La storia d'amore di tutte le storie d'amore è "Cuore selvaggio" di David Lynch
Redazione Online
|5 anni fa

Tutti gli anni in questo periodo qualcuno mi chiede qual è la mia coppia romantica preferita e tutti gli anni (da molti anni) immancabilmente rispondo Sailor e Lula: per me la storia d’amore di tutte le storie d’amore è un road movie dai toni horror che prende un romanzetto pulp e lo mescola con Shakespeare, Frank Baum, Elvis Presley.
Nella semplificazione estrema che mi capita di utilizzare quando mi chiedono di parlare di cinema, comincio spesso raccontando come si fa a capire se ci si trova di fronte a un grande film e la migliore definizione che ho trovato finora è che un grande film può avere una grande STORIA (il cinema USA anni ’70) o un grande IMMAGINARIO (“Mad Max: Fury Road” è l’esempio contemporaneo perfetto). I registi in grado di coniugare questi due elementi non sono tantissimi, e David Lynch è sicuramente uno di quelli: “Cuore Selvaggio” di David Lynch del 1990 è un film epocale, una di quelle rare opere che parla al cuore, al cervello, al gusto, all’anima, ai sensi tutti, compreso quello estetico.
Nella semplificazione estrema che mi capita di utilizzare quando mi chiedono di parlare di cinema, comincio spesso raccontando come si fa a capire se ci si trova di fronte a un grande film e la migliore definizione che ho trovato finora è che un grande film può avere una grande STORIA (il cinema USA anni ’70) o un grande IMMAGINARIO (“Mad Max: Fury Road” è l’esempio contemporaneo perfetto). I registi in grado di coniugare questi due elementi non sono tantissimi, e David Lynch è sicuramente uno di quelli: “Cuore Selvaggio” di David Lynch del 1990 è un film epocale, una di quelle rare opere che parla al cuore, al cervello, al gusto, all’anima, ai sensi tutti, compreso quello estetico.
La storia di Sailor Ripley e Lula Pace Fortune è la tragedia shakespeariana degli innamorati contrastati: in questo caso specifico contrastati dalla madre di Lula, Marietta, che vuole Sailor morto perché l’ha respinta. Ma Sailor è Nicholas Cage, che deve molto della sua carriera successiva a questo film, e ovviamente non ci sta e altrettanto ovviamente si fa qualche anno di prigione.

Quando esce, lui e Lula si ritrovano e scappano da Marietta, che assolda dei sicari per uccidere Sailor. Intorno a loro (e dentro di loro) la violenza fisica, verbale, psicologica, è a mille, esplodono teste, qualcuno addirittura si gratta dentro la testa, è un film estremo che gioca con più generi, horror, crime e romance, che omaggia un libro per bambini, “Il mago di Oz” fino a fare di Marietta la strega cattiva dell’Est, che alza il tono dell’azione, del colore, dei dialoghi a fino a far sembrare i suoi personaggi dei cartoon (anticipando tanto Tarantino e gli Assassini Nati di Oliver Stone) che in mezzo a tutto ballano come pazzi nel deserto al suono di una canzone metal che si chiama “Slaughterhouse”, macelleria.

E poi Sailor che le canta canzoni di Elvis, i rossetti, il fuoco, la giacca di pelle di serpente, le atmosfere alla Twin Peaks (che Lynch stava girando in contemporanea e dalla quale ha preso in prestito due attrici, Sheryl Lee e Lara Flynn Boyle), il ritmo, il taglio, lo stile, e tutto quel cast magnifico a interpretare personaggi usciti dal nulla, Diane Ladd, l’indimenticabile Bobby Perù di Willem Defoe, Harry Dean Stanton, Isabella Rossellini che sembra la Dorothy di “Velluto Blu” qualche anno dopo. “Cuore selvaggio” è storia, letteratura, cultura, adrenalina, sangue, sudore: è di quello che parliamo quando parliamo d’amore, è di quello che parliamo quando parliamo di cinema.

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