AI-h: quando l'Intelligenza artificiale impara ad ascoltare l'emergenza
Presentato nell'aprile 2024, il brevetto mira a fare ordine sulle informazioni del paziente nei momenti più concitati dell'emergenza
Fabrizia Malgieri
|2 ore fa

L'Intelligenza artificiale può essere molto utile in ambito medico
C’è un attimo, tra l’istante in cui accade qualcosa di grave e il momento in cui i soccorsi ricevono un quadro chiaro della situazione, che resta ancora oggi il punto più fragile della catena dell’emergenza. Sono i minuti in cui una persona è già coinvolta in un evento critico, ma il sistema sanitario non dispone ancora degli elementi sufficienti per capire davvero cosa stia accadendo. È in questo vuoto informativo che si inserisce AI-h, il brevetto ideato da Paola Cerri, oggi concesso in Italia e in via di riconoscimento anche da parte dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO), che ha già comunicato l’intenzione di procedere alla concessione. Non un dispositivo nel senso tradizionale, ma un processo: un sistema pensato per raccogliere, organizzare e trasmettere alle centrali operative informazioni che, nei minuti concitati di un’emergenza, troppo spesso si perdono o non arrivano affatto.
L’idea nasce da un’esperienza dolorosa: nel 2016 la migliore amica di Cerri ha perso la vita durante un’escursione di canyoning sulle alture della Liguria, in una caduta apparentemente banale trasformatasi in tragedia perché i soccorsi non sono riusciti a localizzarla in tempo. Non per un errore del sistema in sé, tiene a precisare Cerri, ma per una concatenazione di fattori: una chiamata confusa, persone sul posto incapaci di indicare dove si trovassero, condizioni meteorologiche avverse. Da quell’esperienza – Cerri non ha formazione tecnica o sanitaria, essendosi sempre occupata di numeri e comunicazione – è nata una domanda semplice quanto radicale: cosa si può fare affinché un episodio analogo non accada più? La risposta è arrivata anni dopo, grazie a un’esperienza lavorativa nell’assessorato alla sanità della Regione Liguria, che le ha permesso di osservare da vicino un sistema di emergenza-urgenza che considera tra i più evoluti in Europa, individuando però con chiarezza dove si annidi il problema: non nella fase in cui la centrale riceve la chiamata, ma in ciò che accade prima, quando l’informazione è ancora frammentata. Con schiettezza, Cerri sottolinea di non aver inventato nulla di realmente nuovo: geolocalizzazione, dispositivi indossabili, rilevamento vocale esistono già, ma restano strumenti sparsi, mai messi in dialogo tra loro – un cassetto pieno di oggetti preziosi ma disordinati, come lei stessa lo definisce, richiamando la propria formazione da ragioniera, abituata a lavorare per ordine e precisione. È in questa funzione di riordino che l’intelligenza artificiale trova il proprio ruolo: non generare nuovi dati né sovraccaricare le centrali, ma elaborare le informazioni disponibili e restituire un pacchetto già pronto e utilizzabile. Vi possono confluire geolocalizzazione GPS e satellitare, attivazione vocale per chi non riesce a raggiungere il telefono, parametri vitali rilevati da smartwatch o smart ring, informazioni sanitarie essenziali come allergie o patologie croniche, e in ambito automobilistico immagini da dashcam. Un tema ricorrente nella nostra intervista è la necessità di tracciare confini chiari attorno al ruolo dell’IA: AI-h non nasce per sostituirsi al giudizio degli operatori del 118, ma per affiancarlo con elementi più solidi su cui basare le decisioni.
L’idea nasce da un’esperienza dolorosa: nel 2016 la migliore amica di Cerri ha perso la vita durante un’escursione di canyoning sulle alture della Liguria, in una caduta apparentemente banale trasformatasi in tragedia perché i soccorsi non sono riusciti a localizzarla in tempo. Non per un errore del sistema in sé, tiene a precisare Cerri, ma per una concatenazione di fattori: una chiamata confusa, persone sul posto incapaci di indicare dove si trovassero, condizioni meteorologiche avverse. Da quell’esperienza – Cerri non ha formazione tecnica o sanitaria, essendosi sempre occupata di numeri e comunicazione – è nata una domanda semplice quanto radicale: cosa si può fare affinché un episodio analogo non accada più? La risposta è arrivata anni dopo, grazie a un’esperienza lavorativa nell’assessorato alla sanità della Regione Liguria, che le ha permesso di osservare da vicino un sistema di emergenza-urgenza che considera tra i più evoluti in Europa, individuando però con chiarezza dove si annidi il problema: non nella fase in cui la centrale riceve la chiamata, ma in ciò che accade prima, quando l’informazione è ancora frammentata. Con schiettezza, Cerri sottolinea di non aver inventato nulla di realmente nuovo: geolocalizzazione, dispositivi indossabili, rilevamento vocale esistono già, ma restano strumenti sparsi, mai messi in dialogo tra loro – un cassetto pieno di oggetti preziosi ma disordinati, come lei stessa lo definisce, richiamando la propria formazione da ragioniera, abituata a lavorare per ordine e precisione. È in questa funzione di riordino che l’intelligenza artificiale trova il proprio ruolo: non generare nuovi dati né sovraccaricare le centrali, ma elaborare le informazioni disponibili e restituire un pacchetto già pronto e utilizzabile. Vi possono confluire geolocalizzazione GPS e satellitare, attivazione vocale per chi non riesce a raggiungere il telefono, parametri vitali rilevati da smartwatch o smart ring, informazioni sanitarie essenziali come allergie o patologie croniche, e in ambito automobilistico immagini da dashcam. Un tema ricorrente nella nostra intervista è la necessità di tracciare confini chiari attorno al ruolo dell’IA: AI-h non nasce per sostituirsi al giudizio degli operatori del 118, ma per affiancarlo con elementi più solidi su cui basare le decisioni.

Per verificare questo equilibrio, Cerri ha coinvolto un gruppo di medici esperti dell’emergenza-urgenza, in servizio e in pensione, chiamati a esaminare i contenuti tecnici del brevetto: da qui partirà a settembre una validazione clinica ritenuta imprescindibile prima di ogni sviluppo applicativo, che tradurrà poi il processo in piattaforma operativa – compito che Cerri affida esplicitamente agli ingegneri biomedici, definendosi non un’esperta di tecnologia ma l’ideatrice di un metodo. Accanto alla dimensione clinica, immagina anche un supporto nei minuti che precedono l’arrivo dei soccorsi, con tutorial di primo soccorso validati dal sistema sanitario per chi si trova sul posto. Se sul piano tecnologico e clinico il percorso appare definito, la sfida più insidiosa, riconosce Cerri, riguarda l’interlocuzione con la pubblica amministrazione: teme l’aspetto burocratico più di quello tecnologico, consapevole della reputazione italiana in fatto di velocità e sburocratizzazione. Per questo non ha ancora avviato interlocuzioni formali con le istituzioni, convinta che occorra prima presentarsi con un pacchetto completo, già vagliato dalla comunità medica. Il valore di AI-h, per Cerri, si misurerà nella capacità di integrarsi realmente nel sistema sanitario nazionale ed europeo, contribuendo a un linguaggio comune tra i diversi sistemi di emergenza. AI-h si inserisce in un filone più ampio di applicazioni dell’intelligenza artificiale che, lontano dalle narrazioni spettacolari, lavorano su problemi concreti in ambiti sensibili: dalla diagnostica per immagini che affianca i radiologi, ai sistemi predittivi che individuano fragilità sociali, fino ai modelli previsionali per le emergenze climatiche. Ciò che accomuna questi esempi è che l’intelligenza artificiale non sostituisce mai il giudizio umano, ma lo rende più informato e tempestivo. La domanda utile, allora, non è se l’IA debba entrare nei sistemi che riguardano la vita delle persone – perché in molti casi sta già accadendo – ma a quali condizioni possa farlo senza mai sostituirsi a chi, in quei momenti, deve comunque scegliere.


