La politica nel calcio, un action senza verve e il trionfo dell’antieroe

Dal potere dietro “Mexico 86” al passo falso di “Cleaner”, fino alla comicità travolgente di “Dolemite Is My Name”

Giorgio Occhipinti
|1 ora fa
Diego Luna è Martín de la Torre in “Mexico 86”
Diego Luna è Martín de la Torre in “Mexico 86”
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Mexico 86

Questo film non centra completamente il bersaglio, ma ha qualità e si vede piacevolmente. Si racconta di come si è arrivati a far sì che il Messico ospitasse per la seconda volta i Mondiali di calcio. Mexico 86 è il mondiale che ha forgiato la nazionale messicana, è quello in cui vince l’Argentina di Maradona, è quello de “la Mano de Dios”. Iconico.La cosa particolare di questo racconto, a metà tra finzione e realtà, è che il personaggio di punta della Federazione Messicana, Martin De La Torre, fino a qualche anno prima, era assolutamente un signor nessuno. Tramite delle rischiose mosse strategiche però riuscì a portare a casa dei risultati che nessuno si aspettava. Il protagonista è interpretato da Diego Luna, attore ormai famoso e affermato(l’abbiamo visto tanto nell’universo di “Star Wars”), qui non in stato di grazia ma va bene lo stesso. Questo è un film senza troppe pretese. Vuole solo raccontare l’aspetto politico del calcio e una figura che ha avuto una parabola “dalle stalle alle stelle”. Negli anni abbiamo sentito tantissimi casini combinati dalla FIFA, dalla UEFA e da tutte le varie associazioni, e i Mondiali ovviamente sono una macchina talmente grossa che dietro hanno degli scontri politici molto forti. Gli intrighi che vengono raccontati non sono esplorati molto e questo rimanere in superficie probabilmente penalizza il film. La lunghezza della pellicola è giusta, se avessero fatto un mattone da due ore e mezza sarebbe stato un flop clamoroso. È un buon prodotto anche se non vi piace il calcio perché parla di tutto quello che c’è dietro ovvero la politica.
Lo trovi su: Netflix
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Cleaner

Clone spudorato di “Die Hard”, “Cleaner” racconta di una lavavetri che deve sventare un sequestro di persone da parte di un gruppo terroristico. Ovviamente lei è una ex militare super cazzuta che farà mambassa. La protagonista di “Cleaner” è la protagonista della nuova era di “Star Wars”, Rey, Daisy Ridley. Daisy non è una cattiva attrice ma non è una star, fortunatamente l’esperienza “Star Wars” non la rende un pesce fuor d’acqua in un action movie. Certamente però non è un attrice che può reggere da sola una pellicola del genere. Soffermiamoci però su un’altra figura legata al film. Il regista si chiama Martin Campbell, è l’uomo che è riuscito a ridare vita a 007 per ben due volte, perché è il regista di “GoldenEye” e di “Casino Royale”, che rimane ad oggi uno dei migliori film mai fatti su James Bond. È una persona competente e quindi rimango molto stupito che abbia accettato un progetto come questo, che ha delle grandi problematiche già sulla carta. Vero anche che Campbell è in declino da anni, dopo “Green Lantern” però così si cade veramente in basso. Il film ha dei grandissimi limiti, dal cast, alle ambientazioni, alle props, che sembrano di plastica, alle luci e alle sequenze di azione. L’inserimento di questo fratello autistico sinceramente non mi sembra una cosa così rilevante. È forse solo un pretesto per far sì che la nostra eroina si mobiliti, perché anche lei odia quelli della multinazionale per cui lavora. Scade nel ridicolo.
Lo trovi su: Amazon Prime Video
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Dolemite Is My Name

Probabilmente il film comico/demenziale migliore su Netflix. “Dolemite Is My Name” parla di un comico veramente esistito, Rudy Ray Moore, che non riesce a trovare la sua strada. Poco carismatico e senza battute divertenti è bandito dai locali di stand up. Spinto dalla disperazione però ha un’idea geniale: rubare dalla strada, da barboni e ubriaconi, le migliori battute che riesce a sentire e costruirci attorno un personaggio, un pappone arrogante e senza peli sulla lingua, Dolemite. Il repertorio, essendo assolutamente dissacrante e volgare, viene distribuito tramite registrazioni su vinili, in modo da entrare nelle case della gente e non passare per i locali. Il successo è clamoroso e nascerà un icona della comicità popolare americana. Ma Dolemite non si ferma e sognando il cinema diventerà anche attore e regista di uno dei primi film underground ad avere risonanza nazionale e un successo enorme al botteghino. “Dolemite Is My Name” in Italia non è stato recepito per niente, ma in America ha avuto un discreto successo grazie anche ad un cast di tutto rispetto. Dolemite è interpretato da Eddie Murphy, che fa un’ottima performance, c’è un redivivo Wesley Snipes, questo è uno dei primi film che ha fatto dopo aver scontato il tempo in prigione e cito anche: Bob Odenkirk, Keegan-Michael Key, Craig Robinson e Snoop Dogg. La forza del film, però, è la scrittura, le battute fanno ridere, le situazioni sono folli e il ritmo è alto. Dolemite è un personaggio spietato, è uno spietato buffone che ormai ha visto la cima della montagna e che non si fermerà davanti a nessuno pur di arrivare a destinazione. Dolemite è un antieroe, è un pagliaccio ma anche un duro, spara ma fa anche Kung Fu, è un grande ammiratore di Bruce Lee, è pappone ma anche amante appassionato. Rudy Ray Moore verrà poi chiamato “Godfather of Rap” perchè prima che il rap diventasse rap, lui stava già facendo lunghi monologhi rimati sopra basi Jazz, Funk e R&B. Non era Hip Hop nel senso moderno, non era ancora quello che sarebbe nato poi nel Bronx, ma c’erano già alcune cose fondamentali: il flow, la spacconeria, l’insulto, il personaggio più grande della vita, la narrazione dei bassifondi, la musicalità della voce e il gusto per il racconto sporco, esagerato, teatrale. Per chi ama la comicità americana spinta, la comicità dei bassifondi, questo è il film per voi ed è anche per chi ama quei film anni 70, 80, girati con un cocomero e una banana come budget, che però hanno impattato veramente sulla vita di un numero di persone non indifferente. “Dolemite is my name and fucking up motherfuckers is my game!”
Lo trovi su: Netflix