«Il cinema italiano deve tornare a farci sognare»

In sala dal 6 agosto “Greta e le favole vere” con Bova e la sceneggiatura di Giasi e Di Ranno. Un family movie ecologista tra realtà e animazione

Massimo Cavozzi
|2 ore fa
Una scena tratta da  “Greta e le favole vere", family movie in sala dal 6 agosto
Una scena tratta da “Greta e le favole vere", family movie in sala dal 6 agosto
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Dopo la première del Giffoni Film Festival, “Greta e le favole vere”, diretto da Berardo Carboni e interpretato da Raoul Bova, Sabrina Impacciatore, Darko Peri (Helsinki de “La casa di carta”) e dalla giovane Sara Ciocca sbarca in sala con Vision Distribution. È un family movie italiano che affronta il tema del cambiamento climatico scegliendo una strada originale: raccontare la storia di una bambina che, ispirata a Greta Thunberg, decide di liberare un cucciolo di orso polare finito nelle mani di due bracconieri sui generis, trascinando amici e genitori in un viaggio che da Roma conduce fino al Polo Nord. Un’avventura che si muove in equilibrio tra realtà e immaginazione, affrontando temi di stringente attualità senza rinunciare alla leggerezza e al piacere del racconto. Un film che invita a riflettere sul potere delle storie, su come possano incidere nelle nostre vite, ma anche sul modo in cui prendono forma, molto prima dell’inizio delle riprese. Nel dibattito sul cinema italiano si parla spesso di regia, interpretazioni e fotografia, mentre il lavoro di scrittura rimane quasi invisibile agli occhi del pubblico. Eppure, è proprio nella sceneggiatura che si costruiscono il ritmo del racconto, la profondità dei personaggi e la coerenza emotiva di un film. Abbiamo incontrato gli sceneggiatori Fabio Di Ranno e Valeria Giasi (che firmano insieme allo stesso Carboni) partendo proprio da “Greta e le favole vere”, ma con l’obiettivo di allargare lo sguardo sul mestiere dello sceneggiatore oggi.
Da quale intuizione è nato “Greta e le favole vere”?  C’è stato un personaggio, un’immagine o uno spunto narrativo da cui tutto è partito?
«Il film è nato dal soggetto del regista, Berardo Carboni: la storia di una bambina che scopriva l’ambientalismo grazie a Greta Thunberg. Abbiamo poi integrato l’idea di inserire il salvataggio di un orso polare. Mentre prendevamo un caffè in un parco, vedendo dei cani a passeggio, abbiamo pensato: la nostra Greta deve salvare un animale. E l’animale simbolo del riscaldamento globale è l'orso polare, che rischia l’estinzione».
In che modo il dialogo con il regista ha trasformato il copione? C’è stato un momento in cui la sceneggiatura ha cambiato direzione grazie al confronto durante lo sviluppo del film?
«Fra cosceneggiatori il dialogo e i confronti ci sono sempre. Ed è un bene, perché più punti di vista sono un arricchimento per la sceneggiatura. Quando si scrive con un regista autoriale come Carboni, poi, il confronto diventa ancora più necessario. Il suo immaginario ci piace: abbiamo altri progetti insieme, tra cui uno che speriamo di girare presto in Abruzzo e uno che ha già ottenuto dei finanziamenti a Malta».
Il titolo “Greta e le favole vere” suggerisce una tensione continua tra immaginazione e realtà. Come avete lavorato, in fase di scrittura, per mantenere questo equilibrio senza che uno dei due elementi prevalesse sull’altro?
«È stato molto stimolante, quando il regista ci ha detto che voleva inserire delle parti in animazione nel film lo abbiamo immediatamente seguito. A noi sembra che la scommessa sia stata vinta, anche grazie alla sua scelta di usare un orso in CGI che non sembrasse vero, ma che facesse da raccordo fra le riprese dal vivo e le sequenze in animazione».
Si dice spesso che il cinema italiano soffra di un problema di scrittura. È una semplificazione o riconoscete una difficoltà reale?
«È vero, purtroppo, che spesso viene criticata la scrittura di fiction e film italiani. In realtà ci sono sceneggiatrici e sceneggiatori bravissimi nel nostro cinema e nella nostra televisione, pronti a investire su storie e personaggi, su cui, però, non sempre il mercato è pronto a scommettere».
Quanto pesa il confronto con produttori, editor e consulenti nella definizione della versione finale? La sceneggiatura definitiva è sempre il risultato di un compromesso?
«Non lo chiamerei compromesso, perché fa pensare che una delle parti debba rinunciare a qualcosa, invece un film è un’opera corale. Funziona come in un’orchestra: ognuno suona il proprio strumento e il regista è il direttore d’orchestra. Nel caso di Greta e le favole vere, poi, abbiamo potuto contare su un editor come Massimo Galimberti, che non ci ha mai chiesto di stravolgere il nostro lavoro, ma ci ha aiutato a valorizzarlo».
Quale consiglio dareste a chi oggi vuole scrivere per il cinema senza rinunciare alla propria voce?
«Provarci, provarci sempre. E imparare ad armonizzare la propria voce insieme a quella del regista, dell’editor e della produzione, perché il bello del cinema è che nessuno può farlo da solo».
“Greta e le favole vere” arriva nelle sale il 6 agosto, confrontandosi con due titoli di grande richiamo come “Odissea” e il nuovo “Spider-Man”. Io, però, un consiglio mi sento di darlo: concedete una possibilità a questo sorprendente film italiano. Abbiamo bisogno di storie capaci di raccontare la contemporaneità senza essere didascaliche, noiose o catastrofiche. E “Greta e le favole vere” ha forse il lieto fine più bello che una favola possa regalare.