Inchiostro nero, terra rossa e sfide all'ultimo colpo di racchetta
Anche la narrativa disegnata si dà allo sport che in questi anni ha conquistato il pubblico
Alessandro Sisti
|1 ora fa

Jenny la tennista, protagonista del manga di Sumika Yamamoto
Anche se negli ultimi tempi può aver dato agli appassionati qualche delusione di portata mondiale, lo sport più popolare in Italia rimane saldamente il calcio. Subito dopo – come può darsi abbiate già immaginato – viene il tennis, da sempre amato e praticato a tutti i livelli, ma che negli anni recenti ha conosciuto una crescita eccezionale. Quando mi allargo a spendere certi aggettivi mi torna immancabilmente in mente un amico dirigente di marketing, che in simili occasioni, squadrandomi con disapprovazione, mi domandava «che numero è “eccezionale”»? Quindi eccovene qualcuno: dal 2020 la Federazione Italiana Tennis e Padel ha registrato un aumento di tesserati del 266% arrivando ad annoverarne 1.151.769, mentre i tennisti in senso più ampio (cioè compresi quelli del weekend) sono addirittura 6 milioni e mezzo e 18,3 milioni quanti seguono il tennis regolarmente, che affollerebbero una gradinata ancor più immensa se ci aggiungessimo gli spettatori occasionali, non meno entusiasti d’assistere ai successi dei campioni nazionali. Ai quali in buona parte si deve l’impennata delle vendite di racchette e palline e se gli antichi greci celebravano i grandi atleti effigiandoli su anfore e vasellame, nel nostro presente possono occuparsene ugualmente bene i comics. L’agonismo e lo spirito di sacrificio, necessari per giungere al top della condizione e dei risultati, generano un’epica e sorprende che attorno alla terra rossa – oppure all’erba, al sintetico o a quello che vi pare – non sia cresciuta una maggiore quantità di storie a fumetti. Nondimeno ce ne sono e si tratta di narrazioni disegnate d’alto rilievo. Il numero uno del ranking è a mio avviso “GOAT”, del fumettista udinese Emanuele Rosso, titolo a tutte lettere maiuscole poiché si tratta dell’acronimo di ”Greatest of All Times”, vale a dire il più grande di tutti i tempi. Ovviamente il più grande tennista, l’immaginario Idris Arslanian, francese di origini siriane che da sconosciuto o quasi arriva a cimentarsi con avversari del calibro di Nadal, Djokovic e Federer. Non Sinner, poiché questa graphic novel è stata pubblicata nel 2019 e nel 2018 Jannik il rosso si trovava ancora alla posizione numero 551 della graduatoria mondiale. La preparazione e gli incontri disputati rivestono un ruolo importante in “GOAT”, ma altrettanto valore ha ciò che accade al di fuori, poiché il giovane Arslanian ha un carattere irrisolto ed emotivamente fragile. Per lui il tennis è soprattutto gioco ed emozione, non mira a dare la scalata alle classifiche e tuttavia, non appena inizia a rivelarsi un vincente nato, deve confrontarsi con l’ambizione della madre Myriam, impositiva e castrante, che non lo lascia neppure parlare alle conferenze stampa. Le fa da contrappeso l’allenatore Laurence Tieleman, ex giocatore di medio rango degli anni Novanta ormai in ritiro, il quale a Idris non insegna soltanto a muoversi in campo quanto una filosofia di vita, che spazia dalla concentrazione alla capacità di credere in se stesso. Per la sua opera Rosso, autore anche di una biografia a fumetti di Marcel Duchamp e di “Limoni – Cronache quotidiane di resistenze sentimentali”, ha dichiarato d’aver tratto ispirazione dal lavoro dello scrittore americano David Foster Wallace e da quello del tennista e giornalista Gianni Clerici, costruendo una narrazione sportiva che è in parallelo un romanzo di formazione. Perché un fumetto dedicato al tennis non può parlare esclusivamente di tennis.
Oppure sì? “Match”, disegnata e scritta dal francese Grègory Panaccione, è una graphic novel che segue – un set dopo l’altro – una singola e inconsueta partita. Da una parte della rete c’è l’inglese Rod Jones, professionista della racchetta in forma smagliante e tenuta impeccabile, dall’altra il francese Marcel Coste, sovrappeso e ridicolo in un vestiario che si direbbe uscito dalle vignette di Asterix, corredato di pesanti scarpe comuni con cui nessuno si sognerebbe di fare sport. Come si suol dire “non c’è gara”… invece c’è e dura per quasi trecento pagine di parodia e comicità, affidate al disegno e senza un solo balloon, che potrebbero essere d’una noia esiziale e al contrario riescono a risultare sia divertenti sia una competizione dove il lettore diventa tifoso. Tutt’altro è il quadro che del tennis disegnano i manga, iniziato più di cinquant’anni fa con “Esu o nerae!” di Sumika Yamamoto, pubblicato dal 1973 in Giappone e ribattezzato in italiano “Jenny la tennista”. Conquistare il successo sportivo esige totale abnegazione e la quindicenne Jennifer Nolan (Hiromi Oka nell’originale) rinuncia all’amore per Teddy (Takyuki Todo), tennista e vicepresidente del club maschile. In più deve affrontare la gelosia delle sue stesse compagne e già che ci siamo il suo mentore e allenatore Jeremy (Jin Munakata) muore di leucemia. In Italia la versione anime è stata trasmessa dal 1981 e proposta a fumetti realizzati con i fotogrammi tratti dall’animazione sul “Corriere dei Piccoli”, per cui può darsi che qualcuno se ne ricordi. Se non altro per il retrogusto drammatico e samuraico che fa da sottotesto anche a “Il principe del tennis” di Takeshi Konomi, edito dal 1999 nel Sol Levante e nel nostro Paese nel 2007. Il protagonista Ryoma è figlio dell’inarrivabile campione Nanjiro Echizen del quale ha ereditato le doti, ma la genetica non basta (sarebbe poco nipponico) e Ryoma deve impegnarsi allo spasimo solamente per entrare nella squadra della propria scuola. Nel contempo tenta di svelare l’assillante mistero di famiglia: perché il padre, al culmine della carriera, ha deciso d’appendere la racchetta al chiodo?
Paese che vai, mitologia tennistica che trovi e frugando negli scaffali delle mie disordinatissime librerie (quando le affronto mia figlia dice che faccio “il libraio pazzo”) ne ho riesumato un’ultima interpretazione, che viceversa è probabilmente la prima del fumetto di questo genere. È la serie “Jari”, creata nel 1957 da Raymond Reding, belga di famiglia franco-inglese la cui produzione ha spesso incrociato il mondo dello sport, dal calcio all’atletica leggera. Nonché al tennis, massima aspirazione del teenager Jari, che si accontenta di fare il raccattapalle essendo povero e orfano, finché non incontra Jimmy Torrent, chirurgo e giocatore – dilettante, ma di talento – che lo prende con sé. Il destino di Jari pare aver imboccato la giusta direzione, sennonché dal passato di Torrent emergono ombre infamanti, accuse di doping e altre vicende sospette in cui Jari interviene in aiuto del suo pigmalione. La serie si colora di giallo e prosegue per ventun anni, con undici episodi che oggi chiameremmo romanzi grafici, ma allora erano semplicemente “storie lunghe”, e perfino un adattamento radiofonico (all’epoca indice d’assoluta popolarità), pubblicate in Italia da Mondadori a metà degli anni Sessanta nella collana dei “Classici Audacia”, attualmente ricercatissima dai collezionisti. Fra umorismo e avventura, o narrazioni mature che descrivono la parabola umana di personaggi che incidentalmente sono anche fuoriclasse della racchetta, potrebbe sembrare che al tennis non resti molto spazio. All’opposto è il costante filo conduttore, la matrice dello spirito sportivo che determina le scelte dei protagonisti. Una carta sicura da giocare per costruire visivamente scene d’azione in narrazioni dal doppio percorso, dove le partite si disputano sul campo quanto al suo esterno. Se siete fra i pochi ai quali fino a ora il tennis giocato non ha mai detto un granché, provate quello a fumetti.







