The Black Crowes: «Abbiamo ripreso a suonare e la musica ci ha salvati dal caos»

Chris e Rich Robinson parlano del nuovo album "A Pound of Feathers" che stanno presentando in tour negli Usa

Eleonora Bagarotti
|3 ore fa
Chris e Rich Robinson
Chris e Rich Robinson
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Ai fratelli Gallagher, ho sempre preferito i fratelli Robinson. Ai fighetti, i ruspanti. Tra malmostosità, liti in famiglia e reunion, alla “confezione” perfetta, e in grado di fare tantissimi soldi, preferisco la sostanza.
The Black Crowes ancora macinano chitarre - e lo fanno di brutto - facendo brillare quel vecchio diamante grezzo che si chiama rock’n’roll. Arrivano dal Sud, Atlanta, Georgia, e sappiamo tutti che questo, musicalmente, vuol dire molto. Un tratto distintivo, un vento, un’impronta diversa da qualsiasi altra.
Ai loro concerti ho spesso cantato, saltato, gioito e persino pianto di soddisfazione (sì che esistono anche le lacrime di soddisfazione, se siete dei rockettari lo sapete benissimo...).
Questa chiacchierata arriva in un flusso continuo, sgorga come acqua limpida e non stagnante. L’argomento è, soprattutto, l’ultimo album “A Pound of Feathers” e la loro disponibilità a parlare alla stampa mondiale mentre bruciano concerti su concerti (in questo momento, negli Stati Uniti). E di tempo per tornare in Europa, ed anche in Italia - l’ultima volta nel 2024 agli Arcimboldi - Chris, classe ‘66, e Rich, classe ‘69, ne hanno parecchio. Tanto che, rispetto ai loro riferimenti storici, sono ancora dei “giovinetti”.
Chris e Rich Robinson a inizio carriera
Chris e Rich Robinson a inizio carriera
«Suonare dal vivo è bellissimo» concordano i due, in passato, a un certo punto, divisi da un abisso. «Siamo stati capaci di costruire un ponte», spiega Rich, defilato. «E quel ponte si chiama musica», aggiunge Chris, pieno di energia.
Una musica bellissima, che porta la vostra firma nell’album “A Pound of Feathers”. C’è storia, ma anche freschezza. Sonorità potenti, testi diretti.
«Io e Rich scriviamo moltissimo. Buttiamo giù cose a getto, poi ci troviamo e collaboriamo molto bene».
«È stato così anche per quest’album. Ci siamo trovati e... 3,2,1 partenza! Le canzoni sono nate e cresciute».
È vero che lo avete registrato in una settimana?
«Verissimo, eravamo pronti. In un certo senso - dice Rich - quest’album è una naturale continuazione del precedente. C’era ancora un bellissimo flusso creativo».
«Io ho ammirato e ammiro moltissimo il modo di suonare di mio fratello. A mia volta, mi sono messo alla batteria, alle chitarre, ho cantato. Anche per i testi ci siamo subito confrontati ed è stato tutto immediato».
«Di fondamentale importanza è stato Jay Joyce, il nostro produttore. Avevamo lavorato già benissimo con lui per “Happiness Bastards” e speriamo di farlo anche in futuro».
La copertina dell'ultimo album
La copertina dell'ultimo album
I Corvi Neri sembrano davvero felici di aver ripreso il volo insieme.
«Lo siamo - prende subito la parola Chris -. Abbiamo superato i problemi di ego, che all’inizio c’erano. Oggi siamo in equilibrio con noi stessi e l’un l’altro, pur essendo totalmente diversi».
«Forse è anche questo aspetto che arricchisce la nostra musica perché, comunque, insieme guardiamo allo stesso orizzonte».
Nell’ultima sessione fotografica c’è Keith Richards sulla maglietta di Chris... vorrei saperne di più.
«I riferimenti sono quelli. I Led Zeppelin, per me, e tutto il Southern Rock. Ma anche Chuck Berry e compagnia bella... dentro ai Black Crowes c’è tutta quella storia lì. C’è il diavolo e l’acqua santa. La musica è ciò che ci salva dal caos, quello interiore e, soprattutto, quello del mondo. Grazie a lei, siamo vivi».