Cento venezuelani a Piacenza. «Abbiamo paura di esultare»

I figli della diaspora: «I nostri genitori ancora lì, temiamo i seguaci di Maduro». La figlia dell'oppositore e la consigliera comunale nata in Venezuela

Elisa Malacalza
Elisa Malacalza
|1 giorno fa
Manifestanti a Caracas con la maglia “Venezuela libre” e due dei circa cento venezuelani a Piacenza: Alfredo Guerrero e Betzaida Mendoza
Manifestanti a Caracas con la maglia “Venezuela libre” e due dei circa cento venezuelani a Piacenza: Alfredo Guerrero e Betzaida Mendoza
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«Venezuela libre… siempre». È un sussurro che diventa grido strozzato in gola, tra lacrime, abbracci e telefoni che tacciono per prudenza. Nelle ore successive alla cattura di Nicolás Maduro, trasferito negli Stati Uniti e detenuto al Metropolitan Detention Center di Brooklyn in attesa di giudizio, la comunità venezuelana a Piacenza oscilla tra lo shock e una gioia trattenuta: «Vorremmo esultare, ma i nostri genitori sono ancora in Venezuela», ripetono in tanti. «Nessuno dei miei familiari posta nulla sui social. A un serpente puoi togliere la testa, ma ce ne sono altre», dice Betzaida Mendoza, arrivata a San Nicolò 21 anni fa. Nel Paese d’origine le sorelle fanno l’avvocata e l’insegnante: stipendi polverizzati dall’inflazione, farmaci introvabili, e quella “catastrofe sociopolitica” che ha marchiato un’intera generazione. «Sapevamo che qualcosa sarebbe successo», racconta, ricordando i mesi in cui - tra indiscrezioni e ricostruzioni di stampa - si parlava di un’operazione mirata a “far fuori Maduro”, con il crescente attivismo dei servizi statunitensi e la pianificazione di un raid speciale. Accanto a lei c’è la madre, bloccata in Italia per il caos dei voli: un paradosso che riflette il clima in patria, dove nelle ultime ore la paura ha rimesso in casa molti venezuelani.
Alfredo Guerrero, operaio a Grazzano Visconti, ricorda il giorno in cui, nel 2016, decise di fuggire: «Due dollari in tasca, autobus per Bogotá e poi l’Italia. Amo il mio Paese, ma non potrei tornare». Il suo trauma ha il sapore del pane razionato e delle code infinite: «Quaranta minuti a piedi per arrivare al supermercato di Valencia, in fila dalle 5 del mattino alle 18. Quando toccava a me, era tutto finito. Tornare al buio voleva dire rischiare l’assalto dei ladri». È l’istantanea di un modello economico imploso e di una sicurezza pubblica erosa fino all’osso.

«Non è politica ma lotta tra bene e male»

Tra chi non ha smesso un giorno di mobilitare coscienze c’è Vanessa Ledezma, figlia dell’ex sindaco metropolitano di Caracas e volto simbolo dell’opposizione. A Piacenza ha continuato per anni la sua battaglia, mentre il padre - dopo la detenzione a Ramo Verde e i domiciliari sotto la stretta sorveglianza degli agenti speciali - riusciva a riparare a Madrid. «Il Venezuela vive da decenni sotto una narco-dittatura travestita da socialismo e populismo, che ha portato solo distruzione, dolore e miseria. Questa non è una lotta politica, è una lotta tra bene e male», afferma. Il suo sguardo è rivolto al futuro e a una transizione democratica che restituisca voce a un popolo «che da anni chiede giustizia per la censura, i prigionieri politici e i civili uccisi durante manifestazioni pacifiche». Secondo Ledezma, l’operazione che ha portato all’arresto è stata «mirata contro Maduro, capo di un sistema criminale e del più grande cartello del narcotraffico», autoproclamatosi presidente dopo consultazioni elettorali fraudolente, nonostante - sostiene - la «schiacciante» affermazione del leader d’opposizione Edmundo González Urrutia. In queste stesse ore, mentre i riflettori internazionali si concentrano su New York e Caracas, diverse testate ricordano che la procura federale statunitense contesta a Maduro capi d’imputazione per narco-terrorismo e traffico di cocaina, riprendendo un filone aperto già nel 2020, e che la vicepresidente Delcy Rodríguez è stata indicata - in base a decisioni interne contestate - come presidente ad interim in assenza del capo dello Stato. 

«Cautela, parole precise e responsabilità»

Nelle stesse ore, Angela Fugazza, consigliera comunale del gruppo civico “Per Piacenza” e nata a Valencia (Venezuela), invita alla prudenza: «Questa storia non può essere compressa in letture rapide o semplificate. Le ideologie dovrebbero fare un passo indietro: non si tratta di schierarsi, ma di comprendere una ricerca disperata e ostinata di democrazia». E aggiunge: «È noto che Maduro non sia riconosciuto da molti come presidente legittimo ed è noto che su di lui pendano accuse di narcotraffico: anche per questo le parole devono essere scelte con attenzione, precisione e senso di responsabilità». Nel frattempo, i media internazionali documentano immagini del trasferimento e della permanenza di Maduro negli uffici della DEA e poi all’MDC di Brooklyn, mentre le autorità americane parlano di un’operazione condotta in coordinamento con le forze dell’ordine federali e battezzata “Absolute Resolve”.

"Traumi ordinari", speranze straordinarie

Nel mosaico piacentino, i traumi ordinari della diaspora - famiglie spezzate, lauree senza futuro, ospedali senza farmaci - si traducono in gesti minimi: una maglia gialla-blu-rossa riemersa dall’armadio, un messaggio trattenuto, una telefonata a senso unico verso Caracas. «Forse ci sarà un prezzo da pagare - riflette Betzaida - ma non sarà peggio di quello che abbiamo vissuto». Un pensiero corre alla nipote, medicina interrotta perché «in corsia non c’era nulla con cui curare i pazienti». Oggi il Venezuela respira, dicono in molti, ma resta la consapevolezza che il capitolo che si apre sarà difficile: tra gli appelli alla moderazione delle cancellerie europee, le condanne di Mosca e Pechino, e i dubbi giuridici sollevati dagli organismi internazionali sul quadro dell’operazione militare, la priorità - ripetono da Piacenza - è proteggere i familiari rimasti in patria e tornare a casa quando sarà possibile, «perché i figli conoscano le radici non attraverso il dolore dell’esilio, ma nella libertà di un Paese che rinasce».