“Ariaferma” nello spazio rotondo
Redazione Online
|4 anni fa


Leonardo Di Costanzo avrebbe potuto caricare a molla i suoi personaggi, inchiodare il loro gioco di sguardi in tagli alla Leone, sparare musiche ad alta tensione, e immergere il suo film in una atmosfera da western crepuscolare.
E invece fa tutto il contrario Di Costanzo, fa un film secco e dritto come un colpo di fucile, e usa la solida sceneggiatura scritta con Bruno Oliviero e Valia Santella per creare in uno spazio chiuso un’atmosfera sospesa, un duello di occhiate e di dialoghi, mischiando i protagonisti: Orlando nel ruolo del cattivo è straordinario: per l’amor del cielo smettetela di fargli fare il marito, ma imparate da Di Costanzo e fategli fare il boss mafioso. Questa idea dei ruoli invertiti e di un meccanismo narrativo che ad ogni istante potrebbe inserire un’esplosione ma decide di non farlo mai è vincente.
In un carcere ogni cosa è una novità, figurarsi una situazione di cambio cella, diminuzione guardiani, indisponibilità della cucina, vicinanza con soggetti sgraditi (il tipo di reato che hai commesso racconta chi sei) e in questo momento preciso in questo luogo di corridoi, porte chiuse e rituali precisi, vengono alla luce anfratti sconosciuti, aree abbandonate, formiche, piante selvatiche commestibili e sprazzi di umanità rimasti celati per anni.
E invece fa tutto il contrario Di Costanzo, fa un film secco e dritto come un colpo di fucile, e usa la solida sceneggiatura scritta con Bruno Oliviero e Valia Santella per creare in uno spazio chiuso un’atmosfera sospesa, un duello di occhiate e di dialoghi, mischiando i protagonisti: Orlando nel ruolo del cattivo è straordinario: per l’amor del cielo smettetela di fargli fare il marito, ma imparate da Di Costanzo e fategli fare il boss mafioso. Questa idea dei ruoli invertiti e di un meccanismo narrativo che ad ogni istante potrebbe inserire un’esplosione ma decide di non farlo mai è vincente.
In un carcere ogni cosa è una novità, figurarsi una situazione di cambio cella, diminuzione guardiani, indisponibilità della cucina, vicinanza con soggetti sgraditi (il tipo di reato che hai commesso racconta chi sei) e in questo momento preciso in questo luogo di corridoi, porte chiuse e rituali precisi, vengono alla luce anfratti sconosciuti, aree abbandonate, formiche, piante selvatiche commestibili e sprazzi di umanità rimasti celati per anni.

Il capo dei guardiani fa mosse inaspettate perché sa gestire la temperatura del sangue, il proprio, e quello dell’ambiente che lo circonda. Gargiulo aspetta il trasferimento che potrebbe arrivare domani insieme ai prigionieri, non vuole alzare la tensione e con circospezione comincia a trattare con Lagioia, che ha molto da perdere perché è a fine pena. Lagioia lo provoca, rilancia, tutto con estrema calma, con la solennità di chi conosce il gioco, che sa che anche i secondini sono in prigione, e continua, colpo su colpo, battuta dopo battuta, per testare la solidità dei confini della relazione, e Gargiulo lo segue, con un suo aplomb, per non farsi vedere infastidito o anche solo per mostrare che non ha paura delle sue provocazioni.

E per tutto il film Lagioia guarda dritto Gargiulo e Gargiulo guarda Lagioia, in cucina mentre si maneggiano coltelli, nei corridoi abbandonati, nello spazio rotondo sul quale si aprono le celle (il film è girato nell’ex carcere di Sassari, ma lo chiamano il carcere di Mortara, un luogo che non esiste), nel cortiletto squallido dove si va a fumare una sigaretta.


Ma continuerebbe come una guerra fredda il confronto tra i due capi se non arrivasse Fantaccini a sparigliare le carte, Fantaccini che è un ragazzino che ha commesso un reato minore, che più che un detenuto sembra un operatore del servizio civile e la preoccupazione della guardia e del boss per Fantaccini è la stessa, ed è su quella, su un elemento terzo, che si costruiscono le basi per il dialogo.
Sui figli, sui padri, sul cibo, sul passato, perché il carcere di Mortara è un posto senza futuro.
Sui figli, sui padri, sul cibo, sul passato, perché il carcere di Mortara è un posto senza futuro.

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