Il domani ormai è passato e non c’è più il futuro d’una volta
Negli ultimi cent’anni o quasi ogni epoca ha avuto i suoi fumetti fantascientifici: ora cosa possiamo immaginarci?
Alessandro Sisti
|1 ora fa

Le navi spaziali in stile anni Trenta di Alex Raymond
Da ciò che leggi (e rimastichi) nasce quello che scriverai. Anche per questo leggo di tutto, non si sa mai da dove arriverà un’idea per la prossima sceneggiatura, e intanto una per questa Officina me l’ha data un articolo di un numero della “Rivista di Antropologia Contemporanea”. È a firma della professoressa Fabiana Dimpflmeier e dei professori Fabio Dei e Francesco Vietti, s’intitola “Le meraviglie del possibile. Antropologia e fantascienza” e analizza il genere letterario fra l’invenzione del futuro e l’intuizione di dissonanze nella realtà che crediamo di conoscere. Scendendo di qualche gradino culturale – perché personalmente non sono all’altezza d’una tale disamina, che impiega definizioni come “ontologicamente fittizio” – il contributo dei tre antropologi mi ha portato a considerare come anche i fumetti abbiano dato parecchio alla Science Fiction. Trasformandosi nel corso degli anni, perché se (cito) “la SF è plasmata dall’immaginario collettivo, che contribuisce a sua volta a plasmare”, pure il fumetto è una narrazione che raccontando l’avvenire in chiave più o meno scientifica punta a sorprendere e affascinare i suoi lettori e allo stesso tempo riflette quanto loro immaginano. Perciò, guardando al passato, mi chiedo quali fantasie conquistassero il pubblico d’allora, anche per capire qual è (o sarebbe) la fantascienza ideale per noi, che fra stazioni spaziali già un po’ vecchiotte e intelligenze artificiali usate di straforo per fare i compiti nel futuro ci abitiamo. Per arrivarci ne abbiamo fatta di strada dalla lunga saga del “Flash Gordon” di Alex Raymond, autore completo e ancora oggi artista fra i più raffinati nel mondo dei comics. Pubblicata per la prima volta in America nel 1934 e pochi mesi dopo in Italia – caso raro all’epoca – la storia parte da un evento in seguito sfruttato fino a renderlo logoro: un pianeta misterioso s’avvicina alla Terra, in rotta di collisione. Nel panico generale, il biondo e aitante Flash Gordon e la fidanzata Dale Arden, in volo per chissà dove, precipitano accanto al laboratorio dove il dottor Zarkov (Zarro nelle prime traduzioni autarchiche) sta allestendo un razzo per evitare l’impatto e li obbliga ad accompagnarlo. Il pericolo è sventato, ma ormai i tre sono su Mongo, che per colmo di sfortuna è governato dall’imperatore Ming lo Spietato. E hai detto tutto. Un’ottima ragione per filarsela alla svelta, tanto più che lì le astronavi sono merce comune, viceversa Gordon è un eroe e s’impegna per liberare quel pianeta. La narrazione visiva di Raymond è spettacolare, con navi spaziali dalle fusoliere istoriate, pistole a raggi e personaggi che comunicano tramite schermi video quando sul nostro mondo non tutti avevano ancora il telefono, però la tecnologia finisce qui, perché nell’epopea di Mongo prevale l’infinità di razze che lo popolano, dagli uomini leone agli alati uomini falco e alla regina delle nevi, con qualche drago e una grattugiata di magia per non sbagliare. È fantascienza o fantasy? Quale che sia è efficace e non agisce sullo stupore per ciò che il progresso produrrà, bensì su quello che in un altro testo della rivista di cui sopra, gli scrittori del collettivo Wu Ming spiegano come “desiderio di altrove”, che qui è l’aspettativa di scenari diversi del lettore dei primi anni Trenta, un po’ annoiato e ben lontano dall’immaginare la Seconda Guerra Mondiale.
Tutto cambia saltando avanti di tre decenni con una macchina del tempo. È il cronoscafo de “La trappola diabolica”, scritto e disegnato dal fumettista belga Edgar P. Jacobs, che il perfido professor Miloch lascia in eredità a Philip Mortimer, suo antagonista e protagonista della vicenda. Sennonché i comandi sono stati manomessi e il professor Mortimer si ritrova nel 51° secolo, che dopo un conflitto planetario nucleare e batteriologico è oppresso da un’invisibile casta dominante e dagli onnipresenti robot volanti della polizia… che noi chiameremmo droni. La graphic novel di Jacobs esce nel 1960, in piena guerra fredda e con lo scontro fra le ideologie dei blocchi contrapposti a fare da sfondo, che ne motivano la visione fantascientifica. Non è la meraviglia del futuro, ma il timore della storia che verrà per come la scriveranno le tensioni del presente e già Jacobs, portando in scena Mortimer ne “Il Marchio Giallo” del 1953, aveva ipotizzato un dispositivo – il telencefaloscopio – capace di tramutare gli individui in automi telecomandati. Eppure nello stesso periodo – per la precisione nel 1955 – esordisce Jeff Hawke del britannico Sidney Jordan, ottimistico e improntato alla fiducia nel futuro. Nello sviluppo tecnologico prima di tutto, realistico e rigorosamente documentato, poiché l’autore proviene da una scuola per tecnici aeronautici e i suoi mezzi spaziali sono quelli che si supponeva di vedere di lì a qualche decennio. Il contraltare sono gli alieni che Jeff Hawke incontra nelle sue imprese, per lo più benevoli ed evoluti, scientificamente e soprattutto in senso spirituale, intenzionati a guidare l’umanità sulla stessa strada. La fantascienza di Jordan ha risvolti esoterici e umanistici, promette che se ne saremo meritevoli verremo accolti in una grande comunità interstellare e prelude in salsa extraterrestre alla fascinazione per il misticismo orientale che arriverà negli anni Sessanta. Non da solo e alla fine del decennio la SF si apre ad altre interpretazioni, come quella delle “Storie dello spazio profondo” di Bonvi e Francesco Guccini. Sì, proprio il creatore delle memorabili “Sturmtruppen” e il cantautore, che nel 1969, non ancora così famosi, raccontano a modo loro quello che ci aspetta: un pianeta Terra dove l’unica soluzione al sovraffollamento è l’emigrazione forzata verso altri mondi, perché nel cosmo c’è spazio (per definizione) a sufficienza per tutti. Perfino per i troppo furbi come i loro protagonisti, un imbroglione di mezza tacca che Bonvi disegna uguale a se stesso e il suo socio robot, in cui si può supporre che Guccini, ai testi, proietti del suo, i quali vagabondano per la galassia su una scalcinata astronave, architettando truffe per arricchirsi. La fantascienza marca Guccini & Bonvi, amici dal 1956, è umoristica e ironica, alcolica e con un tantino di critica sociale. Rispecchia anni in cui s’imponeva il rifiuto dell’omologazione e i creativi avevano il dovere di essere spavaldi, eccentrici e trasgressivi.
E qui mi fermo, perché all’inizio avevo dichiarato l’intenzione di guardare al passato e ci siamo tornati di quasi un secolo, attraverso i fumetti fantascientifici che hanno dato una forma narrativa al fantastico, alle speranze e alle paure del loro tempo. Quelli del 2026 sono altro ancora, come “The Loop – L’umanità finisce qui” di Ben Oliver, ambientato in un carcere diretto da un’IA, da cui occorre fuggire perché è all’esterno che sta accadendo il peggio, o “Decorum”, di Jonathan Hickman e Mike Huddleston, che ha per eroine la killer spaziale Imogen e la sua apprendista Neha, fra popolazioni esoticamente aliene degne di Flash Gordon, oppure l’annunciato (ma non ancora pubblicato) “Codice nero”, il cui contesto è una soffocante società a venire dove la personalità e i ricordi di ciascuno sono sotto il controllo statale, più efficiente dei robot del professor Mortimer. Altro, ma non troppo, e tuttavia stento a trovarci un filo coerente che mi indichi quale sia e se esista una fantascienza a fumetti peculiare dei giorni nostri. Dovremo darci da fare, altrimenti, quando il futuro arriverà, rischieremo di non riconoscerlo.

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