Generazione “Due Spicci”: l’età adulta ci ha trovati. Zerocalcare lo sapeva già

Torna su Netflix il celebre fumettista e autore romano con una delle sue opere più cupe, ma incredibilmente lucide

Fabrizia Malgieri
|2 ore fa
Zerocalcare, "Due spicci" - © Libertà/Fabrizia Malgieri
Zerocalcare, "Due spicci" - © Libertà/Fabrizia Malgieri
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C’è una sequenza in “Due Spicci” che racconta senza mezzi termini quella che è una delle ferite più profonde che accomuna un’intera generazione, la solitudine: muri sempre più spessi e concentrici che si costruiscono attorno a ciascuno di noi, incapaci di raccontare agli altri le difficoltà che viviamo quotidianamente, la nostra intimità, il nostro vissuto. È un momento duro, durissimo, della durata di una manciata di minuti appena, in cui Zerocalcare al secondo, Michele Rech – è in grado di trasformare quel dolore collettivo che accomuna i neo-quarantenni (chi lo nega, mente) in immagini strazianti, ma potentissime; laceranti, ma catartiche. La nuova serie animata di Netflix, firmata dal celebre fumettista di Rebibbia, torna a turbare con il sorriso gli animi frantumati dei Millennials (a cui lo stesso Zerocalcare appartiene), raccontando quella che è di fatto la generazione più complessa e fragile mai esistita, nata alla fine di un secolo, cresciuta a cavallo tra due millenni, in balia di una precarietà (sociale, economica, geografica, etc.) internazionale, ma che è anche robusta metafora di uno tsunami interiore indescrivibile.
Con battute farcite di riferimenti continui alla cultura popolare – la stessa che ha rappresentato l’educazione sentimentale di tutti quelli come noi nati tra gli anni Ottanta e Novanta – e uno stile fresco, ma estremamente profondo, “Due Spicci” è capace di dare forma allo straniamento e al vivere in costante apnea che Rech racconta con il suo umorismo tagliente, svelando le crepe di una generazione che non è più capace di fingere serenità. Esattamente come le due serie precedenti – l’eccellente “Strappare lungo i bordi” e la meno efficace “Questo mondo non mi renderà cattivo”, ma qui con un piglio ancora più intimista – anche “Due Spicci” utilizza il pretesto di un fatto di cronaca (vero) ma romanzato, per raccontare a più livelli la vita che si srotola giorno dopo giorno, impedendoci di trattenerla a dovere tra le dita. “Due Spicci” parla di racket, di estorsioni, di bullismo, di violenza domestica, di violenza psicologica, di coppie in crisi, di bugie, di non detti, di paure, di genitorialità. Di realtà. Parla di tante cose, “Due Spicci”, ma non lo fa mai con superficialità; anzi, il grande pregio sotteso all’opera di Zerocalcare è quella di muoversi come un equilibrista rodato tra temi profondissimi e riferimenti a “Ken il Guerriero” o “Sailor Moon”, senza mai deprezzarne il valore.
A fungere da àncora di salvezza su questa zattera di rimpianti, rimorsi e pessimismo, alla deriva e in balia delle onde del «mezzo del cammin di nostra vita», c’è, come sempre, l’immancabile Armadillo – la voce coatta della coscienza di Zero, doppiata in modo magistrale da Valerio Mastandrea, che offre allo spettatore una boccata d’aria fresca – e quella lucidità cinica di cui spesso abbiamo bisogno per sopravvivere in questo «triste mondo malato» (cit.). C’è una maturità disarmante in “Due Spicci”, una consapevolezza che mancava nelle opere precedenti di Zerocalcare: una presa di coscienza con cui l’autore – ma ancor prima l’uomo – prova a intraprendere il cammino (finalmente) verso l’età adulta. C’è un momento in cui Rech, anima intima e profonda come poche, si lascia andare ad un flusso di coscienza, un accumulo di parole e pensieri, a riflessioni cupe, ma concrete. A 40 anni proviamo a tenerci stretta la vita del passato, i ricordi, come eravamo. Viviamo di memorie indotte, di profumi, di sensazioni – magari le stesse scandite dalle note di una canzone che ascoltavamo con i nostri amici, magari su una panchina al parchetto sotto casa – di nostalgia. Rappresentano la gabbia in cui per troppo tempo ci siamo rinchiusi per provare a sopravvivere, a non vedere la realtà dei fatti: come Zero, o più di Zero, siamo stati codardi, ingenui, naïve. Come risvegliato da un lungo e profondo coma, Rech accende un faro e prova a riflettere su quel modo genuinamente infantile con cui abbiamo provato a evitare in tutti i modi di diventare come loro. Dove loro sono i nostri genitori, quelli che macchiettisticamente vengono tratteggiati dall’autore romano come uomini e donne perfettamente capaci di metter su famiglia a 20 anni e comprare un trilocale in centro a 30, ma votati a perdersi in un bicchiere d’acqua alle prese con qualsiasi apparecchio tecnologico a 60.
Zerocalcare, "Due spicci"
Zerocalcare, "Due spicci"
Gli altri, quelli che abbiamo scelto di non essere, contro cui abbiamo condotto crociate pur di allontanarci, ma che, inevitabilmente, siamo diventati. Quei loro che non vogliamo far preoccupare e a cui diciamo, mentendo, «Sì, sono felice». Il Michele Rech di “Due Spicci” non è quello de “La profezia dell’Armadillo” o “Dimentica il mio nome”, ma continua il percorso – intimo e fragile – di “Quando muori resta a me”, in cui il suo spirito da eterno adolescente, quello in cui prova a nascondersi per non battibeccare con il mondo, lascia spazio ad un uomo pronto ad abbracciare il suo destino, che in modo ineluttabile piomba su di noi.
È un mondo amaro, quello di “Due Spicci”, ma che ci permette di aprire gli occhi, spalancarli una volta per tutte. E forse è questo il dono più grande che Zerocalcare ci fa con “Due Spicci”: non la consolazione, non la redenzione, non il lieto fine che ci siamo raccontati per anni come una promessa che il mondo ci doveva. Ma la lucidità. Quella lucidità scomoda, brutale, necessaria, di chi smette di guardarsi allo specchio con gli occhi di chi era a vent’anni e inizia, finalmente, a fare i conti con chi è diventato. Con quello che ha scelto, con quello che non ha scelto, con quello che ha lasciato andare credendo di avere ancora tempo. Non è un processo indolore – non lo è mai stato, non lo sarà mai – ma è l’unico che valga la pena intraprendere. E Rech lo sa. Lo sa perché lo sta vivendo in diretta, davanti ai nostri occhi, con quella sua capacità unica di trasformare il privato in universale, il personale in collettivo, la vergogna in riconoscimento. Ogni crepa che mostra è una crepa che condividiamo; ogni silenzio che racconta è un silenzio che abbiamo tenuto anche noi, per paura, per pudore, per quella forma sottile di autoinganno che chiamiamo pudore e che in realtà è solo terrore di essere visti davvero. "Due Spicci" non offre risposte, non tende la mano per tirarci fuori dal fango, non ci asciuga le lacrime con la manica della felpa. Si siede accanto a noi, nel fango, e ci ricorda che non siamo soli a starci dentro. Che quella sensazione di essere rimasti indietro, di non aver capito le regole del gioco mentre tutti gli altri sembravano padroneggiarle con disinvoltura, non è una nostra colpa esclusiva, ma la condizione di un’intera generazione cresciuta senza bussola in un mondo che cambiava forma ogni mattina. Ed è già tantissimo, questo. È, forse, tutto quello di cui avevamo bisogno: non una mappa, ma qualcuno che ammetta, ad alta voce e senza vergogna, di essersi perso anche lui. “Due Spicci” è ora disponibile in esclusiva su Netflix.