Jude Law convince, Travolta regista annoia, bene la satira “black”
Il thriller politico “The Order” oscura “Volo notturno per Los Angeles”. Merita una chance “American fiction”
Giorgio Occhipinti
|7 ore fa

Una scena da "American fiction"
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The Order
Quanto mi piace Jude Law quando fa il cane bastonato con la barba sfatta e i capelli scompigliati? Tanto, e se la pensate come me, questo è il film che fa per voi. (Da segnalare un look analogo di Law nella bella serie Netflix “Black Rabbit”). “The Order” parla di fatti realmente accaduti in America negli anni Ottanta. Un’organizzazione neonazista chiamata “L’Ordine” o “Fratellanza Silenziosa” comincia ad attuare un piano per sovvertire l’ordine politico locale e dichiarare la propria indipendenza dal governo federale di Ronald Reagan. Questo gruppo è estremamente aggressivo: rapine, ricatti, pestaggi, bombe, contrabbando di armi e sembra non volersi fermare davanti a niente. Il leader dell’Ordine è interpretato dall’ormai celebre e bravo Nicholas Hoult in versione redneck e a contrapporsi a lui c’è Jude Law, che guida una squadra dell’FBI nel disperato tentativo di fermare il vortice di violenza. I membri “dell’Ordine” si ispirano ad un libro, anche questo vero, chiamato “The Turner Diaries” che è la prima fonte di indottrinamento per i nuovi membri, tant’è che viene letto ai bambini prima di andare a dormire come se fosse “Le favole dei fratelli Grimm”. Come ben sappiamo però sotto alla superficie delle favole c’è un aspetto molto più profondo e significativo e infatti il diario è, a tutti gli effetti, un manuale operativo per rivoluzionari. Il film è scuro, teso e sporco. La narrazione è chiara e non si nasconde dietro ad un dito ma mette in tavola le carte scoperte. Si percepisce la violenza, la moralità, l’urgenza che hanno i personaggi nel raggiungere il proprio obiettivo. Law fa una prestazione di livello e mi dispiace di quanto poco conosciuto sia questo film, ma c’è un motivo, anzi alcuni. Il film è stato presentato in anteprima mondiale a Venezia nel 2024 e doveva poi essere rilasciato nelle sale americane poco dopo. La tematica sovversiva del film e la situazione politica americana (erano i mesi finali dello scontro Trump-Harris) però avevano destato preoccupazione alla casa di distribuzione, che aveva deciso di fare un rilascio solo in poche sale in tutto il paese e per un breve periodo di tempo. In Italia non è mai arrivato nei cinema ed è stato distribuito direttamente su Amazon nel 2025 con quasi zero pubblicità, tant’è che io l’ho scoperto solo verso la fine del 2025. Non so se è stato un bene o un male non spingere questo film e non far vedere alle persone una realtà e una dottrina che, in un modo o nell’altro, scuote nel profondo. Questo film non è una novità in senso stretto ma vi assicuro che vale.
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Volo notturno per Los Angeles
John Travolta ha vinto da poco, meritatamente, la Palma d’oro alla carriera a Cannes. Ci stava suggellare questo successo producendo, sceneggiando e dirigendo, per la prima volta, un lungometraggio basato su un libro che ha scritto lui stesso nel 1997 “Propeller One-Way Night Coach”. Peccato che il risultato sia estremamente noioso e senza nessun vero messaggio al pubblico. Un’automasturbazione sulla passione di John per gli aerei.
La storia ruota intorno alla prima esperienza di volo di Jeff, bambino di otto anni e sua madre. Il volo da New York a Los Angeles non è diretto e si fermerà in varie destinazioni, con cambio di equipaggio e passeggeri. Jeff si ricorderà per sempre di questa esperienza e ancora oggi pensa che sia la migliore di tutta la sua vita. Si tratta chiaramente di un’opera autobiografica e Travolta specifica più volte che dedica il progetto alla sua famiglia e a chi l’ha aiutato negli anni.
Poteva essere una sorta di “Big Fish - Le storie di una vita incredibile” tra le nuvole, ma i personaggi che si incontrano sono del tutto dimenticabili, la narrazione di un bambino ha dei chiarissimi limiti e non c’è quel quid sui dialoghi e sulle riflessioni che avrebbe incuriosito e trattenuto gli spettatori. Mi dispiace John ma la prima da regista l’hai bucata. Next!
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American fiction
“American fiction” è esattamente quello che dice di essere, la rappresentazione di una vicenda americana. Thelonious Ellison (Jeffrey Wright), detto Monk, è uno scrittore afroamericano che non riesce a ritrovarsi nella narrativa del suo tempo. La sua scrittura è troppo elevata, la sua irritazione alla cultura woke è fuori luogo, le sue storie per gli editori sono troppo poco “Black”. La sua situazione familiare è estremamente instabile e non ha i soldi per curare la madre malata. In un momento di sconforto e rabbia Monk scrive una storia come la società vorrebbe ovvero scadente e stereotipata a livelli massimi. Da qui si aprirà un percorso del tutto inaspettato per il nostro caro Monk.
“American Fiction” nel 2024 riceve l’Oscar per “sceneggiatura non originale”, è tratto da un libro, e Jeffrey Wright riceve grandi complimenti per la sua performance. Il film non è un master pièce, troppo dilatati alcuni tempi e un casino di primi piani, ma è riuscito a farmi pensare, ridere e incazzare allo stesso tempo e questo vale qualcosa. Il tema “quanto si è disposti a vendersi per il successo” se trattato bene, come in questo caso, è sempre estremamente interessante.
È un film che ha bisogno di respiro, di attenzione, con cambi di ritmo, dialoghi, anche troppi, brillanti e una regia pulita. La parte finale poi è clamorosamente veritiera e attuale. Sicuramente non da vedere alle quattro di notte mezzi sbronzi.
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