"Masters of the Universe", dai giocattoli al cinema. Nostalgia, tanti muscoli e un futuro per He-Man

“I dominatori” sgangherati e tamarrissimi, ma stracult. Incrociamo tutti le dita: nuova versione in arrivo a giugno

Massimo Cavozzi
|2 ore fa
Una scena dal film "I dominatori dell'universo" (1987): a giugno uscirà la nuova versione
Una scena dal film "I dominatori dell'universo" (1987): a giugno uscirà la nuova versione
2 MIN DI LETTURA
Ci sono film che non invecchiano bene. E poi ci sono film che non sono mai stati giovani, ma hanno avuto comunque una vita lunga, rumorosa e affettuosa. “Masters of the universe” (1987), in Italia “I dominatori dell’universo”, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È uno di quei titoli che, quando lo rivedi oggi, non sai se ridere, commuoverti o chiederti perché lo stai riguardando. E spesso fai tutte e tre le cose contemporaneamente. Io l’ho visto per la prima volta da bambino, in un’epoca in cui He-Man non era solo un personaggio, era un simbolo. Aveva il caschetto biondo (stile Nino D’Angelo), i muscoli disegnati con l’aria compressa e una spada che risolveva qualsiasi problema di autostima. Il film, però, già allora aveva un che di strano: Eternia durava pochissimo, Skeletor parlava come se stesse recitando Shakespeare dopo una notte insonne e a un certo punto ci ritrovavamo nel New Jersey, ne l nostro mondo, come se Conan il Barbaro, all’improvviso, avesse preso la metro.
Il punto è che “Masters of the universe” non è semplicemente un brutto film. È un film che ci prova tantissimo, ci prova con Dolph Lundgren (reduce dal successo di “Rocky IV”), che fisicamente è He-Man al 110%, ma recita come se stesse ancora cercando il manuale di istruzioni del personaggio. Ci prova con Frank Langella, uno Skeletor teatrale, esagerato, talmente sopra le righe da sembrare consapevole di essere finito nel film sbagliato… ma deciso a dominarlo comunque. Ci prova con effetti speciali che oggi definiremmo “artigianali”, che allora erano il massimo che il budget e la speranza potessero offrire.
Rivederlo oggi è un’esperienza quasi antropologica, il cinema degli anni ’80 esplode sullo schermo: spalline invisibili, synth ovunque, cattivi che urlano, eroi che parlano poco ma stringono molto i pugni. È un film che nasce più come estensione di una pubblicità di giocattoli che come opera cinematografica e non fa nulla per nasconderlo. Ogni scena sembra pensata per diventare un action figure, ogni personaggio entra in campo come se stesse aspettando la propria confezione regalo. Eppure, ed è qui che scatta l’affetto, “Masters of the universe” ha un cuore. Sgangherato, certo, ma sincero.
È un film che crede davvero nel suo mondo, anche quando lo tradisce. Che prende sul serio il mito di He-Man, anche mentre lo trasporta in una palestra californiana mascherata da quotidianità. È ingenuo, sì. Ma è un’ingenuità che oggi, nell’epoca dei franchise iper-calcolati, suona quasi rivoluzionaria.
Altra nota alquanto trash sono i titoli di testa, che non omaggiano Superman: lo plagiano senza il minimo pudore, dalle scritte che volano nello spazio, la prospettiva cosmica e il movimento solenne delle lettere. E poi c’è la musica, il tema principale ricalca quello di “Superman” in modo talmente evidente da sembrare una cover non autorizzata suonata da una band di liceo molto ambiziosa; in ogni caso la colonna sonora, firmata da Bill Conti è l’elemento più convincente del film. Non stupisce che Hollywood, ciclicamente, torni a bussare alle porte di Eternia. Il nuovo film di “Masters of the universe”, in arrivo a giugno, nasce in un contesto completamente diverso.
Oggi i cinecomic e le saghe fantasy devono essere “epiche”, coerenti, stratificate, possibilmente con una mitologia spiegata in tre spin-off e due serie streaming. Il rischio è quello di perdere proprio ciò che rendeva speciale l’originale: la sua follia, la sua semplicità, il suo prendere un uomo in mutande di pelliccia e dire con convinzione: “Sì, questo è un eroe”.
Allo stesso tempo, la curiosità è tanta, perché He-Man, nel bene e nel male, è rimasto nell’immaginario collettivo. Perché Skeletor è ancora una delle icone villain più riconoscibili di sempre. E perché, in fondo, tutti noi vogliamo sapere se questa volta Eternia resterà Eternia, senza deviazioni terrestri non richieste. Se il film del 1987 era un sogno confuso di un bambino davanti alla tv del pomeriggio, il nuovo “Masters of the universe” ha l’occasione di essere una rilettura consapevole, magari ironica, ma rispettosa.
Non serve cancellare il passato: basta ricordarsi che, a volte, il vero potere di Grayskull sta proprio nelle sue crepe. E che anche un film imperfetto può diventare immortale, se arriva nel momento giusto della nostra vita. Io, intanto, la spada ce l’ho ancora. Non si illumina più, ma ogni tanto, quando nessuno mi guarda, la alzo lo stesso.