Nel podcast "Non ho ucciso Pasolini" Pelosi svela a Raffaella Fanelli i colpevoli dell'omicidio
Nel secondo podcast della serie "Storie nere" della giornalista d'inchiesta su Liberta.it
Claudia Labati
|5 giorni fa

Pier Paolo Pasolini
Se la prima puntata ci aveva portati nell'inferno della strage di Fiumicino, il secondo appuntamento con il podcast di Raffaella Fanelli, dal titolo emblematico "Non ho ucciso Pasolini", ci trascina tra la nebbia e il fango dell'Idroscalo di Ostia. Qui, nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, non moriva solo un poeta e regista visionario, ma veniva messo a tacere un intellettuale scomodo che, nelle sue inchieste, dichiarava apertamente "io so". Il cuore pulsante di questo episodio è, ancora una volta, l'ascolto diretto: la Fanelli recupera e propone la voce originale di Pino Pelosi, il "ragazzo di vita" condannato per l'omicidio, registrata durante un incontro del 2015. Sentire Pelosi descrivere l'aggressione subita da un gruppo di persone, il grido di Pasolini che invocava la madre e l'ombra di un uomo con la barba che dirigeva il massacro, trasforma la fredda verità processuale in un dubbio lacerante. Non è più solo un racconto, ma la cronaca di un'esecuzione collettiva che stride con la sentenza di un colpevole unico. L'indagine di Fanelli si addentra nei gangli del potere degli anni '70, collegando la morte di Pasolini al furto delle "pizze" del suo film Salò. Attraverso il contributo di Giovanni Lucifora e i riferimenti alle dichiarazioni di Maurizio Abbatino, boss della Banda della Magliana, il podcast delinea i contorni di un agguato premeditato. Il furto delle bobine non sarebbe stato altro che l'esca per attirare Pasolini in un luogo isolato e zittire per sempre chi stava per svelare verità enormi sui legami tra politica, stragismo e criminalità organizzata. Raffaella Fanelli non si limita a ricostruire i fatti, ma analizza con lucidità la superficialità delle indagini originali- dai DNA mai riscontrati sulla scena del crimine ai rapporti dei Carabinieri ignorati- e la narrazione infamante che servì a screditare Pasolini anche dopo la sua fine.
A rendere questa ricostruzione un’esperienza quasi cinematografica è il raffinato lavoro di post-produzione e sound design curato da Stefano Forzoni. La struttura sonora non si limita a fare da sfondo, ma utilizza con maestria tappeti ambientali che evocano l'atmosfera cupa di quella notte e un montaggio ritmico che esalta il contrasto tra la narrazione analitica della giornalista e le registrazioni d'epoca. Dal punto di vista tecnico, il podcast brilla per la capacità di restaurare l'autenticità di voci "sporche" e d'archivio, integrandole in un'architettura sonora moderna che mantiene alta la tensione narrativa. Un’indagine incompleta che diventa oggetto di analisi e di riflessione. Forse, a distanza di cinquant'anni, la vera domanda non è più chi lo abbia ucciso, ma chi abbia avuto interesse a chiudere il caso in questo modo.
A rendere questa ricostruzione un’esperienza quasi cinematografica è il raffinato lavoro di post-produzione e sound design curato da Stefano Forzoni. La struttura sonora non si limita a fare da sfondo, ma utilizza con maestria tappeti ambientali che evocano l'atmosfera cupa di quella notte e un montaggio ritmico che esalta il contrasto tra la narrazione analitica della giornalista e le registrazioni d'epoca. Dal punto di vista tecnico, il podcast brilla per la capacità di restaurare l'autenticità di voci "sporche" e d'archivio, integrandole in un'architettura sonora moderna che mantiene alta la tensione narrativa. Un’indagine incompleta che diventa oggetto di analisi e di riflessione. Forse, a distanza di cinquant'anni, la vera domanda non è più chi lo abbia ucciso, ma chi abbia avuto interesse a chiudere il caso in questo modo.

