La paura fa quaranta... anni di una vita da incubo di straordinario successo

C'è un indagatore del terrore fra noi, è Giovanni Freghieri, che con la sua arte evoca personaggi indimenticabili

Alessandro Sisti
|2 ore fa
La cover di un'avventura scritta da Barbara Baraldi e disegnata da Giovanni Freghieri per il quarantennale
La cover di un'avventura scritta da Barbara Baraldi e disegnata da Giovanni Freghieri per il quarantennale
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Il 26 settembre 1986 si manifestava nelle edicole d’Italia un’entità destinata a lasciare il segno nella storia del fumetto. In giacca nera e jeans, somigliante a Rupert Everett, non appariva particolarmente inquietante, nondimeno le sue imprese hanno saputo turbare i sogni dei lettori. Anzi, gli incubi, poiché fin dall’esordio ne “L’alba dei morti viventi”, disegnato da Angelo Stano, il suo creatore Tiziano Sclavi lo presenta come indagatore dell’incubo. È l’inconsueta professione di Dylan Dog, che sabato prossimo festeggerà i primi quarant’anni tra mostri, demoni e creature dell’oltretomba. Un horror diverso dagli altri che ha riletto il genere grazie alla modellazione minuziosa e sapiente del personaggio, del quale i lettori conoscono ogni cosa: è un ex poliziotto, guida un maggiolone cabrio bianco targato DYD 666, ha un guardaroba di capi identici che non cambia «per non rovinarsi il look» (dice), è vegetariano e non fuma, non gradisce la tecnologia, per rilassarsi suona il clarinetto o costruisce un interminabile modellino di galeone e non ama le armi. A custodirne la pistola e a lanciargliela quando non può evitare d’usarla è il surreale assistente Groucho, plasmato sulle fattezze di Groucho Marx, ma ancor più di questi e degli infiniti altri dettagli – tanti da non poterli menzionare tutti – a rendere reale e completo Dylan Dog sono le debolezze.
Ex alcolista ora astemio, soffre di claustrofobia, di vertigini, ha paura di volare e la sua origine cela un drammatico segreto. Quasi un confessore per i clienti che gli chiedono aiuto, è un protagonista fragile, a volte dolente e in fondo lui stesso un po’ “mostro”, che pur affrontando i suoi avversari sovrannaturali riesce allo stesso tempo a porsi in relazione con loro. Quella di Dylan Dog è una narrazione complessa, che molto deve anche a una costruzione estetica basata sulla raffinatezza delle immagini cui ha contribuito l’élite dei disegnatori della Sergio Bonelli Editore, fra i quali un posto d’onore spetta all’artista piacentino Giovanni Freghieri. Le storie con la sua firma sono oggi fra le più apprezzate dagli estimatori dell’indagatore dell’incubo, tuttavia Freghieri, fumettista di lungo corso, ha nel proprio medagliere anche non pochi titoli memorabili dei comics nazionali. Entrato nel mestiere da ragazzo, quando una volta si andava “a bottega”, ha collaborato con “Il Monello” e “Intrepido” dell’Editoriale Universo, con “Lanciostory” e “Skorpio” di Eura Editoriale e nel 1986 con la prestigiosa e indimenticata rivista “L’Eternauta” di Comic Art, per poi passare in Bonelli a disegnare su “Martin Mystere”, su “Bella & Bronco” e ancora per “Zagor” e “Tex”. Da trentasei anni interpreta con matite e chine le avventure di Dylan Dog ed è dunque più che titolato a parlarci di lui.
Dylan Dog e Groucho ritratti da Giovanni Freghieri
Dylan Dog e Groucho ritratti da Giovanni Freghieri
Al debutto Dylan Dog era qualcosa di mai visto. Il vostro primo incontro è stato una rivelazione o un trauma?
«Nessuno dei due. Disegnavo da parecchi anni a da sempre cerco semplicemente di mettere da parte le ansie e di far fronte alle richieste. Se ci riesco lo faccio e in questo particolare caso già conoscevo bene la redazione, dunque ho pensato «Se loro si fidano di me, io mi fido di loro». Certo, si trattava di un personaggio nuovo, per cui andavano lasciati da parte i vecchi schemi. Ci ho provato e spero d’esserci riuscito».
Dopo tanto tempo insieme, quanto di Dylan c’è in Giovanni?
«Disegnando a lungo un personaggio è quasi automatico immedesimarcisi, anche perché abbiamo parecchie cose in comune. Io non soffro di vertigini come lui, però come Dylan non ho il computer e più in generale mi ci identifico dal lato etico e umano. Credo che in qualsiasi lavoro avere un buon riferimento ti porti a immedesimarti. Chiaramente nel privato sono diverso, per esempio non ho un assistente che mi passi la pistola se c’è da uccidere uno zombie».
Al di là di Dylan Dog hai disegnato di tutto, dal polizisco-noir di “Sorrow” al west di “Bella & Bronco”, a “Martin Mystere”. Ogni volta hai ripensato il tuo stile?
«È inevitabile che ciascun genere abbia le sue esigenze. Perfino in dettagli come le squadrature, che per Tex o Zagor devono essere regolari, mentre per Dylan Dog le disegno più deformate, ma lo stile è qualcosa di personale, come la calligrafia. Spesso mi sono sentito dire «Quando apriamo un albo senza sapere chi l’ha realizzato, se è tuo riconosciamo subito lo stile». Nel bene e nel male, perché quando disegnavo l’”Intrepido” era richiesto che tutti i personaggi fossero belli, come in un fotoromanzo. È qualcosa che mi è rimasto, però in una serie dove appaiono anche personaggi che devono risultare esteticamente sgradevoli, o addirittura mostri, può essere un difetto».
Il maggiolone di Dylan Dog. Le vignette di Freghieri si distinguono per la realistica e impeccabile documentazione
Il maggiolone di Dylan Dog. Le vignette di Freghieri si distinguono per la realistica e impeccabile documentazione
Le tue tavole si riconoscono anche per la precisione dei riferimenti e la meticolosa documentazione. Artisticamente conta di più il realismo oppure l’incubo?
«Entrambi, perché è la sceneggiatura che stimola e suggerisce il disegno. In Zagor o in Tex, di cui ti dicevo prima, esiste la necessità di alcuni apparati grafici fissi riguardanti le pose e la recitazione dei personaggi, che appartengono alla loro caratterizzazione e li rendono riconoscibili. Al contrario, quando è richiesto un mondo onirico è quello che ti guida».
Dylan Dog ormai è una pietra miliare del fumetto. È più un orgoglio o più una responsabilità?
«Anche qui tutti e due, perché ciò che è veramente essenziale è mantenere la qualità. Per quanto mi riguarda cerco di non adagiarmi sugli allori e di rendere sempre elaborato e completo il lavoro. È una questione di rispetto per i lettori, che spendono il loro denaro in cambio di quello che io disegno e di conseguenza faccio tutto il possibile affinché sia il meglio che posso dare. Che poi ci riesca o meno è quello che cerco di fare e credo di potermene vantare».
Oltre la porta di casa di Dylan Dog, può esserci qualsiasi cosa...
Oltre la porta di casa di Dylan Dog, può esserci qualsiasi cosa...
Da autore, c’è qualcosa che non sopporti in Dylan Dog?
«Niente (ride). Niente di particolare, è un bel personaggio come lo è Groucho. Anche in lui mi capita di riconoscermi, perché pure io a volte faccio battute insulse. Così un po’ mi dispiace quando succede che qualcuna delle sue venga eliminata. Per contro non tutte le sceneggiature sono uguali e se ci trovo delle incoerenze, dei difetti o qualcosa che non mi convince nel racconto, cerco di ovviare proponendo ai responsabili delle testate una modifica sulla base della mia esperienza. Di recente in Tex ho ottenuto di cambiare un finale che mi sembrava troppo cruento, soprattutto in un periodo di guerre come quello che stiamo vivendo».
La tua carriera è più lunga di quella di Dylan, con collaborazioni per testate storiche come l’”Intrepido” che hai citato, o “Il Monello”. Secondo te oggi a che punto è il fumetto italiano?
«Purtroppo vive un momento di crisi delle vendite, dovuto anche alla chiusura delle edicole. I lettori di grandi città come Milano in qualche modo riescono a trovarne una dove acquistare i fumetti che seguono, ma quelli che abitano nei piccoli paesi non sempre e se poi d’inverno fuori ci sono neve e ghiaccio, diventa più facile rinunciare. C’entra probabilmente anche la concorrenza dei social, per quanto penso sia una tendenza destinata a involversi. È già successo e se per esempio guardiamo al passato, con la nascita del cinema i pessimisti paventavano la morte del teatro, che invece esiste tuttora».
E le graphic novel? Il loro modello narrativo è lontano dal fumetto popolare e funziona… anche se in molti casi possono essere –ammettiamolo – disegnate male.
«È un discorso diverso, l’importante è che arrivi il messaggio e che il disegno sia adatto a trasmetterlo».