I lupi uccidono Osso, cane di Serra. «Ho pensato: me ne vado da qui»

Il giornalista, che vive in Alta Val Tidone, in lacrime per l’amico adottato 6 anni fa

Elisa Malacalza
Elisa Malacalza
|2 ore fa
I lupi uccidono Osso, cane di Serra. «Ho pensato: me ne vado da qui»
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Ha attraversato col cuore in gola un campo di erba medica - si vedeva il passaggio di animali - ed è salito con altri tre, «lungo il breve percorso c’erano chiazze di sangue», scrive il giornalista e scrittore Michele Serra nella sua rubrica su IlPost. «Dopo un centinaio di metri la fenditura si apriva in un grande cerchio dove l’erba era appiattita. Al centro del cerchio c’era il mio cane sbranato dai lupi».
Lo chiamiamo: parlare è troppo doloroso, è riuscito solo a scrivere la newsletter, di getto («Anche le dita sulla tastiera mi fanno male», si legge), scavando in quel lago di dolore ancestrale che fa pendola tra la lucidità del “la natura fa il suo corso” e il “io, da qui, me ne vado”. Non c’è più Heidi, né Bambi, né retorica davanti al proprio cane ucciso. E alla domanda come stai?, Serra risponde così, «male». Un cane è un pezzo di famiglia, oggi. Trovarlo sbranato dai lupi è qualcosa che tiene svegli, la notte.
Si chiamava Osso, aveva il fiuto del cane da caccia. Dieci chili di piccolo segugio. Ha seguito una traccia: è finito che ad essere cacciato è stato lui, nel peggiore dei modi. Lo hanno trovato alle 11 di mattina del 2 maggio. «Il dolore è fisico», scrive Serra, pur precisando di sapere che nel mondo ci sono le guerre. Però: «Chi ha un cane lo sa».
Sono passati 6 anni da quando Serra lo aveva visto sbucare dal bosco, denutrito, stremato, terrorizzato dagli esseri umani, forse perché era stato abbandonato o perso durante le prime battute di caccia: era finito in casa Serra, amato. Una storia che sembrava uscita intatta da una favola di Esopo, con Osso quasi essere mitologico, e infatti Serra aveva scritto un libro per bambini, “Osso. Anche i cani sognano”, edito da Feltrinelli, toccante storia dell’incontro tra un vecchio solitario e un cane randagio emaciato.
Osso, che ora sta in una fossa tra i cipressi vicino a Tassara di Alta Val Tidone, «è uno dei cinque cani predati in pochi giorni in zona», sottolineano alcuni. Anche sei pecore sono stata uccise, vicino alla casa di Serra, il giorno prima di Osso. Sono quelle di Vittorio Righini, che già nel 2021 aveva pianto il suo maremmano: si chiamava Uno.
Serra racconta: «Il primo pensiero, quando ho ritrovato quanto restava del mio cane, è stato: non si può vivere qui, me ne vado». Tirato il fiato, prova a restare, vicino alla tomba di Osso. Ma avverte: «Quando non si governa un fenomeno, sfugge di mano. Quando avverti, nella risposta delle autorità, una preoccupante vaghezza, si fa strada il “fai da te” che peggiora sempre i problemi, e anche gli umori. La specie è in pericolo se si rinuncia a governarla. Le doppiette e le esche avvelenate (l’arma dei vigliacchi) provvedono a falcidiare ciò che deve essere protetto, e tutelato, anche utilizzando la selezione». Aggiunge, Serra: «Recinzioni e cani da pastore aiutano, ma non bastano. Non si può vivere sempre reclusi quando davanti agli occhi hai monti, boschi e spazi sconfinati».
Il sindaco Franco Albertini dice di aver ricevuto più segnalazioni: «Ci sarebbe un branco che sta purtroppo diventando pericoloso. Noi qui abbiamo investito molto sullo sviluppo turistico, sul tartufo, sui sentieri. Crediamo nel turismo dolce. La gente non può avere il terrore di andare per i boschi. Una decisione va presa, seriamente».