L’intelletto dell’uomo visto attraverso i film, da prospettive diverse

La letteratura si tramuta in grande cinema. Netflix sfodera l’investigatore. Sacha Baron Cohen fa cilecca

Giorgio Occhipinti
|2 ore fa
Una immagine da “Wake Up Dead Man”
Una immagine da “Wake Up Dead Man”
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● Guardare

In the Hand of Dante

Se qualcuno mi dicesse: che Netflix ha prodotto e distribuito un film nato da un romanzo del 2002 di uno scrittore semisconosciuto, che parla del ritrovamento del manoscritto originale della “Divina Commedia” e di come questo sia passato per le mani della Chiesa, della mafia, di un’organizzazione criminale newyorkese e poi di uno scrittore squattrinato. Con Martin Scorsese (produttore e attore)Oscar Isaac, Gal Gadot, Gerard Butler, Jason Momoa, John Malkovich e le comparsate di Franco Nero, Sabrina Impacciatore e Claudio Santamaria. Diretto da Julian Schnabel, una delle figure più mistiche del cinema, candidato varie volte all’Oscar, ad oggi senza averlo ancora vinto, ma premiato per la regia a Cannes. Io che cosa direi? Direi che sicuramente è una porcata. Roba ignobile fatta solo per soldi. E invece… signore e signori, mi sbaglierei. Fortuna che nessuno me ne avesse mai parlato e io abbia schiacciato play. Abbiamo davanti a noi uno di quei rari casi in cui Netflix ha fatto il colpaccio. Perché “In the Hand of Dante” è un prodotto raffinato, che racconta una storia originale ed emozionante. È un prodotto in cui i dialoghi sono studiati, in cui c’è una certa tensione, in cui le inquadrature sono tutte molto curate, artistiche, c’è una regia ottima e degli attori capaci. La storia si divide su due piani, quello contemporaneo e quello passato. La storia di Dante e della scrittura della commedia, a colori, e la storia di questa scapestrata acquisizione del manoscritto, in bianco e nero. Inoltre senza spoilerare ci sono anche degli “accavallamenti” temporali, intriganti. Il film però non è esente da difetti, ce ne sono due. Il primo è che sicuramente ci sono almeno venti minuti in più rispetto a quello che doveva durare, principalmente verso la fine che a me sinceramente non ha fatto impazzire. Il secondo è che si cerca, in maniera un po’ troppo forzata, una chiusura anzi “LA” chiusura del cerchio, quando andava benissimo lasciarlo aperto e vedere cosa si inventava o capiva lo spettatore. E poi devo dirvi una cosa: guardando questo film, non so se fosse voluto o se sia solo mio, ma mi è venuto un moto di orgoglio incredibile. Perché noi italiani spesso ci dimentichiamo di cosa voglia dire essere ITALIANI, dell’eredità che ci hanno consegnato i nostri concittadini nei secoli. Siamo un popolo estremamente complesso ed estremamente contraddittorio con alti altissimi e bassi bassissimi. Però c’è una bellezza nel nostro Paese, nella nostra cultura, nei nostri poeti, nella mente dell’Italia e dell’italiano che è unica.  Come diceva un altro Giorgio, Gaber: “Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”.
Lo trovi su: Netflix
● Saltare

Ladies First

Sono stato indeciso fino all’ultimo se inserire “Ladies First” nella categoria Saltare. Sacha Baron Cohen lo seguo praticamente dai primi anni Duemila, da quando avevo tredici/quattordici anni. “Ali G” è stato un personaggio incredibile che ha portato in Italia una comicità diversa, molto British, che qui non si vedeva quasi mai. Poi Sacha Baron Cohen è diventato famoso ovunque con “Borat”, che per me resta un progetto incredibile, uno dei picchi più alti mai raggiunti dalla satira politica e sociale. Una volta esploso ha fatto molti altri film e progetti, anche non comici, ma è diventato riconoscibile soprattutto per i suoi lavori da solista, da “Brüno”(2009) a “Il dittatore”(2012). “Ladies First” è il remake del film francese “Non sono un uomo facile”(2018). La premessa è interessante: attraverso una sorta di incantesimo, la società si ribalta. Gli uomini finiscono nella posizione che di solito occupano le donne, e il protagonista, un maschilista forsennato, si ritrova a sperimentare sulla propria pelle discriminazioni, pregiudizi, ipersessualizzazione e umiliazioni quotidiane. Appena ho letto la trama ho pensato che ci sarebbe stato da ridere. Cohen avrebbe potuto sparare delle bordate clamorose sul tema. Invece il risultato è quasi un’occasione sprecata. Il film è carino, il tema è giusto, si guarda anche senza fatica, ma il problema è proprio l’aspettativa che porta con sé il nome di Sacha. Il paragone con “Brüno” e “Il dittatore” è inevitabile e impietoso. In quei film si scherzava su aborto, religione, islam, omosessualità, molestie sessuali e potere con una forza comica davvero feroce. Qui, invece, tutto sembra più diluito. La satira c’è, il bersaglio è chiaro, ma la comicità non affonda mai davvero il colpo. Per questo lo considero una delusione.
Lo trovi su: Netflix
● Recuperare

Wake Up Dead Man

Che cosa può fare un James Bond a fine carriera a cui rimangono solo poche pallottole da sparare nella propria pistola? Beh, può fare l’investigatore privato, può reinventarsi come il Poirot di Netflix, Benoit Blanc. Chi è abbastanza affascinante, abbastanza riconoscibile da vestire i suoi panni? Daniel Craig. L’attore, ormai era alla fine della sua missione da 007, mancava solo “No Time to Die”(2021), si imbarca in questo progetto originale Netflix che ha riscontrato molto successo. “Wake Up Dead Man” è il terzo della serie Knives Out: “Knives Out”(2019), “Glass Onion”(2022). I primi due film sono uno peggio dell’altro e consiglio di evitarli a meno che non siate fan sfegatati dei gialli. E quindi, perché ho visto “Wake Up Dead Man”? Perché qualcosa nella trama, nella locandina, io non lo so, però mi aveva attirato. E ho fatto bene. A parte il cast pieno di stelle che ha sempre avuto la serie Knives Out, Daniel Craig è perfetto per questo ruolo. È ottimo, perché è un uomo di mezza età, disilluso e cinico, un investigatore sui generis: un po’ sulle sue, che non parla molto, brillante ma anche fallibile, umano, non un supereroe Marveliano. In “Wake Up Dead Man” la storia è che il reverendo di un piccolo paese dell’Upstate New York muore in circostanze assolutamente misteriose, ma più che altro impossibili. Il crimine perfetto è stato compiuto. Questo è l’unico dei tre film che, seppur essendo il più lungo, ha un ottimo ritmo, delle figure interessanti oltre al protagonista, una storia secondo me di una certa rilevanza e riesce a catturare lo spettatore. L’omicidio poi è molto più interessante rispetto agli altri due casi e mi ha divertito. C’è un momento addirittura in cui non si sa più che cosa è reale e che cosa è finto, e va bene così, perché avremo le risposte che meritiamo. Perché Benoit Blanc, alla fine, trova sempre il colpevole.
Lo trovi su: Netflix