Il romanzo di Dickens “Tempi difficili” è un’opera immortale
Se fosse una pizza, sarebbe surgelata e pronta all’uso ma poco raffinata e non particolarmente gustosa. Eppure stimolante
Cecilia Pizzaghi
|1 ora fa

"Tempi difficili" di Dickens: una pizza surgelata- © Libertà/Cecilia Pizzaghi
Esiste un’abitudine diffusa e, a mio parere, da decostruire, riguardo ai classici della letteratura: dare per assodato che siano tutti grandi capolavori. Come se bastasse essere sopravvissuti un paio di secoli per meritare automaticamente una standing ovation.
Alcuni libri diventano immortali perché sono scritti in modo sublime, altri perché tessono una trama inaspettata o ricca di colpi di scena, altri perché tratteggiano personaggi che sembrano vivi anche dopo centinaia di anni. Altri ancora perché riescono a prevedere il futuro.
A mio parere “Tempi difficili” di Charles Dickens appartiene soprattutto a quest’ultima categoria. Per non dire esclusivamente.
Sto per far storcere il naso agli amanti della letteratura d’oltremanica, agli esperti di Dickens e in generale a chi “è studiato”, ma questo famoso romanzo del 1854 non può essere giudicato per stile, trama o personaggi. Anzi, il mio è un diretto appello a NON farlo.
Vogliate non giudicare “Tempi difficili” per il suo stile: lo troverete meccanico, a tratti quasi goffo, ripetitivo. I concetti vengono ribaditi più e più volte, in certi punti addirittura appaiono dei “recapponi” o dei rimandi ai capitoli precedenti - va detto che veniva pubblicato a puntate sul periodico edito dallo stesso Dickens: come una serie TV moderna, era necessario riprendere elementi dalle puntate precedenti per non perdere lettori lungo il cammino.
Non giudicate “Tempi difficili” neppure per la trama, che nei suoi slanci più creativi ha qualcosa della commedia shakespeariana, pur narrando drammi e tragedie decisamente prevedibili.
Non giudicate il romanzo di Dickens nemmeno per i personaggi. Troverete diverse macchiette, caricature, stereotipi e protagonisti che hanno un non so che di artificiale, come se fossero stati costruiti per rappresentare un’idea più che una persona. In molti osserverete un arco, un’evoluzione: sarà o troppo repentina o troppo forzata. In tutti i casi sarà difficile empatizzare con qualcuno di essi.
Eppure.
Eppure ci sono libri imperfetti che riescono a leggere il proprio tempo – e il nostro – con una lucidità straordinaria. “Tempi difficili” è uno di questi.
La storia si svolge a Coketown, una città immaginaria che sembra uscita da un catalogo della Rivoluzione industriale: ciminiere, mattoni anneriti dal fumo, fabbriche che scandiscono il ritmo delle giornate. In questo paesaggio grigio domina Thomas Gradgrind, un uomo che ha trasformato la ragione in un rigido culto dei fatti. Una religione personale secondo la quale contano solo ciò che può essere misurato, calcolato e dimostrato. L’immaginazione è una perdita di tempo, i sentimenti un fastidioso intralcio allo scopo ultimo, ovvero ciò che è utile.
Con queste convinzioni educa i figli Louisa e Tom, che crescono imparando a reprimere desideri, sogni e slanci emotivi. Soprattutto Louisa appare costretta a vivere in una gabbia costruita da qualcun altro: quando viene spinta a sposare Josiah Bounderby, ricchissimo industriale molto più anziano di lei, accetta quasi per inerzia, come se la sua vita fosse l’ennesimo problema da risolvere con la logica piuttosto che una scelta da compiere con il cuore.
Bounderby, del resto, è uno di quei personaggi che Dickens tratteggia con mano più pesante, ma anche efficace: è un ottuso boomer ante litteram, che sembra voler trasformare il suo successo economico in una prova della propria superiorità morale.
Accanto a questo mondo fatto di denaro, produzione e calcolo, Dickens ne colloca un altro completamente diverso. È quello di Sissy Jupe, figlia di un artista di circo, arrivata quasi per caso nell’universo dei Gradgrind. Sissy rappresenta tutto ciò che la città industriale considera inutile: la fantasia, l’umiltà, la compassione, l’altruismo e la capacità di mettersi nei panni degli altri. È il personaggio meno realistico e più idealizzato del romanzo, ma serve a Dickens per ricordarci continuamente che esistono aspetti dell’esperienza umana che il capitalismo ci sta chiedendo di soffocare.
E poi c’è Stephen Blackpool, operaio onesto e sfortunato, probabilmente la figura più tragica della storia: con lui abbandoniamo i salotti e gli uffici dei proprietari per entrare nelle vite di chi manda avanti le fabbriche. Stephen cerca semplicemente di vivere con dignità, ma si ritrova schiacciato da meccanismi economici e sociali molto più grandi di lui; la sua vicenda diventa il punto in cui tutte le contraddizioni di Coketown finiscono per emergere.
Ed è qui che il romanzo mostra la sua forza. Perché, in sintesi, “Tempi difficili“ non può essere considerato un classico particolarmente moderno dal punto di vista della costruzione narrativa. Si sente che nasce come pubblicazione a puntate: Dickens ripete, insiste, ritorna sulle stesse immagini. Anche i personaggi raramente possiedono quella complessità psicologica che oggi associamo al grande romanzo: Gradgrind è l’ottusità, Tom la disonestà, Bounderby è l’arrogante araldo dell’utilitarismo, Louisa il prodotto fallato e irreparabile, Sissy il deus ex machina che porta l’empatia all’essere umano come un nuovo Prometeo. Più che individui sembrano maschere teatrali. Ma forse è proprio questo il punto: il vero protagonista di “Tempi difficili” non è nessuno dei personaggi, ma è il sistema in cui vivono.
Dickens costruisce una società che valuta tutto in termini di utilità e produttività. Una società in cui l’istruzione serve a formare ingranaggi efficienti, il lavoro definisce il valore delle persone e persino le relazioni umane rischiano di diventare transazioni.
La vera potenza di “Tempi difficili” è quella di denunciare un universo dominato dalla ricerca ossessiva dell’efficienza, che considera ciò che non è produttivo superfluo, che disincentiva l’immaginazione, l’arte, il bello, e predilige un’istruzione volta unicamente a formare lavoratori del domani. Dickens mette a nudo la società del 1854, che però richiama drammaticamente quella che viviamo noi oggi, nel 2026, fatta di timesheet stringenti, pomposi proclami su LinkedIn e grandi tagli alla cultura.
Perciò se fosse una pizza, “Tempi difficili” sarebbe una pizza surgelata, conveniente e pronta all’uso, di certo non raffinata e anche poco gustosa, ma in grado di stimolarci una domanda esistenziale: «È davvero così che vogliamo vivere?»
Alcuni libri diventano immortali perché sono scritti in modo sublime, altri perché tessono una trama inaspettata o ricca di colpi di scena, altri perché tratteggiano personaggi che sembrano vivi anche dopo centinaia di anni. Altri ancora perché riescono a prevedere il futuro.
A mio parere “Tempi difficili” di Charles Dickens appartiene soprattutto a quest’ultima categoria. Per non dire esclusivamente.
Sto per far storcere il naso agli amanti della letteratura d’oltremanica, agli esperti di Dickens e in generale a chi “è studiato”, ma questo famoso romanzo del 1854 non può essere giudicato per stile, trama o personaggi. Anzi, il mio è un diretto appello a NON farlo.
Vogliate non giudicare “Tempi difficili” per il suo stile: lo troverete meccanico, a tratti quasi goffo, ripetitivo. I concetti vengono ribaditi più e più volte, in certi punti addirittura appaiono dei “recapponi” o dei rimandi ai capitoli precedenti - va detto che veniva pubblicato a puntate sul periodico edito dallo stesso Dickens: come una serie TV moderna, era necessario riprendere elementi dalle puntate precedenti per non perdere lettori lungo il cammino.
Non giudicate “Tempi difficili” neppure per la trama, che nei suoi slanci più creativi ha qualcosa della commedia shakespeariana, pur narrando drammi e tragedie decisamente prevedibili.
Non giudicate il romanzo di Dickens nemmeno per i personaggi. Troverete diverse macchiette, caricature, stereotipi e protagonisti che hanno un non so che di artificiale, come se fossero stati costruiti per rappresentare un’idea più che una persona. In molti osserverete un arco, un’evoluzione: sarà o troppo repentina o troppo forzata. In tutti i casi sarà difficile empatizzare con qualcuno di essi.
Eppure.
Eppure ci sono libri imperfetti che riescono a leggere il proprio tempo – e il nostro – con una lucidità straordinaria. “Tempi difficili” è uno di questi.
La storia si svolge a Coketown, una città immaginaria che sembra uscita da un catalogo della Rivoluzione industriale: ciminiere, mattoni anneriti dal fumo, fabbriche che scandiscono il ritmo delle giornate. In questo paesaggio grigio domina Thomas Gradgrind, un uomo che ha trasformato la ragione in un rigido culto dei fatti. Una religione personale secondo la quale contano solo ciò che può essere misurato, calcolato e dimostrato. L’immaginazione è una perdita di tempo, i sentimenti un fastidioso intralcio allo scopo ultimo, ovvero ciò che è utile.
Con queste convinzioni educa i figli Louisa e Tom, che crescono imparando a reprimere desideri, sogni e slanci emotivi. Soprattutto Louisa appare costretta a vivere in una gabbia costruita da qualcun altro: quando viene spinta a sposare Josiah Bounderby, ricchissimo industriale molto più anziano di lei, accetta quasi per inerzia, come se la sua vita fosse l’ennesimo problema da risolvere con la logica piuttosto che una scelta da compiere con il cuore.
Bounderby, del resto, è uno di quei personaggi che Dickens tratteggia con mano più pesante, ma anche efficace: è un ottuso boomer ante litteram, che sembra voler trasformare il suo successo economico in una prova della propria superiorità morale.
Accanto a questo mondo fatto di denaro, produzione e calcolo, Dickens ne colloca un altro completamente diverso. È quello di Sissy Jupe, figlia di un artista di circo, arrivata quasi per caso nell’universo dei Gradgrind. Sissy rappresenta tutto ciò che la città industriale considera inutile: la fantasia, l’umiltà, la compassione, l’altruismo e la capacità di mettersi nei panni degli altri. È il personaggio meno realistico e più idealizzato del romanzo, ma serve a Dickens per ricordarci continuamente che esistono aspetti dell’esperienza umana che il capitalismo ci sta chiedendo di soffocare.
E poi c’è Stephen Blackpool, operaio onesto e sfortunato, probabilmente la figura più tragica della storia: con lui abbandoniamo i salotti e gli uffici dei proprietari per entrare nelle vite di chi manda avanti le fabbriche. Stephen cerca semplicemente di vivere con dignità, ma si ritrova schiacciato da meccanismi economici e sociali molto più grandi di lui; la sua vicenda diventa il punto in cui tutte le contraddizioni di Coketown finiscono per emergere.
Ed è qui che il romanzo mostra la sua forza. Perché, in sintesi, “Tempi difficili“ non può essere considerato un classico particolarmente moderno dal punto di vista della costruzione narrativa. Si sente che nasce come pubblicazione a puntate: Dickens ripete, insiste, ritorna sulle stesse immagini. Anche i personaggi raramente possiedono quella complessità psicologica che oggi associamo al grande romanzo: Gradgrind è l’ottusità, Tom la disonestà, Bounderby è l’arrogante araldo dell’utilitarismo, Louisa il prodotto fallato e irreparabile, Sissy il deus ex machina che porta l’empatia all’essere umano come un nuovo Prometeo. Più che individui sembrano maschere teatrali. Ma forse è proprio questo il punto: il vero protagonista di “Tempi difficili” non è nessuno dei personaggi, ma è il sistema in cui vivono.
Dickens costruisce una società che valuta tutto in termini di utilità e produttività. Una società in cui l’istruzione serve a formare ingranaggi efficienti, il lavoro definisce il valore delle persone e persino le relazioni umane rischiano di diventare transazioni.
La vera potenza di “Tempi difficili” è quella di denunciare un universo dominato dalla ricerca ossessiva dell’efficienza, che considera ciò che non è produttivo superfluo, che disincentiva l’immaginazione, l’arte, il bello, e predilige un’istruzione volta unicamente a formare lavoratori del domani. Dickens mette a nudo la società del 1854, che però richiama drammaticamente quella che viviamo noi oggi, nel 2026, fatta di timesheet stringenti, pomposi proclami su LinkedIn e grandi tagli alla cultura.
Perciò se fosse una pizza, “Tempi difficili” sarebbe una pizza surgelata, conveniente e pronta all’uso, di certo non raffinata e anche poco gustosa, ma in grado di stimolarci una domanda esistenziale: «È davvero così che vogliamo vivere?»
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