Flipper, Inter e tamarindo: con la serranda del bar Gatti a Gragnano si chiude un'epoca

Dal Totocalcio ai Ramarri, dagli anolini alle serate nerazzurre con Moratti: Giangiacomo Schiavi rievoca vicende e personaggi dello storico locale, che chiude dopo 142 anni e 53 anni di gestione di Carlo Gatti.

Redazione Online
|2 ore fa
La vittoria ai Mondiali del 1982 festeggiata al bar Gatti di Gragnano
La vittoria ai Mondiali del 1982 festeggiata al bar Gatti di Gragnano
3 MIN DI LETTURA
Al bar Gatti di Gragnano un grande striscione nerazzurro per festeggiare lo scudetto dell'Inter.
Al bar Gatti di Gragnano un grande striscione nerazzurro per festeggiare lo scudetto dell'Inter.
di GIANGIACOMO SCHIAVI*
Forse vale solo per noi che lì dentro ci siamo cresciuti, passando dai ghiaccioli al tamarindo alle prime sigarette a scrocco, ma il bar Gatti che chiude a Gragnano è il funerale di un’epoca, il segno di un tempo finito, scampato fino a ieri al reset della memoria. Bisogna essere boomers per ricordare ai più giovani che cos’era e che cosa è stato, per dare il senso a un addio che si consuma con qualche malinconia, ma la serranda abbassata in quella piazza con la Chiesa al centro del paese dice molto sulla generazione fortunata che ha vissuto il Dopoguerra e il boom: distilla nostalgie e si porta via qualche sogno, perché al bar Gatti, come nella canzone di Guccini, "la gente che ci andava a bere, dentro o fuori è tutta morta…".
Io c’ero appena ieri, quando il bar era come una seconda casa per gli uomini del paese (le donne no, stavano fuori perché vigeva un assurdo proibizionismo di stampo maschilista) e c’ero quando ogni domenica si radunava in quell’asfissiante fumeria il popolo del Totocalcio, con la radiolina all’orecchio e la schedina in mano, sovrastando con la voce di Ciotti e di Ameri l’imprecazione di chi aveva perso il “settebello” a scopa. Noi si cercava un posto senza obbligo di consumazione, al massimo un semplice “mottarello”, e poi tutti attorno al flipper per vedere se qualcuno batteva il record del punteggio oppure a spiare i giocatori di carte, i Losi, i Magnani, l’Anacleto e quelli che non avevano nomi ma soprannomi, Cecc, Tanai, Danni, Giulein… Gente che ha poi lasciato il testimone e il tavolo da gioco alle nuove tendenze, con l’autorevole alpinoruspista Cianello spalleggiato dal geometra Bruschi, abituèe dell’asso pigliatutto.
C’erano sei salumerie, tre macellerie, due negozi di frutta e verdura, la polleria e cinque osterie a Gragnano negli anni tra i Sessanta e i Settanta. Il bar Gatti era al top: cucinava gli anoli o silenti, e aveva quello che mancava a tutti gli altri, un pergolato aperto sulla piazza della Chiesa. Era un posto ambito, immortalato anche nel dialetto: “Al tulon d’la gatta”.
Il titolare erede della storica famiglia, per tutti era “il Battista”, un sacerdote laico nato per essere barman, capace di trasformare il caffè Musetti in un capolavoro degno di Cova e del Saint Ambreus: super. Il vino che serviva dalla mattina alla sera a prezzi popolari si chiamava “Acqua del nonno” e lo miscelava con calma e rigore da cerimoniere gentleman. Manteneva l’aplomb anche quando segnava l’Inter, la squadra del cuore, lasciando alla moglie Elsa il compito dell’esultanza: era lei la vera trascinatrice, insuperabile nella bomba di riso servita per i clienti raffinati al piano di sopra e capace di far commuovere con gli anolini e i tortelli anche Mas-simo Moratti e la moglie Milly, messi a tavola nel bar in una memorabile serata nerazzurra.
Mitologico per l’intera provincia il bar Gatti lo diventò con i Ramarri, la squadra più bella e sfortunata del torneo notturno in quel campo di calcio chiamato Piccolo Maracanà: per anni fu quartier generale, luogo di concitati processi calcistici, archivio storico di sentimenti e passioni. Carlo Gatti, figlio di Gianbattista, ultimo della dinastia a tener banco con la moglie Anna, custodisce con amore maglie e ricordi. A chi si stupisce per la chiusura ripete con orgoglio: «Siamo qui dal 1884 e siamo diventati bottega storica. Dire addio non è facile, ma dopo 53 anni di lavoro ho bisogno di riposo ».
Alle pareti ci sono le fotografie di un altro secolo e di un altro mondo, immagini di un passato che sembra trapassato, cartoline di paese, luoghi e facce che ricordano il vissuto tra un bicchiere e una partita a carte, i muratori in canottiera con lo stecchetto tra i denti, l’amaro Cora sul bancone e la grappa pronta per il caffè corretto. Io ricordo quando davanti al bar si fermava per la tara e la pesatura il camion con i manzi del signor Oleotti, detto l’Uliot, uno che sulla Cinquecento caricava anche il vitello con la balla di paglia. Agricoltori, campari, sensali, operai, maestri, medici e impiegati, specie umane antropologicamente definite, spavaldi e strambi, ricchi e poveri, hanno fatto tappa per anni al bar Gatti: esagerando un po’ mi viene da dire che una generazione di provincia ha incrociato lì un pezzo di mondo,mentre l’Italia ballava il twist e la politica si srotolava nei piani edilizi di Fanfani e nel centro sinistra di Nenni e Moro.
Transeat, dicevano i latini, passiamo oltre. È in corso una mutazione d’epoca nei paesi dove chiudono panetterie, fruttivendoli, fioristi e non si trova il barbiere. C’è la corsa ai supermarket e dietro molti banconi ci sono i cinesi... Il bar Gatti ha cercato di restare in campo fino ai supplementari, ma la sua partita era già finita. Questo è il tempo delle apericene, dell’aperitivo rinforzato, del panino giusto, delle birrerie che aprono a mezzanotte e dei rider che servono a domicilio. A Gragnano la piazza della chiesa è deserta, non ci sono turisti o studenti universitari. Restano i giocatori di carte, ormai residuali. Il bar Gatti come il vecchio flipper. Game over. Ma io gli ho voluto bene.
* Già vicedirettore del Corriere della Sera