Capannone anti-mafia, «Dieci anni di energia e di responsabilità»
Cristian Brusamonti
|2 ore fa

Dieci anni di capannone. Eppure, sembra ieri quando Calendasco di svegliava con la “sorpresa” di un bene confiscato alla mafia, a cui era seguita una vera e propria lotta prima di poter recuperare quell’edificio a fini pubblici: a Ponte Trebbia, sabato 7 marzo, la ricorrenza è stata l’occasione per ripercorrere dieci anni di storia del capannone “Rita Atria” confiscato alla mafia. Simbolo di legalità, ieri ha ospitato eccezionalmente il consiglio comunale, alla presenza dell’assessora regionale Elena Mazzoni. Dieci anni di capannone ma anche trent’anni della legge 109 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, diretta conseguenza della legge Rognoni-La Torre del 1982 sull’associazione mafiosa.
«Questo decennale indica che c’è stata in origine una volontà precisa: il Comune ha scelto di acquisire questo bene, anche se non era obbligato a farlo», spiega in consiglio il sindaco di Calendasco Filippo Zangrandi. «È stata fatta un’assunzione di responsabilità. In quella riunione pubblica di dieci anni fa, quando venne annunciata la presenza del bene confiscato, c’era molta incredulità perché nessuno pensava alla mafia “della porta accanto”. Ma quel sentimento si è trasformato in energia: si è fatto festa e sono state dipinte le mani colorate alle pareti, per appropriarsi del bene». Negli anni il capannone è diventato sede di protezione civile e del campo estivo dell’associazione Libera, ha ospitato importanti testimoni della lotta alla mafia, ambulatori medici e seggi elettorali, diventato aula prove per i percussionisti del conservatorio Nicolini durante il Covid, sedute di yoga e ginnastica dolce e di recente ha ospitato anche il restauro delle capriate delle ex scuderie del castello.









