Garlasco, da caso giudiziario è diventato solo spettacolo
L'editoriale di Raffaella Fanelli su Libertà
Redazione
|19 ore fa

Raffaella Fanelli
di Raffaella Fanelli
Spettacoli teatrali, libri a profusione, risse televisive e giornalisti che registrano colleghi di nascosto: sul caso Garlasco si è ormai creato un ecosistema a parte. Negli spettacoli teatrali compaiono giornalisti e avvocati in scena - con truccatori e parrucchieri al seguito - quasi fossero il cast in tournée di una telenovela più che professionisti del diritto e dell’informazione. Nel frattempo non mancano esposti, querele e scontri sui social, con il dibattito che si sposta continuamente tra carta stampata, studi televisivi e bacheche online.
Insomma, più che un caso giudiziario sembra una produzione continua, dove tutto diventa spettacolo e lo spettacolo finisce per inghiottire il resto, compresa la verità. Perché chi per mesi si è fatto protagonista di cartoline per “liberare Alberto”, chi si è intossicato in prima serata inalando ninidrina, chi ha mostrato la biancheria intima di Chiara Poggi tra “draghetti mangia-peni” e foto della scena del crimine, sembra aver dimenticato che esiste una sentenza passata in giudicato, che solo altri giudici possono, eventualmente, mettere in discussione. Nessun altro. Questa diretta permanente è inaccettabile.
È una sorta di follia collettiva, nella quale si insinua il sospetto che a scatenarla sia stato qualcuno che non aveva alcuna intenzione di tornare libero, mostrandosi accanto alla sua ex o nuova fidanzata, additato e ricordato come quello che ha ucciso a martellate una ragazza di ventisei anni. Il dubbio c’è, l’operazione è riuscita. E il paziente Andrea Sempio è già morto portandosi appresso la dignità di un magistrato accusato di aver preso soldi per archiviare inchieste. Non so se Sempio sia colpevole o innocente. Nel frattempo si è costruito un vero e proprio caravanserraglio narrativo: prima le cugine, poi il fratello della vittima, poi l’amico morto suicida, poi una gravidanza fra consanguinei, poi le sette sataniche, poi i preti pedofili, poi la relazione omosessuale da tenere nascosta… mancava giusto la monnezza in discarica, e infatti è arrivata anche quella. In questo crescendo quasi letterario, alla fine il cerchio si chiude su un unico protagonista: Andrea Sempio, che sarebbe stato invaghito di Chiara e quindi, per estensione narrativa, arriva anche tutto il resto.
Lei che lo respinge, lui che si arrabbia, e poi lei che lo accoglie in casa in pigiama al mattino e che lo fa pure accomodare sul divano. Un andamento che, più che un’indagine, sembra una sceneggiatura in continua riscrittura. Tutto può anche apparire plausibile, se preso a blocchi. Resta però il punto centrale: il GUP chiamato a decidere sull’eventuale rinvio a giudizio deve farlo oltre ogni ragionevole dubbio, non dentro trecento pagine di suggestioni, accumuli e narrazioni stratificate, in cui la responsabilità di un uomo resta, ad oggi, tutta da dimostrare.
Intanto, tra talk show, podcast, social network e giornali, le famiglie vanno a gambe all’aria: si scoprono tradimenti con vigili del fuoco, avvocati “cuccioli”, allegre cene con registratori al seguito, ex generali paragonati al testardo Fonzie di Happy Days e amicizie storiche tra conduttori e criminologhe che saltano come una bomba a Nagasaki…Il tutto mentre ogni dettaglio diventa una “svolta” e ogni indiscrezione una “prova choc”: ma chi è che continua a lanciare le notizie come ossa da rosicchiare, pronte per essere raccolte e pubblicate? A trasformare Sempio in mostro ci sarebbero anche i suoi soliloqui, comprensibili solo alle orecchie di chi sta indagando come, in passato, furono chiari e inequivocabili quelli di Michele Misseri solo agli investigatori tarantini. A questo punto più che un’indagine serve una campagna di prevenzione.
Perché parlare da soli, in certi casi, sembra nuocere gravemente alla salute. Nel caso Misseri, tra monologhi, confessioni e cambi di versione, alla fine a pagare sono state la moglie e la figlia, condannate per l’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi. Nel caso Sempio, invece, quei monologhi sbiascicati vengono già indicati come elementi a suo carico. E la cosa più surreale è che sapeva pure di essere intercettato. A questo punto le opzioni sono due: o è un genio del male oppure siamo semplicemente davanti a un cretino.
In effetti ci sarebbe anche una terza ipotesi ma non si può pensare che in procura, a Pavia, ci siano sordi che non vogliono sentire. Se ai magistrati si chiede di indagare, a noi giornalisti viene chiesta la cronaca dei fatti. Possiamo costruire il personaggio del bravo ragazzo con gli occhi azzurri ma abbiamo il dovere di ricordare ciò che disse (ed è a verbale!) per giustificare la presenza del materiale biologico di Chiara sui pedali della bici nera. Messo alle strette, il bravo ragazzo ipotizzò che Chiara avesse avuto il ciclo mestruale in quei giorni e che lui, recandosi a casa sua con la bicicletta, potesse averne calpestato accidentalmente alcune tracce.
Possiamo dimenticare il laureato in Bocconi fotografato al mare, tra sole e baci, con una bionda avvocatessa ma non possiamo permettere che zozzerie varie infanghino i familiari della vittima: “Marco non era in montagna, quel giorno… Le luci a casa della nonna erano accese… L’allarme disinserito una seconda volta”, e così via, fino alle relazioni omosessuali. Che poi, mica si uccide per questo e, infatti, andare oltre il pettegolezzo, per arrivare all’infamità di una gravidanza fra consanguinei, il passo è stato breve. Allora avanti tutta con le zozzerie ma ricordiamoci di ricordare il simpatico draghetto “mangia-peni” e l’inquietante raccolta “Militare” prima di alimentare sospetti e organizzare schieramenti giornalistici in studio.
Perché chi si vanta di avere in tasca una tessera rossa ha il dovere di raccontare le indagini non di insinuare o di costruire colpevoli, né può dimenticare sentenze passate in giudicato. Un conto è informare, un altro è trasformare il sospetto in una condanna preventiva. Quello che è stato detto e scritto sulle sorelle Cappa e le insinuazioni sul fratello di Chiara Poggi sono atti persecutori belli e buoni, culminati con teorie morbose e deliranti. A questo punto diventa inevitabile chiedersi se non serva un intervento più netto dell’Ordine dei Giornalisti. Perché la libertà di stampa è un pilastro fondamentale della democrazia, ma non può permettersi di istituire campagne permanenti di sospetto sulla pelle delle persone. Non si assiste più a un confronto giornalistico, ma spesso a uno spettacolo sguaiato in cui opinionisti, cronisti, influencer e presunti esperti si sfidano nei talk show a colpi di urla, accuse reciproche e insinuazioni.
Giornalisti che interrompono altri giornalisti, ospiti che si insultano in diretta, ricostruzioni improvvisate trasformate in verità assolute nel giro di pochi minuti. In tutto questo viene spontaneo chiedersi: dov’è l’Ordine dei Giornalisti? Perché se il giornalismo rinuncia alle proprie regole fondamentali - verifica delle fonti, prudenza, distinzione tra opinioni e fatti - allora diventa difficile capire cosa lo distingua dal caos dei social o da chiunque accenda una telecamera e decida di improvvisarsi investigatore, opinionista o criminologo. Il problema nasce quando figure prive di credibilità professionale, o addirittura persone finite sotto indagine per truffa o diffusione di notizie false, vengono legittimate dal sistema televisivo e invitate nei programmi di prima serata come fossero fonti autorevoli.
Così facendo il pubblico viene trascinato in una giungla comunicativa dove tutto sembra avere lo stesso valore: il lavoro di un cronista serio e verificato finisce sullo stesso piano delle teorie gridate da personaggi che vivono di visualizzazioni e provocazioni. E il rischio più grave è proprio questo: che l’autorevolezza non venga più riconosciuta, che la competenza venga sostituita dal clamore, che il numero di follower conti più dell’affidabilità delle informazioni.
In Italia esiste un problema antico: la fascinazione collettiva per il “mostro”. Ogni grande caso di cronaca sembra aver bisogno di un volto da esibire quotidianamente, per via Poma c’è stato prima Raniero Busco (processato e innocente), poi Mario Vanacore (sulla graticola da anni), per Garlasco ci sono Alberto Stasi (processato e condannato) e Andrea Sempio (gettato nell’arena da costosi investigatori privati) e non importa quanto il quadro probatorio sia fragile, discusso o ancora in costruzione, l’importante è avere il mostro. Ma il rischio per i presunti colpevoli è devastante.
Perché una persona può essere assolta in tribunale e restare colpevole nell’immaginario collettivo per tutta la vita grazie alle bufalate urlate e date per vere in uno studio televisivo. Non dovrebbe interessarci - né dovremmo pubblicare - come, quanto e con chi fa sesso un indagato. Non dovremmo cercare noi le sue ex fidanzate per chiedere delle abitudini intime né pubblicare le notizie su relazioni extraconiugali di familiari e affini. Negli studi televisivi devono entrarci le notizie e non le gare.
Non gli schieramenti. Non “penne” contattate da avvocati che puntano alla visibilità e al polverone. Al momento c’è un tizio condannato per aver fracassato il cranio della fidanzata a martellate. C’è un tizio che è stato assolto dall’accusa di pedopornografia perché un avvocato bravo - anzi, bravissimo - è riuscito a insinuare un dubbio: “Avete la prova che il mio cliente abbia guardato quei video?”. I file erano sul suo computer.
E allora la domanda che facciamo a chi ci legge è questa: cosa faresti se, sul computer della persona con cui hai una relazione, dentro una cartella denominata “Militare”, ti capitasse di trovare video del genere? Il movente forse è da ricercare altrove e non nei diari di Sempio. C’è una sentenza passata in giudicato che la stampa sta ignorando. E il rischio è che la ricerca della verità venga sostituita dalla ricerca dello share. E quando accade, perdono tutti: l’informazione, la giustizia e perfino il pubblico, convinto di assistere a un’inchiesta mentre sta semplicemente consumando spettacolo.
È una sorta di follia collettiva, nella quale si insinua il sospetto che a scatenarla sia stato qualcuno che non aveva alcuna intenzione di tornare libero, mostrandosi accanto alla sua ex o nuova fidanzata, additato e ricordato come quello che ha ucciso a martellate una ragazza di ventisei anni. Il dubbio c’è, l’operazione è riuscita. E il paziente Andrea Sempio è già morto portandosi appresso la dignità di un magistrato accusato di aver preso soldi per archiviare inchieste.
Non so se Sempio sia colpevole o innocente. Nel frattempo si è costruito un vero e proprio caravanserraglio narrativo: prima le cugine, poi il fratello della vittima, poi l’amico morto suicida, poi una gravidanza fra consanguinei, poi le sette sataniche, poi i preti pedofili, poi la relazione omosessuale da tenere nascosta… mancava giusto la monnezza in discarica, e infatti è arrivata anche quella. In questo crescendo quasi letterario, alla fine il cerchio si chiude su un unico protagonista: Andrea Sempio, che sarebbe stato invaghito di Chiara e quindi, per estensione narrativa, arriva anche tutto il resto. Lei che lo respinge, lui che si arrabbia, e poi lei che lo accoglie in casa in pigiama al mattino e che lo fa pure accomodare sul divano. Un andamento che, più che un’indagine, sembra una sceneggiatura in continua riscrittura.
Tutto può anche apparire plausibile, se preso a blocchi. Resta però il punto centrale: il GUP chiamato a decidere sull’eventuale rinvio a giudizio deve farlo oltre ogni ragionevole dubbio, non dentro trecento pagine di suggestioni, accumuli e narrazioni stratificate, in cui la responsabilità di un uomo resta, ad oggi, tutta da dimostrare.
Intanto, tra talk show, podcast, social network e giornali, le famiglie vanno a gambe all’aria: si scoprono tradimenti con vigili del fuoco, avvocati “cuccioli”, allegre cene con registratori al seguito, ex generali paragonati al testardo Fonzie di Happy Days e amicizie storiche tra conduttori e criminologhe che saltano come una bomba a Nagasaki…Il tutto mentre ogni dettaglio diventa una “svolta” e ogni indiscrezione una “prova choc”: ma chi è che continua a lanciare le notizie come ossa da rosicchiare, pronte per essere raccolte e pubblicate?
A trasformare Sempio in mostro ci sarebbero anche i suoi soliloqui, comprensibili solo alle orecchie di chi sta indagando come, in passato, furono chiari e inequivocabili quelli di Michele Misseri solo agli investigatori tarantini. A questo punto più che un’indagine serve una campagna di prevenzione. Perché parlare da soli, in certi casi, sembra nuocere gravemente alla salute. Nel caso Misseri, tra monologhi, confessioni e cambi di versione, alla fine a pagare sono state la moglie e la figlia, condannate per l’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi. Nel caso Sempio, invece, quei monologhi sbiascicati vengono già indicati come elementi a suo carico. E la cosa più surreale è che sapeva pure di essere intercettato. A questo punto le opzioni sono due: o è un genio del male oppure siamo semplicemente davanti a un cretino. In effetti ci sarebbe anche una terza ipotesi ma non si può pensare che in procura, a Pavia, ci siano sordi che non vogliono sentire.
Se ai magistrati si chiede di indagare, a noi giornalisti viene chiesta la cronaca dei fatti. Possiamo costruire il personaggio del bravo ragazzo con gli occhi azzurri ma abbiamo il dovere di ricordare ciò che disse (ed è a verbale!) per giustificare la presenza del materiale biologico di Chiara sui pedali della bici nera. Messo alle strette, il bravo ragazzo ipotizzò che Chiara avesse avuto il ciclo mestruale in quei giorni e che lui, recandosi a casa sua con la bicicletta, potesse averne calpestato accidentalmente alcune tracce. Possiamo dimenticare il laureato in Bocconi fotografato al mare, tra sole e baci, con una bionda avvocatessa ma non possiamo permettere che zozzerie varie infanghino i familiari della vittima: “Marco non era in montagna, quel giorno… Le luci a casa della nonna erano accese…
L’allarme disinserito una seconda volta”, e così via, fino alle relazioni omosessuali. Che poi, mica si uccide per questo e, infatti, andare oltre il pettegolezzo, per arrivare all’infamità di una gravidanza fra consanguinei, il passo è stato breve. Allora avanti tutta con le zozzerie ma ricordiamoci di ricordare il simpatico draghetto “mangia-peni” e l’inquietante raccolta “Militare” prima di alimentare sospetti e organizzare schieramenti giornalistici in studio. Perché chi si vanta di avere in tasca una tessera rossa ha il dovere di raccontare le indagini non di insinuare o di costruire colpevoli, né può dimenticare sentenze passate in giudicato. Un conto è informare, un altro è trasformare il sospetto in una condanna preventiva. Quello che è stato detto e scritto sulle sorelle Cappa e le insinuazioni sul fratello di Chiara Poggi sono atti persecutori belli e buoni, culminati con teorie morbose e deliranti.
A questo punto diventa inevitabile chiedersi se non serva un intervento più netto dell’Ordine dei Giornalisti. Perché la libertà di stampa è un pilastro fondamentale della democrazia, ma non può permettersi di istituire campagne permanenti di sospetto sulla pelle delle persone. Non si assiste più a un confronto giornalistico, ma spesso a uno spettacolo sguaiato in cui opinionisti, cronisti, influencer e presunti esperti si sfidano nei talk show a colpi di urla, accuse reciproche e insinuazioni. Giornalisti che interrompono altri giornalisti, ospiti che si insultano in diretta, ricostruzioni improvvisate trasformate in verità assolute nel giro di pochi minuti. In tutto questo viene spontaneo chiedersi: dov’è l’Ordine dei Giornalisti?
Perché se il giornalismo rinuncia alle proprie regole fondamentali - verifica delle fonti, prudenza, distinzione tra opinioni e fatti - allora diventa difficile capire cosa lo distingua dal caos dei social o da chiunque accenda una telecamera e decida di improvvisarsi investigatore, opinionista o criminologo. Il problema nasce quando figure prive di credibilità professionale, o addirittura persone finite sotto indagine per truffa o diffusione di notizie false, vengono legittimate dal sistema televisivo e invitate nei programmi di prima serata come fossero fonti autorevoli. Così facendo il pubblico viene trascinato in una giungla comunicativa dove tutto sembra avere lo stesso valore: il lavoro di un cronista serio e verificato finisce sullo stesso piano delle teorie gridate da personaggi che vivono di visualizzazioni e provocazioni. E il rischio più grave è proprio questo: che l’autorevolezza non venga più riconosciuta, che la competenza venga sostituita dal clamore, che il numero di follower conti più dell’affidabilità delle informazioni.
In Italia esiste un problema antico: la fascinazione collettiva per il “mostro”. Ogni grande caso di cronaca sembra aver bisogno di un volto da esibire quotidianamente, per via Poma c’è stato prima Raniero Busco (processato e innocente), poi Mario Vanacore (sulla graticola da anni), per Garlasco ci sono Alberto Stasi (processato e condannato) e Andrea Sempio (gettato nell’arena da costosi investigatori privati) e non importa quanto il quadro probatorio sia fragile, discusso o ancora in costruzione, l’importante è avere il mostro. Ma il rischio per i presunti colpevoli è devastante. Perché una persona può essere assolta in tribunale e restare colpevole nell’immaginario collettivo per tutta la vita grazie alle bufalate urlate e date per vere in uno studio televisivo.
Non dovrebbe interessarci - né dovremmo pubblicare - come, quanto e con chi fa sesso un indagato. Non dovremmo cercare noi le sue ex fidanzate per chiedere delle abitudini intime né pubblicare le notizie su relazioni extraconiugali di familiari e affini. Negli studi televisivi devono entrarci le notizie e non le gare. Non gli schieramenti. Non “penne” contattate da avvocati che puntano alla visibilità e al polverone. Al momento c’è un tizio condannato per aver fracassato il cranio della fidanzata a martellate. C’è un tizio che è stato assolto dall’accusa di pedopornografia perché un avvocato bravo - anzi, bravissimo - è riuscito a insinuare un dubbio: “Avete la prova che il mio cliente abbia guardato quei video?”. I file erano sul suo computer.
E allora la domanda che facciamo a chi ci legge è questa: cosa faresti se, sul computer della persona con cui hai una relazione, dentro una cartella denominata “Militare”, ti capitasse di trovare video del genere? Il movente forse è da ricercare altrove e non nei diari di Sempio. C’è una sentenza passata in giudicato che la stampa sta ignorando. E il rischio è che la ricerca della verità venga sostituita dalla ricerca dello share. E quando accade, perdono tutti: l’informazione, la giustizia e perfino il pubblico, convinto di assistere a un’inchiesta mentre sta semplicemente consumando spettacolo.

