Gli alberi d'inverno tra bellezza, funzione e storie da raccontare
Il "Muron" di Cadeo e i filari di gelsi nel libro dei ricordi
Dea De Angelis
|1 giorno fa

Filare di gelsi a Gazzola: "Via dei Gelsi"- © Libertà/Dea De Angelis
C’era una volta il “Muron”, un vecchio gelso a Cadeo, il più grande di tutta la provincia di Piacenza, terra con una lunga tradizione di bachicoltura. Alberi che raccontano storia, tradizione, arte, cultura. Alberi non solo di grande bellezza ma viventi essenziali per la vita sulla Terra per come si presenta a inizio del terzo millennio. Difficile pensarlo o crederlo ma anche gli alberi si sono conquistati spazio sui continenti, in tempi geologici, milioni e milioni di anni fa, desolati. Una lenta evoluzione che li ha adattati alle stagioni, alle diversissime zone geografiche del globo, dal polo nord al polo sud. Ogni strategia evolutiva con una morfologia che ne racconta la funzionalità. Gli alberi decidui, per esempio, che perdono le foglie tra l’autunno e l’inverno, perché lo fanno? Lo fanno perché il fotoperiodismo, le ore di luce durante il giorno, sono scarse. Non c’è sufficiente energia (solare) per fare la fotosintesi (trasformare molecole inorganiche in molecole organiche), inutile quindi portare il peso delle foglie, organo della pianta (specifichiamo non solo quello) utile in questo senso. E poi, la neve che cade in inverno poggiandosi sulle lamine fogliari potrebbe, col suo peso, spezzarne i rami. La neve resta, sì, sui rami, come nella quercia in fotografia, ma non ne minaccia la stabilità. Regala solo bellezza al paesaggio. Gli alberi nei secoli sono stati anche una risorsa per noi uomini. Lo sono ancora, ma un poco meno. I frutti del nocciolo, per esempio, in questo inizio febbraio già con i fiori maschili penduli, tra i primi a lanciare un segnale di primavera in arrivo, ancora oggi ci regalano - grazie a coltivazioni mirate (in fotografia) - un prodotto alimentare dolce e strepitoso, noto a tutti. Non solo. Nei secoli, ricavavamo la seta da un albero antico, il gelso. La bachicoltura, l’allevamento del baco da seta, ha avuto un enorme sviluppo nella pianura padana. Fino a metà del Novecento. I contadini del tempo raccoglievano lungo le moronate (i filari di gelsi) le foglie, cibo esclusivo per i bachi da seta. Era un’attività portata avanti soprattutto dalle donne delle cascine che, a un certo punto, hanno iniziato a lavorare (anche) fuori casa. Culture che passano, tradizioni che hanno lasciato una traccia oggi nei numerosi filari che incontriamo tra le strade di pianura o di collina. In comune di Gazzola, per esempio, una via tra i campi con gelsi in fila (‘via dei Gelsi’) spolvera questa radicata tradizione. I gelsi oggi li vediamo spesso capitozzati. Le fascine di rami tagliati (in fotografia) forse servono ad accendere il camino. Anche il più antico “Muron” - dicevamo - lungo la via Emilia parmense, attrazione per una trattoria del paese, oggi chiusa definitivamente, da circa quindici anni, dopo una vita plurisecolare, non c’è più.


