale, trascina lo spettatore in una New York notturna e violenta, dove comandano le gang. Alla base c’è il romanzo di Sol Yurick - si dice ispirato addirittura all’Anabasi di Senofonte - abile a mescolare azione e dramma.
Negli anni ’80, periodo d’oro per l’exploitation tricolore, questo mix accende l’ispirazione di registi e produttori. Il nostro cinema a basso budget - che copiava successi hollywoodiani per sfruttare mode e mercati - trova qui il modello ideale e sfornare film sulla violenza metropolitana fino a sconfinare nel distopico, anzi nel post-apocalittico. Il più bravo di tutti, come sempre, è Enzo G. Castellari, che firma l’ideale trilogia “1990: i guerrieri del Bronx” (1982), “Fuga dal Bronx” (1983) e “I nuovi barbari” (1983), il più debole. Gli elementi chiave di “The Warriors” ci sono tutti - le gang colorate e armate in modo bizzarro, le lotte territoriali e l’odissea notturna attraverso zone devastate - anche se pesano le influenze da “Fuga da New York” (1981) di John Carpenter e dai primi due “Interceptor/Mad Max” di George Miller.
In “1990: i guerrieri del Bronx”, Castellari mette contro Riders e Tigers e lancia come nuovo eroe muscoloso l’attore Mark Gregory (l’italianissimo Marco De Gregorio, romano del Nomentano): l’influenza di “The Warriors” è evidente nelle alleanze e negli scontri tra fazioni, nei costumi eccentrici e nella rappresentazione della città-ghetto, ideale arena per una guerra tribale.
La saga avanza con “Fuga dal Bronx” dove il nostro Gregory combatte contro le lobby filo-governative decise a “ripulire” il quartiere con metodi fascisti, una cesura dunque rispetto ai temi portanti di “The Warriors”. “I nuovi barbari”, infine, senza Gregory, sposta l’azione in un contesto decisamente post nucleare. Le peripezie e gli scontri della bande nomadi in lotta tra loro sono robusta eco delle marce forzate de “I guerrieri della notte” e giocano sul mito dell’anarchia e della violenza. Tra budget ridotti all’osso, scenografie ricavate nelle cave o nelle periferie industriali, violenza esagerata e stunt spettacolari, il sottogenere prolifera in Italia e vende assai bene all’estero. Perfino il maestro Lucio Fulci tradisce l’adorato horror per gettarsi nella mischia e girare nel 1984 “I guerrieri dell’anno 2072”: arene futuristiche e combattimenti riecheggiano apertamente le battaglie urbane di Hill.
Il cliché della metropoli degradata teatro di vendette collettive arriverà poi a contaminare e ad aggiornare pure il genere poliziottesco ormai al tramonto.
“The Warriors”, con le sue subculture giovanili violente, condizionò pesantemente anche le produzioni filippine o turche, con l’enfasi più incentrata su temi anti-autoritari. Le gang come eroici nuclei contro sistemi oppressivi. Torniamo nei nostri confini perché succede il patatrac. Nel giro di un decennio cambia tutto. Non solo il filone subisce un rapido declino, ma è tutta l’industria cinematografica italiana ad accusare i colpi della concorrenza televisiva (i canali si moltiplicano) e della contemporanea ascesa del mercato home video (con l’esplosione delle cassette vhs e dei noleggi). Il pubblico gira le spalle ai film di genere, i registi si danno alla fiction tv per portare a casa la pagnotta. Ci vorrà l’avvento del dvd e poi del bluray per riportare alla luce - in tutto il loro splendore trash - i titoli più rappresentativi, apprezzati dalle nuove generazioni cinefile e studiati all’estero se non addirittura adorati come cult da tramandare.

