Johnny Marr: «Nella musica contano le belle canzoni e lo star bene con gli altri»

Johnny Marr si racconta a cuore aperto, dagli Smiths al prossimo tour in Europa e negli Stati Uniti

Eleonora Bagarotti
Eleonora Bagarotti
|17 ore fa
Johnny Marr
Johnny Marr
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Dopo due date italiane - al Fabrique di Milano e all’Estragon di Bologna, dove è stato accolto da un notevole entusiasmo e, soprattutto, da un grande affetto - Johnny Marr annuncia il tour che tra non molto lo porterà ad esibirsi di nuovo in Europa e negli Stati Uniti.
Musicista di indiscusso valore, emerso al fianco di Morrissey negli Smiths (ma non solo...), reduce da un Best of e da un Live, Johnny è un conversatore garbato, intelligente, profondo. Accenna al fatto di «non essere ancora stanco di andare in tour».
Suonare dal vivo dà sempre le stesse emozioni, anche dopo tanti anni?
«Ero molto più emozionato negli anni Ottanta, diciamo che l’esperienza aiuta. Sicuramente ogni concerto è un’esperienza a sé, ma io ho fiducia nel mio pubblico a prescindere: chi mi segue, mi conosce e mi apprezza e lo fa con affetto. Questo mi spinge a dare il massimo per chi viene a sentirmi suonare, ma è anche rassicurante».
Negli anni Ottanta qualcuno scriveva che i rocker del decennio precedente erano “roba vecchia”. Oggi mi sembra sia cambiata l’opinione, anche di quelli più scettici. Lei che ne pensa?
«Da giovane, essere un “rocker” significava soprattutto essere grintoso. Però ciò che conta è fare buona musica e scrivere belle canzoni. E questo, alla fine, vale sempre. Certo, come dicevo prima, quel che si doveva dimostrare, in qualche modo, è già stato “scritto”. O meglio, la gente, per lo più, ti conosce già. Poi ci sono artisti che hanno saputo cambiare continuamente. David Bowie, ad esempio, era uno di loro... ci manca molto».
Lei si è esibito con tante band di rilievo. Si direbbe che ama stare in gruppo, più che dedicarsi ad attività come solista.
«Fare parte di una band può essere anche molto divertente, specialmente quando si è giovani. Lo si coglie anche oggi, guardando i ragazzi che decidono di formare un gruppo musicale e magari suonano quando rientrano da scuola, nel loro quartiere. Internet oggi permette anche di pubblicare i loro video e le loro canzoni, forse non arriverà il grande successo ma sarà comunque un’esperienza bella e formativa. Ed è qualcosa che fa sentire bene: si chiama condivisione. Con il trascorrere degli anni cambiano alcune dinamiche perché da giovani si condividono sogni, lotte, delusioni, conquiste... ma fare musica insieme permette sempre di vivere bei momenti».
Lei, sin da giovane, ha condiviso l’esperienza di scrivere canzoni. Insieme a Morrissey, per esempio...
«Con Morrissey e con chiunque altro, quando si compone un brano bisogna avere in testa una sola regola:che vinca l’idea migliore. Quindi, nella mia esperienza, ho scritto canzoni in studio con persone diverse e riesco a capire se la loro idea è migliore della mia, davvero. L’importante è il risultato, non è una questione di avere ragione. Al contrario, se penso che l’idea migliore sia la mia e qualcuno la vuole cambiare, mi impongo. Ma il segreto è aprire un dialogo, non una battaglia personale».
The Smiths a metà degli anni Ottanta
The Smiths a metà degli anni Ottanta
Si direbbe che lei sia molto saggio. Mi faccia qualche esempio della sua presenza nelle varie band.
«C’è sempre stata una cosa comune a tutte:il legame con gli altri musicisti. Se ho fatto parte di una band, non è mai stata una mossa di carriera ma una scelta basata sul rapporto con gli altri, molto sentito, almeno in quel dato momento. Ad esempio con Matt Johnson nei The The, ma anche con Isaac Brock nei Modest Mouse. O con i Cribs. Se non avessi percepito una vera sintonia, me ne sarei andato. Anche nel caso in cui avessi sfornato con qualcuno con cui non mi trovato bene album con vendite da record... sono fatto così!».
Vista la sua disponibilità, mi permetta un’osservazione da vera estimatrice, che magari all’inizio di questa conversazione temevo un pochino ad esprimerle. Quando la sintonia di cui lei parla negli Smiths si è persa, per molti è stata una delusione. E, oggettivamente, un gran peccato...
«Lo capisco. Il problema è che, a un certo punto, si è spezzata l’amicizia. E il primo ad essere rimasto profondamente deluso sono stato io. Ho vissuto un periodo nero. Fare musica insieme ad altri per me significa vivere. E poi c’è il dolore di un’amicizia spezzata, che è un lutto da elaborare. Mi sono ripreso, anche se è stata dura».
Lei ha un suo team, pur procedendo come solista. O forse sarebbe più corretto definirla “gang”?
«Sì, potremmo definirla anche così (sorride, ndr). Siamo tutti amici e da parecchi anni, andare in tour è un’esperienza armoniosa».
A proposito di anni: lei, rispetto ai Rolling Stones o agli Who e a tanti altri, è ancora un “ragazzo”. Ma c’è qualcosa che non le piace del passare del tempo?
«No. Sono finalmente riuscito a trovare un equilibrio tra la mia vita familiare e la gratitudine per il mio essere anticonformista. I miei figli oggi sono ventenni e sono simili a me. Io ne sono orgoglioso, anche perché non gli ho mai imposto nulla, ho solo mostrato uno stile di vita affettuoso restando sempre con “i piedi per terra”. In fondo, ho cercato di educarli con determinati valori e, guardandoli oggi, penso di essere stato un buon padre. Per fortuna non sono diventato un milionario. Vivo in campagna, sto bene ma rientro nella “classe media”, come tanti altri. E questo, nel mondo della musica, non solo ti aiuta a mantenere il tuo equilibrio personale, ma non offusca la creatività che un’eccessiva fama smorzerebbe».