“La penitenza”, romanzo che si traveste da libro-inchiesta di Eliza Clark

La storia ruota intorno all’omicidio della sedicenne Joan Wilson e il fatto di cronaca nera inventato mostra davvero come indagare

Cecilia Pizzaghi
|17 ore fa
"La penitenza" di Eliza Clark: se fosse una pizza avrebbe un gusto molto deciso
"La penitenza" di Eliza Clark: se fosse una pizza avrebbe un gusto molto deciso
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Da avida lettrice che ha l’opportunità di lavorare vicino ai giornalisti, mi interrogo spesso su quale sia la differenza tra il giornalismo e la narrativa. Nonostante tutto, temo di non averla ancora colta.
Perché il mestiere del giornalista e quello del romanziere hanno una base in comune: saper raccontare storie. Che è un modo elegante per dire che entrambi i mestieri sanno scegliere cosa fare emergere, cosa lasciare fuori, dove mettere una virgola, quale dichiarazione usare nel titolo e quale relegare alla quindicesima riga. Sanno anche che due fatti veri e verificati, messi uno accanto all’altro, possono suggerire una terza ipotesi che veritiera magari non è affatto.
Entrambi sanno anche un’altra cosa, decisamente meno elegante da ammettere: che alcune storie funzionano meglio di altre.
Un omicidio, per esempio, funziona benissimo. Se poi la vittima è una ragazza di sedici anni e ad assassinarla sono tre compagne di scuola, praticamente si scrive da solo.
È dentro questo spazio - quello che separa un fatto dalla storia che decidiamo di raccontare su quel fatto - che Eliza Clark costruisce “La penitenza”, un romanzo che si traveste da libro-inchiesta su un fatto di cronaca nera inventato, e che, mentre ci spiega quanto sia facile manipolare una storia, finisce paradossalmente per mostrarci come andrebbe fatto un lavoro di inchiesta vero.
La storia ruota intorno all’omicidio di Joan Wilson, sedicenne di Crow-on-Sea, un’immaginaria e decadente cittadina balneare del nord dell’Inghilterra. Nel 2016 Joan venne torturata e data alle fiamme da tre ragazze della sua scuola: Dolly, Violet e Angelica. Un delitto inquietante ed efferato che non venne dissezionato nei minimi dettagli e non divenne una storia di culto per il genere true crime in quanto, per una coincidenza quasi grottesca, avvenne nella notte del referendum sulla Brexit e quindi perse notiziabilità.
Quasi dieci anni dopo, il giornalista Alec Carelli decide di ricostruire il caso: intervista familiari e conoscenti, recupera diari, messaggi, post su Tumblr, forum, fanfiction, podcast e fa qualcosa che pochi giornalisti moderni farebbero (e infatti, a farlo, è in realtà una romanziera).
Carelli (ovvero Eliza Clark) dedica interi capitoli monografici alle tre ragazze coinvolte nel delitto - anzi, le quattro ragazze: un’altra compagna venne accusata erroneamente del delitto. Il giornalista ricostruisce il loro passato, e quello della vittima, esamina la loro storia familiare, la loro condizione socioeconomica, si tuffa nei loro diari, nei loro post social, nelle loro lettere, incontra i genitori, le amiche, gli insegnanti. Cerca di rappresentare chi fossero Joan e le tre ragazze al di là della loro definizione di “vittima” e “assassine”.
Eppure, Carelli è un giornalista screditato, con una pessima reputazione
e il suo lavoro viene presto accusato di manipolazioni e il libro che stiamo leggendo ci viene presentato fin dall’inizio come un oggetto di cui non possiamo fidarci completamente.
Ed è qui che “La penitenza” diventa molto più interessante del delitto che ci presenta. Formalmente il libro è una specie di Frankenstein narrativo. C’è il true crime, naturalmente, ma dentro ci sono interviste, trascrizioni di podcast, articoli, conversazioni online, lettere, pagine di diario, messaggi e ricostruzioni narrative. Clark cambia continuamente registro e voce, imitando il modo in cui oggi veniamo a conoscenza di un fatto di cronaca: non attraverso un unico racconto, ma attraverso decine di frammenti che finiscono per sovrapporsi.
E in mezzo a tutto questo c’è quella che definirei una sorta di biofiction al contrario: solitamente, la biofiction prende una persona realmente esistita e utilizza gli strumenti del romanzo per riempire gli spazi che la biografia non può conoscere: pensieri, emozioni, conversazioni private. Clark fa una cosa ancora più strana: inventa delle persone che non sono mai esistite e poi costruisce intorno a loro una quantità tale di documentazione da convincerci che siano reali. Inventa il delitto, inventa la vittima, le assassine, le fonti, il giornalista, il suo processo di indagine e la sua metodologia narrativa. Arriva persino a inventare le polemiche che il romanzo scatenerà nella comunità di Crow-on-Sea e nella cyber-comunità dei fan del true crime.
Sembra che l’intento della Clark, e del suo alter ego Carelli, sia quello provocatorio di sfidarci a distinguere il fatto dalla narrazione.
“La penitenza” può essere letto come un gigantesco esperimento sulla cronaca nera. Promette di approfondire la realtà ma, per sopravvivere come prodotto narrativo, ha bisogno che quella realtà sia abbastanza interessante. E quando non lo è, la tentazione di scegliere, tagliare, enfatizzare e costruire connessioni diventa fortissima. E possiamo indignarci quanto vogliamo contro la spettacolarizzazione del dolore, ma nel frattempo siamo arrivati a pagina trecento e qualcosa per sapere esattamente perché tre ragazzine hanno bruciato viva una loro coetanea.
Ed è qui che “La penitenza”, secondo me, compie il suo numero migliore.
Costruisce un giornalista inaffidabile per mostrarci quanto sia facile fare cattivo giornalismo eppure finisce, quasi per contrappasso, per produrre un esempio piuttosto convincente di ciò che il buon giornalismo investigativo dovrebbe provare a fare. Perché la parte più interessante dell’indagine non è la ricostruzione del delitto. Clark dedica una quantità enorme di spazio a Crow-on-Sea: una località costiera impoverita, attraversata dalle tensioni sociali e politiche dell’Inghilterra del referendum sulla Brexit. Non usa la città semplicemente come fondale grigio per rendere più fotogenico il delitto, cerca di capire quale tipo di comunità abbia cresciuto queste ragazze, fragili e violente allo stesso tempo. Il romanzo è stato infatti letto anche come critica sociale di un’Inghilterra segnata da classismo, razzismo e disuguaglianze.
Fa lo stesso con le famiglie, con la scuola, con il bullismo, con le differenze di classe, con la solitudine adolescenziale e con quella gigantesca macchina per produrre identità che per la generazione di Joan, Dolly, Violet e Angelica è internet.
Altra particolarità del metodo di indagine di Carelli è quanto prenda sul serio le emozioni dei suoi personaggi. Perché di fronte a un assassino la tentazione più rassicurante è sempre quella di costruire un mostro - il mostro è facile da capire: è diverso da noi. Fine dell’inchiesta, possiamo andare tutti a cena. Molto più complicato è raccontare una persona capace di compiere qualcosa di mostruoso senza ridurla esclusivamente a quel gesto. E capire, naturalmente, non significa assolvere.
Nelle ultime pagine del romanzo, l’autrice mette in bocca al suo giornalista l’intero ed esplicito patto narrativo del romanzo: “Ho conservato la verità emotiva della storia; non volevo intrattenere, ma aiutare le persone a capire e a immedesimarsi”.
Che significa fare quella cosa terribilmente faticosa che dovrebbe fare chi racconta la realtà: aggiungere complessità anziché eliminarla.
E quindi se “La penitenza” fosse una pizza, sarebbe una pizza autunnale, alla “Netflix & chill” da gustare davanti a un docu-crime: zucca, gorgonzola e noci. Una pizza dal retrogusto amarognolo, ma bilanciata dalla dolcezza della zucca (per non dire, come sempre, la mia amata empatia).