«L'intervento di Trump in Venezuela è da condannare, ma ora c'è speranza»

Resta la preoccupazione sulle sorti del Venezuela, Paese dov'è nata Cristina Mangiarotti e dove non riesce più a tornare dal 2013

Marco Vincenti
Marco Vincenti
|1 giorno fa
Giampietro Comolli e la moglie Cristina Mangiarotti
Giampietro Comolli e la moglie Cristina Mangiarotti
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«L'intervento di Trump in Venezuela è da condannare sotto il profilo del diritto internazionale, ma resta finalmente un segnale che possa stimolare a comprendere in quale disperata situazione di diritti umani, civili e sociali disattesi versa il popolo venezuelano da 26 anni. Peggio ancora dal 2013 con la salita al potere di Maduro». Tra i circa cento venezuelani che per motivi diversi vivono in provincia di Piacenza c’è anche Cristina Mangiarotti, nata e vissuta nel Paese sudamericano fino a trent’anni. Condivide con lei le preoccupazioni rispetto il presente e il futuro del Venezuela il marito Giampietro Comolli, giornalista e agronomo piacentino che dalla cattura a stelle e strisce di Maduro e consorte è in continuo contatto telefonico con amici e parenti residenti a Caracas e dintorni. «Sono giornate di apprensione – spiega – perché se da un lato l’intervento statunitense è condannabile per il mancato rispetto del diritto internazionale, dall’altro non è affatto scontato che quanto accaduto porti davvero a un cambiamento di regime». Eppure, qualcosa si muove e i figli della diaspora venezuelana tronano a sperare e, soprattutto, tronano a intravedere un ritorno a casa.
«Mia moglie non vede l’ora di tornare in Venezuela – commenta Comolli -, l’ultima volta è stata nel 2013 poco prima della morte di Chavez». «Nel 2018 il Venezuela contava 32 milioni di abitanti, oggi sono circa 24; uno stipendio considerato buono nel settore pubblico non supera i 500 dollari al mese, mentre una baguette costa due dollari. Chi ha potuto se n’è andato – osservano marito e moglie – chi non ha potuto vive in condizioni drammatiche». Per Cristina, come per molti figli della diaspora, l’idea di un ritorno smette timidamente di essere un sogno irrealizzabile. La speranza, però, resta vigilata. «L’arresto di Maduro, se confermato, non basta a restituire la libertà a un popolo – avverte Comolli –. Ci auguriamo solo che il tavolo delle trattative non si chiuda con la svendita del Paese».
«La domanda vera, oggi, è con quale coraggio il mondo delle manifestazioni pubbliche sostiene e difende Maduro e l'entourage al governo – concludono marito e moglie -, dove erano questi contestatori e sostenitori quando Maduro ha costretto più di 9 milioni di venezuelani ad abbandonare casa e famiglia in cerca di un pezzo di pane?»