Bianca Rotaru: «Vorrei che ogni mio capo avesse una propria identità e dialogasse con chi lo indossa»

Intervista alla giovane stilista, che ha presentato la propria collezione in occasione dei 90 anni dell'Istituto Marangoni

Giulia Marzoli
|1 ora fa
La stilista Bianca Rotaru ha presentato la sua collezione- © Libertà/Giulia Marzoli
La stilista Bianca Rotaru ha presentato la sua collezione- © Libertà/Giulia Marzoli
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C’è chi nasce sapendo già dove andare e chi ci arriva per deviazioni improvvise. Bianca Rotaru - Beatricia all’anagrafe, per un errore burocratico mai corretto - appartiene decisamente alla seconda categoria. Nata a Chișinău, con doppia cittadinanza moldava e romena, oggi è una giovane designer che ha appena concluso il suo percorso all’Istituto Marangoni, presentando la propria collezione allo show XC|90 (organizzato per celebrare i 90 anni dell’accademia), classificandosi al primo posto. Un lavoro che impareremo a conoscere nel corso di questa intervista. Ma almeno nei primi anni della sua formazione la moda non era nei piani: per anni ha praticato ballo da sala a livello professionistico, fino al titolo di Maestro Internazionale dello Sport. In parallelo ha studiato matematica e materie scientifiche.
Quando ha iniziato a capire che quella poteva diventare la sua strada?
«È successo gradualmente. Ho iniziato a riflettere sui miei interessi più autentici e mi sono resa conto che la moda era sempre stata presente. Da bambina disegnavo vestiti e creavo piccole riviste di moda ogni volta che avevo un momento libero. Era qualcosa di istintivo, costante. È stato allora che ho deciso di correre questo rischio, seguire la mia vera passione e candidarmi a una scuola di moda».
Un abito di Bianca Rotaru
Un abito di Bianca Rotaru
La sua collezione presentata allo show XC|90 ha un’estetica molto scultorea e teatrale. Da dove nasce questa direzione?
«Nasce dalle domande. Le domande a cui non so rispondere sono sempre la mia prima fonte di ispirazione. Mi spingono a cercare, a costruire un percorso che poi si traduce in qualcosa di visivo e tattile, capace di raccontare una storia autonoma».
C’è un capo che considera il suo manifesto personale?
«No, e credo sia importante così. Ogni capo è una dichiarazione diversa. Ogni volume, colore, materiale, silhouette o dettaglio è una scelta con un significato preciso. Mi piace pensare a ogni pezzo come a un’entità con una propria personalità, capace di parlare da sola e di lasciare spazio all’interpretazione».
Un abito della collezione
Un abito della collezione
Che tipo di emozione vorrebbe suscitare in chi guarda i suoi look?
«Curiosità. Mi interessa creare uno spazio di dialogo tra l’abito e chi lo incontra. Spero che chi guarda si ritrovi in uno scambio tra i propri pensieri, sentimenti e interpretazioni e il “personaggio” espresso dall’abito».
Quanto è stato formativo il lavoro per lo show XC|90?
«Molto. È stato il momento in cui ho capito davvero cosa significhi essere professionali. Le scadenze erano strette, il livello richiesto molto alto, e bisognava tenere insieme qualità, inventiva e coerenza narrativa. È un’esperienza che rispecchia in modo reale il funzionamento dell’industria».
Ora che ha concluso il percorso al Marangoni, che direzione sente più sua?
«In questo momento voglio fare esperienza all’interno di una maison. Credo di avere ancora tantissimo da imparare, da mettere in discussione e da affinare. Penso che molte cose si possano comprendere davvero solo vivendo il ritmo reale di un ufficio stile. Voglio imparare, osservare, crescere in un team creativo. Il mio brand potrà arrivare in un secondo momento».
Dal suo punto di vista, cosa serve oggi a un giovane designer che si affaccia al settore per emergere?
«Emergere oggi nella scena della moda è allo stesso tempo entusiasmante e complesso. C’è un’enorme quantità di talento e creatività, che rende l’ambiente altamente competitivo, ma allo stesso tempo spinge a rafforzare e definire meglio la propria visione e le proprie competenze. Servono opportunità reali di crescita, mentorship e confronto. Lavorare in contesti veri, sperimentare, sbagliare, rielaborare. È lì che una visione può diventare più solida e consapevole».
C’è qualcuno della nuova generazione con cui le piacerebbe collaborare?
«Ammiro molti designer emergenti, dai partecipanti al premio LVMH come August Barron, Francesco Murano e Danial Aitouganov, fino agli studenti delle scuole di moda di tutto il mondo, e mi piacerebbe collaborare con chiunque stia spingendo i confini rispettando al tempo stesso artigianalità e narrazione. Per me, collaborare significa scambiare idee, imparare gli uni dagli altri ed esplorare nuovi modi di creare».
Se potesse scegliere chi indosserà uno dei suoi look domani, chi sarebbe?
«Qualcuno di enigmatico e autentico, come Tilda Swinton o Renata Litvinova. Ma più di tutti, sceglierei mia madre. Mi piacerebbe vedere come il suo carattere forte e la sua personalità complessa dialogherebbero con uno dei miei look».