«Racconto vita, film e miracoli del peggior regista italiano»

Massimo Moscati indaga nei meandri più oscuri di Cinecittà e consegna un inedito ritratto di Tanio Boccia

Michele Borghi
Michele Borghi
|1 ora fa
Ricky Memphis interpreta il regista Tanio Boccia nel film "Il grande Boccia", diretto da Karen Di Porto
Ricky Memphis interpreta il regista Tanio Boccia nel film "Il grande Boccia", diretto da Karen Di Porto
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Sostituire le comparse mancanti con uno specchio sul set e mascherare gli errori tecnici inventando battute surreali al doppiaggio. Il cinema di Tanio Boccia era un’autentica trincea dove la mancanza di mezzi si batteva ogni giorno con l’ingegno pratico. Massimo Moscati, nel suo saggio edito da Sagoma con prefazione di Steve Della Casa, scava nelle leggende e nei retroscena di Cinecittà per regalarci il ritratto definitivo di questo indomabile regista lucano che spesso e volentieri si firmava Amerigo Anton. Con l’autore abbiamo esplorato i paradossi di una carriera unica, sospesa tra il disprezzo della critica e un amore viscerale per la macchina da presa.
Alberto Sordi ironizzò con Federico Fellini sull’Oscar per “Amarcord“ affermando che sarebbe dovuto andare a Boccia. Ritiene che questa reputazione di “mito negativo” sia stata un’etichetta ingiusta nata dal tipico cinismo romano, o rifletteva una reale sregolatezza sul set?
«La battuta di Alberto Sordi è diventata quasi più famosa di molti film di Tanio Boccia, ma come tutte le battute efficaci contiene una parte di verità e una parte di esagerazione. Boccia non era certamente un regista raffinato né un perfezionista. Sul set regnava spesso un caos organizzato, con tempi strettissimi, sceneggiature riscritte all’ultimo momento e produzioni costrette a fare miracoli con mezzi ridicoli. Tuttavia sarebbe profondamente ingiusto ridurre tutta la sua carriera a una caricatura. Il cinema italiano degli anni Sessanta viveva una stagione irripetibile, nella quale si producevano centinaia di film all’anno. Accanto ai grandi autori esisteva un esercito di professionisti chiamati a realizzare opere in poche settimane, spesso con budget inferiori a quelli destinati oggi a uno spot pubblicitario. Boccia apparteneva a questa categoria: era un operaio del cinema, non un artista nel senso tradizionale del termine. La sua fama di “peggior regista italiano” nasce certamente anche dal gusto romano per la battuta fulminante e dalla tendenza dell’ambiente cinematografico a trasformare alcuni personaggi in leggende folkloristiche. Ma se ancora oggi parliamo di lui è perché dietro quella leggenda esiste una figura molto più complessa: un uomo capace di portare sempre a termine i film, rispettando tempi impossibili e risolvendo problemi che avrebbero mandato in crisi registi ben più celebrati. Non era un maestro della regia, ma era un autentico maestro della sopravvivenza cinematografica».
Come è stato possibile, a livello puramente logico e logistico, che Boccia sia riuscito a girare quattro peplum contemporaneamente nel 1964 con lo stesso set e gli stessi attori? C’era un reale coordinamento con il produttore Luigi Rovere o si è trattato di pura improvvisazione?
La copertina del libro
La copertina del libro
«In realtà non si trattava di improvvisazione, ma di una forma estrema di razionalizzazione industriale. Luigi Rovere era uno dei produttori più intelligenti e pragmatici del cinema popolare italiano. Aveva capito che il peplum stava vivendo gli ultimi mesi di grande successo commerciale e bisognava sfruttare ogni risorsa fino all’ultimo metro di pellicola. La soluzione fu tanto semplice quanto geniale: costruire una sola grande macchina produttiva capace di alimentare contemporaneamente quattro film diversi. Gli stessi templi diventavano città differenti cambiando soltanto qualche elemento scenografico; gli stessi costumi passavano da un protagonista all’altro; gli attori terminavano una scena in un film e pochi minuti dopo interpretavano un personaggio diverso in un’altra produzione. Boccia era il regista ideale per un’operazione del genere perché possedeva una qualità rarissima: non si perdeva mai. Aveva una memoria visiva straordinaria e una capacità quasi militare di sapere sempre quale scena stesse girando, per quale film e con quali attori. Naturalmente tutto questo richiedeva una continua elasticità mentale e un enorme spirito di adattamento. Oggi quella produzione simultanea appare quasi folle, ma rappresentava una risposta perfettamente coerente alle esigenze economiche dell’epoca. Più che improvvisazione era una sorta di catena di montaggio cinematografica, nella quale Boccia svolgeva il ruolo del caporeparto chiamato a far funzionare un meccanismo gigantesco».
Lei analizza soluzioni surreali come l’uso di uno specchio per raddoppiare il numero delle ballerine o la celebre battuta sul treno inserita per mascherare un sobbalzo della macchina da presa. Pensa che in queste risposte d’emergenza ci fosse un’involontaria dote di avanguardia o solo disperato pragmatismo economico?
«Credo che fosse soprattutto pragmatismo, ma un pragmatismo così creativo da diventare, a posteriori, quasi una forma involontaria di sperimentazione. Boccia non cercava l’effetto artistico: cercava semplicemente di finire il film senza spendere una lira in più. Lo specchio che raddoppia le ballerine è un esempio magnifico di questo approccio. Non potendo permettersi un corpo di ballo numeroso, inventa un trucco ottico che funziona perfettamente. La famosa battuta sul treno, invece, è ancora più straordinaria perché trasforma un errore tecnico in un elemento narrativo. La macchina da presa sobbalza? Allora basta far dire al personaggio che sta passando un treno. Il difetto diventa improvvisamente una scelta registica. Questa capacità di trasformare gli ostacoli in opportunità ricorda, per certi versi, il cinema delle origini, quando Méliès, Keaton o lo stesso Chaplin costruivano continuamente soluzioni inventive partendo dai limiti tecnici. La differenza è che Boccia non voleva rivoluzionare il linguaggio cinematografico: voleva semplicemente consegnare il film al produttore. Eppure, proprio per questo motivo, oggi quelle trovate appaiono incredibilmente moderne. In un’epoca dominata dagli effetti digitali, ci ricordano che il cinema è anche l’arte dell’invenzione, della fantasia e della capacità di risolvere problemi apparentemente insolubili».
Il western “Dio non paga il sabato” (1967) viene spesso indicato come uno dei suoi sforzi più interessanti e cupi, arricchito dalla presenza di una diva del ventennio fascista come “Vivi Gioi”. Come ha fatto un regista abituato a ritmi così frenetici a trovare la chiave per costruire un’atmosfera quasi metafisica e horror?
«È probabilmente il film che dimostra come Boccia fosse migliore della sua reputazione. Dio non paga il sabato nasce certamente all’interno del filone dello spaghetti western, ma possiede un’atmosfera insolita, sospesa, quasi funebre, che lo distingue da molte produzioni contemporanee. La spiegazione, a mio avviso, sta proprio nei limiti produttivi. Non potendo competere con registi come Sergio Leone sul piano dello spettacolo, Boccia finisce inconsapevolmente per privilegiare il silenzio, gli spazi vuoti, i tempi dilatati e un senso costante di fatalismo. Le ristrettezze economiche diventano uno stile. Anche la presenza di Vivi Gioi contribuisce a creare una dimensione particolare. La sua figura porta nel film un’aura quasi fuori dal tempo, come se appartenesse a un mondo ormai scomparso. È un dettaglio che arricchisce ulteriormente quell’atmosfera malinconica e spettrale che attraversa tutta la pellicola. Naturalmente non credo che Boccia avesse elaborato una precisa poetica dell’horror metafisico. Sarebbe probabilmente una lettura eccessiva. Ma il risultato finale dimostra che anche un regista considerato minore poteva, in determinate circostanze, trovare intuizioni visive e narrative di sorprendente efficacia».
La regista Karen Di Porto ha dedicato a Boccia il biopic “Il grande Boccia”. Pensa che il metodo artigianale di Boccia — capace di ottimizzare risorse inesistenti — abbia ancora qualcosa da insegnare ai giovani registi indipendenti nell’era del digitale, o appartiene a un ecosistema industriale irripetibile?
«Il mondo produttivo in cui lavorava Tanio Boccia è irripetibile. Esisteva un’industria che realizzava centinaia di film all’anno, con maestranze straordinarie, teatri di posa sempre attivi e una distribuzione internazionale del cinema popolare italiano. Tutto questo oggi non esiste più. Esiste però un insegnamento che rimane straordinariamente attuale: non esistono condizioni perfette per fare cinema. Boccia girava con pochissimo tempo, pochissimi soldi e mezzi spesso insufficienti. Invece di lamentarsi, cercava continuamente soluzioni. Era un problem solver prima ancora che un regista. Oggi i giovani autori dispongono di tecnologie che Boccia non avrebbe neppure immaginato: videocamere leggere, montaggio digitale, effetti visivi accessibili, distribuzione online. Eppure spesso il vero ostacolo non è la mancanza di mezzi, ma la paura di iniziare. Boccia insegna esattamente il contrario: si gira con quello che si ha, si corregge durante il percorso e si porta il film fino in fondo. Non credo che il suo modello debba essere imitato in tutto. Sarebbe impossibile e persino sbagliato. Ma la sua straordinaria capacità di trasformare ogni limite in una possibilità rappresenta ancora oggi una lezione preziosa. Per questo motivo ho voluto raccontare la sua storia: dietro il mito del “peggior regista italiano” si nasconde, in realtà, uno dei più sorprendenti esempi di resilienza produttiva che il nostro cinema abbia conosciuto».