«Le mie lezioni di piano con il giovane Chalamet, allievo diligente e geniale. Ora l’aspetto a Piacenza»

Dietro le quinte dell’acclamato film “Chiamami col tuo nome” con Roberto Solci, direttore del Conservatorio Nicolini. «Scelto dal regista Guadagnino mio vicino di casa a Crema»

Redazione Online
|1 giorno fa
Roberto Solci con Timothée Chalamet durante una pausa nelle lezioni di piano
Roberto Solci con Timothée Chalamet durante una pausa nelle lezioni di piano
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Uscito nel 2017 e diventato in pochissimo tempo un caso internazionale, “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino è uno di quei film che riescono a durare nel tempo. Premiato agli Oscar per la miglior sceneggiatura non originale firmata da James Ivory, il film ha conquistato pubblico e critica grazie alla sua delicatezza, alla potenza emotiva e alla capacità di trasformare la campagna cremasca in un personaggio vivo, quasi palpabile.
Nel cast Timothée Chalamet (fresco di terza nomination agli Oscar per "Marty Supreme" e record come più giovane attore con altrettante candidature, ndr), alla sua consacrazione mondiale nel ruolo di Elio; Armie Hammer nei panni di Oliver; Michael Stuhlbarg, protagonista del celebre monologo finale. E poi la regia di Guadagnino che fonde colore, luce, musica e desiderio in un unico flusso sensoriale.
Il film, tratto dal romanzo di André Aciman, ha generato un fenomeno culturale enorme: turismo internazionale nei luoghi delle riprese, nuove edizioni del libro, colonne sonore ascoltatissime.
Per molti, “Chiamami col tuo nome” resta prima di tutto il racconto di un’estate, di emozioni sospese e di una campagna cremasca illuminata dal sole. Ma dietro la magia delle scene musicali, dietro le mani che scorrono sul pianoforte di Elio, c’è un percorso fatto di studio, dedizione e piccoli dettagli quotidiani.
A insegnare a Timothée Chalamet come suonare i brani che accompagnano il film c’era Roberto Solci, oggi direttore del Conservatorio Nicolini di Piacenza. All’epoca, maestro di piano e compositore con anni di esperienza alle spalle, Solci si trovò a guidare un giovane attore verso la “verità musicale” del personaggio, tra lezioni, arrangiamenti su misura e una complicità fatta di passione e precisione. Abbiamo incontrato Solci per ripercorrere quella esperienza, tra curiosità, aneddoti e riflessioni sul rapporto tra musica e cinema, e naturalmente per scoprire cosa ricorda oggi di quel ragazzo che sarebbe diventato una star mondiale. 
«Sono direttore del Conservatorio Nicolini da un anno - esordisce Solci - ma con Piacenza ho un legame che dura da più di trent’anni. Ho studiato, lavorato e insegnato molto qui, alternando la mia attività didattica a quella di compositore e direttore d’orchestra. Ho collaborato a lungo con festival e orchestre, e la musica applicata – per teatro, danza, spettacolo – è sempre stata parte del mio percorso. Vivo a Crema e da pendolare vengo a Piacenza ogni giorno: due luoghi che ormai sento entrambi casa».
Ci racconta come è diventato il maestro di piano di Timothée Chalamet?
«È nato tutto in modo quasi casuale. Guadagnino viveva a Crema, vicino a me, e frequentava persone del mondo del cinema che arrivavano lì per lavorare al film: sceneggiatori, attori, produzione… un via vai quotidiano. Un giorno mi disse: “Ti va di aiutare questo giovane attore? Deve suonare il piano nel film”. Mi diede la sceneggiatura e insieme ragionammo su quali brani potessero rappresentare la sensibilità musicale del personaggio di Elio. Servivano pezzi che Timothée potesse suonare davvero, con arrangiamenti nello stile di Bach o Liszt ma adattati alla scena. Così è iniziato tutto».
Quando ripensa a quell’esperienza, cosa riaffiora per primo: cinema, musica o le persone?
«Le persone. La vicinanza con Guadagnino, la quotidianità sul set, l’atmosfera familiare che si era creata. Tutto sembrava naturale, quasi domestico. E poi c’era il rapporto con Timothée, così determinato e concentrato. Ricordo la sua serietà: filmava le lezioni, studiava, provava e riprovava. Vent’anni appena, ma una dedizione impressionante».
In che modo questa esperienza l’ha influenzata come artista e insegnante?
«Mi ha dato una prospettiva nuova sulla musica applicata all’immagine. Avevo già composto per spettacoli, balletti, teatro e progetti contemporanei, quindi non era un mondo sconosciuto, ma il cinema porta tutto su un altro piano: la musica assume una responsabilità narrativa diversa. Vedere come un attore interiorizza un gesto musicale mi ha fatto capire quanto la verità scenica nasca anche dai dettagli».
Che allievo è stato Timothée?
«Sorprendente, geniale, concentrato, metodico, con una grandissima disciplina. Come dicevo poco fa, lui riprendeva le lezioni, riguardava i video, lavorava sulla postura, sulla mano sinistra, poi sulla destra, e poi su entrambe… voleva che tutto fosse perfetto. E poi era umile: non la tipica “star hollywoodiana”, ma un ragazzo curioso, affettuoso. Cantava, scherzava, raccontava della vita privata. In poco tempo si è creato un rapporto confidenziale. Sul set la sua concentrazione era totale, un perfezionista implacabile, un carattere fortissimo».
Ha un aneddoto particolare che conserva con affetto?
«Ricordo le giornate in cui, dopo aver studiato a casa, veniva da me la mattina dopo per mostrarmi i progressi, entusiasta e orgogliosissimo. Oppure quando proprio a casa mia incontrò per la prima volta Armie Hammer: non si conoscevano ancora, si abbracciarono con forza ed emozione. Il momento mi colpì molto, dava la misura della loro grande sensibilità».
Siete rimasti in contatto? Vi sentite ancora oggi?
«Sì, ci siamo scritti. Poi la sua carriera è esplosa e il ritmo di lavoro è diventato vertiginoso. Ogni tanto ci aggiorniamo, sempre con affetto. È rimasto un legame sincero. Chissà, magari un giorno verrà a Piacenza: lo invito volentieri!».
Com’era il rapporto tra musica e regia? Guadagnino le dava indicazioni precise o aveva libertà?
«Una grande libertà, in realtà. Luca sapeva chiaramente cosa voleva emotivamente, ma mi lasciava definire il percorso musicale. L’unica richiesta era che fosse coerente con il personaggio e con la sceneggiatura. Poi Elio, che inizialmente doveva semplicemente “imitare” un pianista, lo è diventato davvero. Fantastico».
Ha frequentato il set. Che atmosfera c’era? Ha incontrato gli altri attori?
«Sì, spesso, e posso dire che il set era… sereno. Familiare. Tutti molto concentrati ma non stressati. E sì, ho incontrato vari attori e membri della troupe: un ambiente di grande professionalità ma anche di grande umanità».
È vero che oggi esiste un turismo di ritorno nei luoghi del film?
«Assolutamente sì. Crema è diventata una meta quasi “di pellegrinaggio” per i fan: la piazza, le panchine, la campagna… Ci passano gruppi dall’estero, giovani e non. Il film ha generato un affetto enorme, che continua anche a distanza di anni».
Se potesse affiancare un altro attore o regista come coach musicale, chi sceglierebbe?
«Personalmente mi affascinano alcune figure straordinarie del cinema e del teatro: Kate Winslet, all’epoca di “Titanic”, mi sembra un’attrice magnetica, capace di trasmettere emozione anche nei gesti più piccoli; Anthony Hopkins, per la sua precisione e profondità; e Cate Blanchett, in “Tár”, che oltre a recitare guida un’orchestra con la stessa autorità con cui interpreta il ruolo. Sono artisti con cui sarebbe incredibile confrontarsi, perché la loro attenzione al dettaglio e alla verità scenica è qualcosa di raro».
Come guarda oggi alla parabola di Timothée Chalamet?
«Con ammirazione. Ha trovato un suo cammino, è richiesto, lavora con i più grandi. Ma soprattutto ha mantenuto una qualità rara: la profondità. Non è solo un volto da copertina, è un attore che studia, si impegna, si mette in gioco».
Se potesse lasciargli un messaggio, quale sarebbe?
«È diventato uno dei volti più riconoscibili del cinema contemporaneo, e ogni anno cresce in profondità e consapevolezza. Ma la cosa più bella è che resta quello sguardo pulito, quella dedizione totale».
Se dovesse lasciargli un messaggio?
«Timothée, vieni a trovarmi a Piacenza. La città è magnifica, mangiamo e beviamo bene… e poi qualcosa la combiniamo di sicuro!».
Alessandra Blasi
Cineblister