La spirale discendente del disagio moderno nel capolavoro di Yates

“Disturbo della quiete pubblica”, la salute mentale diventa una trappola sociale a tre cicli. Romanzo di lucida denuncia

Cecilia Pizzaghi
|2 ore fa
La spirale discendente del disagio moderno nel capolavoro di Yates
4 MIN DI LETTURA
Ho letto parecchi libri incentrati sulla salute mentale, con personaggi spezzati dal peso della vita e trame che seguono la loro ripida parabola discendente. Senza dubbio, è un tema che attira la mia attenzione, ma sto anche iniziando a maturare la convinzione che questo argomento spinga gli autori a trovare, ogni volta, un modo diverso, inusuale, per non dire geniale per snocciolarlo.
“Disturbo della quiete pubblica” di Richard Yates è il perfetto esempio per dimostrarvi questa teoria.
Innanzitutto, perché è strutturato su tre macro-capitoli, che fungono un po’ da cicli a sé stanti: ognuno sembra quasi autoconclusivo; tutti seguono una trama simile, che comincia con di comportamenti autosabotativi, vede un crescendo di sregolatezza, autodistruzione, paranoia, trova il suo culmine in una brutale crisi e si conclude con un inaspettato lieto fine. Peccato che poi la ruota riparta. Ogni volta.
In estrema sintesi, “Disturbo della quiete pubblica” racconta la crisi di mezza età di John Wilder. È un uomo medio, privo di particolari talenti o di un particolare spessore emotivo; fa un lavoro banale, che non richiede spiccate capacità o notevoli propensioni - non me ne vogliano i colleghi, sto parafrasando come viene definito nel romanzo stesso - ovvero fa il venditore di spazi pubblicitari; ha una moglie non molto avvenente per la quale ormai non prova più granché e un figlio che gli genera senso di colpa, ma nei confronti del quale dimostra forte disinteresse.
Il primo ciclo racconta la prima grande crisi di Wilder, la più improvvisa. Una trasferta di lavoro all’insegna di abuso d’alcool, amanti e insonnia lo porta ad avere un esaurimento nervoso: su consiglio (eufemismo per intendere obbligo) di un caro amico e della moglie, viene internato al Bellevue Hospital, reparto uomini violenti. Un’esperienza forte, ma neanche tra le più traumatiche, che si conclude senza troppo sforzo. Wilder viene dimesso dopo pochi giorni quasi come se il suo ricovero si fosse trattato di un malinteso.
Secondo ciclo: John inizia a rivolgersi a uno psichiatra, a frequentare qualche incontro degli Alcolisti Anonimi, a prendere medicine, pur continuando a bere. Nel caos emotivo che ne consegue, trova una nuova amante ventenne, con cui stabilisce una relazione stabile. È proprio lei a incentivarlo a essere se stesso, a vivere una vita governata dalle emozioni, e a spronarlo a produrre un film indipendente che racconti la sua esperienza nell’ospedale psichiatrico. Secondo tracollo: sua moglie inizia a intuire le sue attività extraconiugali, suo figlio inizia ad avere problemi a scuola e problemi comportamentali e Wilder ha un esaurimento sul set. In breve tempo quindi non riesce più a tenere insieme tutto e la sua amante lo lascia per uno scrittore di successo.
Terzo ciclo: Pamela, la giovane amante, fa il suo insperato ritorno e con lei risorge in John la convinzione di poter saltare di nuovo in groppa alle emozioni forti senza pagarne le conseguenze. Lo persuade quindi a seguirla in California per tentare fortuna a Hollywood. Sono settimane di meeting con registi e produttori, di incontri che abbassano l’autostima di John e e di una quotidianità da spiantati, tra abbondante alcool e medicine prese senza un criterio.
Come può andare a finire se non con John mezzo nudo in totale crisi psichiatrica nel mezzo delle strade di Los Angeles?
Tre anelli che si intersecano, anzi, si generano l’uno dall’altro per formare una spirale, che sembra la traiettoria di un elicottero in planata. Forse è la famosa “Downward spiral” di cui cantavano i Nine Inch Nails: quella vorticosa discesa che comincia con lo smettere di fare i bravi bambini, si avviluppa attorno all’incapacità di essere funzionali alla società per come siamo abituati a concepirla e atterra nell’autodistruzione. Proprio come cantava il mio idolo Trent Reznor “lose me, hate me, smash me, erase me” (da Mr. Self Destruct: mi perdo, mi odio, mi spiaccico, mi cancello), “Disturbo della quiete pubblica” racconta tutte le fasi della completa rottura di un uomo normale, con una vita normale, quasi invidiabile, ma spezzato da una società che non lo opprime, peggio: lo ignora.
Dal mio punto di vista, “Disturbo della quiete pubblica” è sì un romanzo che, se ci si ferma a una lettura più superficiale, parla di alcolismo e malattia mentale, ma che dietro le righe si rivela una forte denuncia all’individualismo. L’individualismo di chi delega la cura di un caro amico a una struttura disumana, piuttosto che domandarsi (e domandargli) che cosa gli sta succedendo nel profondo. L’individualismo di una moglie che si rinchiude nella sua comoda casa e nei suoi buoni costumi, invece di abbassare il ponte levatoio e scendere ad affrontare i propri problemi coniugali. L’individualismo di chi riduce il rapporto con un collega in difficoltà alla più banale delle frequentazioni (o bromance, che dir si voglia); della serie “ti sei fatto questa? io mi sono fatto quest’altra”. L’individualismo di un’amante che scappa al primo intiepidimento del sentimento. L’individualismo di un’intera società disabituata all’ascolto dell’altro, che ha anteposto l’autorealizzazione all’empatia.
Perché se è ormai riconosciuto che l’economia capitalista si fonda sull’esistenza di svantaggiati, che consentono ad altri di trarre profitto, non potrebbe questa stessa società aver prodotto un equilibrio malsano tra persone emotivamente schiacciate e individualisti?
Alla fine il romanzo di Yates si sintetizza in un breve passaggio: «Mettere un uomo nel Bellevue (l’ospedale psichiatrico ndr), farlo tornare ai problemi che l’hanno spedito là dentro, quali che siano, lasciare che i problemi agiscano su di lui fino al punto di rottura e poi stare a guardarlo mentre si rompe, guardarlo andare al di là di ogni possibile aiuto psichiatrico». Perché “Disturbo della quiete pubblica” è un esperimento tanto sociale quanto metanarrativo: è un invito a fare lo sforzo di capire davvero la trama, la storia, i personaggi, a non abbandonare John Wilder a se stesso e lasciarlo in balia degli eventi che lo ingabbiano. “Disturbo della quiete pubblica” è un appello a farci “disturbare” dall’altro, a non voltare lo sguardo davanti alle sue difficoltà, a interrogarci, a immaginare e a immedesimarci in quello che sta provando.
E se fosse una pizza, sarebbe una pizza bianca con olio aromatizzato alle bacche di ginepro, menta e lime: una pizza che sembra un bicchiere di gin, tanto caro a John Wilder, fresco e luminoso, così luminoso, da rispecchiarci dentro.