Lo speleosubacqueo: «Là sotto la testa conta più di tutto»
Marcello Iacca, dell'organizzazione Phreatic, racconta la sua esperienza nelle esplorazioni di grotte di acqua dolce e salta
Filippo Lezoli
|3 mesi fa

«Quando sei là sotto se il fisico ti tradisce qualcuno ti può prestare il suo, ma se perdi la testa nessuno può dartela e non ne vieni più fuori». C’è un momento in cui la forza vera abita tutta nella mente ed è quella che comanda sui muscoli. Marcello Iacca, 42 anni, speleosubacqueo, ovvero uno che si immerge nelle grotte di acqua dolce e salata a grande profondità, lo sa per esperienza. Odontoiatra con l’ambulatorio a Piacenza, Iacca fa parte di Phreatic, organizzazione no profit con sede a Cala Gonone, in Sardegna, che raggruppa esploratori, scienziati e ricercatori: il loro scandagliare le profondità è di ausilio ai progetti scientifici di alcune università europee e dell’Università di Wellington in Nuova Zelanda, per questo collaborano soprattutto con biologi e idrogeologi.
Come tutti coloro che sono abituati a salutare la luce per immergersi nel buio con muta, bombola e pinne, ha seguito con attenzione la tragedia avvenuta alle Maldive dove hanno perso la vita cinque italiani, i cui corpi sono stati recuperati nella grotta di Alimathà pochi giorni fa da un team finlandese di soccorso. Iacca parte con una premessa: «Non abbiamo alcun elemento per potere valutare cosa sia avvenuto, ci sono indagini delle istituzioni maldiviane e Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Pertanto in merito non mi sento di dire nulla sia nel rispetto di chi è morto sia di chi è rimasto e soffre».
Marcello Iacca, lei è stato a fare immersioni nel Paese dell’Oceano indiano?
«Sì e sono salito a bordo del Duca di York, l’imbarcazione che ha portato i cinque italiani a compiere la loro immersione».
Può soltanto dire che impressione ne ha ricavato?
«La mia esperienza sul Duca di York è stata positiva. L’equipaggio che ci ha accompagnato è stato meticoloso e bene organizzato durante la fase di preparazione. Però, ripeto, è la mia esperienza».
Quando ci si spinge a certi limiti, anche nel caso di persone esperte, bisogna accettare l’imponderabile?
«In realtà una buona programmazione dovrebbe tendere a calcolare l’impossibile».




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