“Monster: La storia di Lizzie Borden”, la rabbia delle donne secondo Ryan Murphy

L’autore intreccia la sua storia con quella di Aileen Wuornos per raccontare la reazione violenta al patriarcato

Fabrizia Malgieri
|2 ore fa
La protagonista in una scena
La protagonista in una scena
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Tornano i mostri reali secondo Ryan Murphy. L’eccentrico e prolifico autore – già amatissimo per opere come “American Horror Story” e “Nip/Tuck” – approda ancora una volta su Netflix con “Monster: La storia di Lizzie Borden”, la quarta stagione della sua fortunata serie antologica, già disponibile da qualche giorno sulla piattaforma over-the-top. Per la prima volta nella storia del franchise, il “mostro” è una donna, Lizzie Borden, considerata una delle prime assassine della storia degli Stati Uniti, seppur formalmente assolta da qualsiasi capo di imputazione. È il 4 agosto 1892, siamo a Fall River, Massachusetts. Lizzie vive in una modesta casa insieme a suo padre, Andrew Borden, la seconda moglie di lui, Abby, sua sorella maggiore Emma e la governante d’origini irlandesi, Bridget Sullivan. Nonostante le ingenti ricchezze, il signor Borden era un uomo di eccessiva parsimonia, costringendo moglie e figlie a vivere in condizioni piuttosto precarie. Una situazione che generò presto rancore e disperazione soprattutto nelle due figlie, esasperate anche da una donazione fatta dal padre a vantaggio della sorella della matrigna. È proprio in quel giorno di piena estate che si consumò il duplice omicidio: Andrew e Abby Borden vengono ritrovati straziati da numerosi e violenti colpi di ascia alla testa in due stanze diverse della casa. Al momento dei delitti, in casa ci sono soltanto Lizzie e la domestica Bridget; Emma è in vacanza da alcuni conoscenti. Le indagini portano al ritrovamento di un’ascia accuratamente ripulita e compatibile con le ferite, mentre alcuni testimoni raccontano di aver visto Lizzie bruciare un abito indossato quel giorno e mai più ritrovato. La donna viene arrestata e, poco dopo, processata. Nonostante le prove a suo carico e un possibile movente economico (alla morte dei coniugi, lei e la sorella avrebbero ereditato il patrimonio paterno), Lizzie viene assolta. A pesare è soprattutto l’arringa della difesa, che punta proprio sulla ferocia dei delitti: una donna minuta come Lizzie non avrebbe mai potuto sferrare, con un’arma tanto pesante, decine di colpi alla testa della matrigna e del padre. L’avvocato insiste inoltre sulla sua condotta irreprensibile: Lizzie fa beneficenza, frequenta associazioni religiose, insegna catechismo in una scuola domenicale. Per compiere un simile scempio avrebbe dovuto essere un mostro. La giuria la scagiona da tutte le accuse. Questa è la storia vera di Lizzie Borden, come quella tramandata dai quotidiani dell’epoca – e anche da tante filastrocche popolari che hanno raccontato l’inquietante storia della killer statunitense come quella di una strega uscita da un libro di fiabe per bambini. Ma non è questo lo sguardo che sceglie Murphy, deciso forse ad andare oltre la patina di violenza che avvolge il personaggio. Concedendosi libertà artistiche ancora più ampie che nelle stagioni precedenti, l’autore trasforma la vicenda di Lizzie Borden nel pretesto perfetto per raccontare la rabbia femminile attraverso i secoli. L’intuizione più audace è quella di intrecciare la storia di Lizzie (interpretata da un’eccellente Ella Beatty) con quella di Aileen Wuornos (Sarah Paulson), la serial killer entrata nell’immaginario collettivo grazie a un film intitolato, non a caso, “Monster” (2003), che valse l’Oscar come miglior attrice protagonista a un’irriconoscibile Charlize Theron. Ne nasce una stagione coraggiosa, che si trasforma presto in un grido di ribellione viscerale, vigoroso, carnale, di e per tutte le donne, contro ogni forma di patriarcato, antico o contemporaneo che sia.
L'attrice Ella Beatty in una scena della serie tv
L'attrice Ella Beatty in una scena della serie tv
Mettendo in parallelo Lizzie e Aileen, Murphy dà forma e corpo a un sentimento recondito e a lungo represso, una rabbia quasi ultraterrena che racconta senza mai giustificarla. Molte critiche hanno accusato la serie di “umanizzare due sanguinarie assassine”, un rimprovero in realtà rivolto a tutte le stagioni di “Monster”. Eppure, lo sguardo dell’autore è tutt’altro che compiaciuto o indulgente. È piuttosto un’indagine attenta, quasi chirurgica, sulla genesi di questi mostri: cosa le ha rese tali, a un secolo di distanza l’una dall’altra? Perché da vittime si sono trasformate in carnefici? A scandire le vicende intrecciate delle due donne c’è una colonna sonora potentissima, fatta di brani moderni che fanno da contrappunto alle immagini. Un elemento squisitamente pop, marchio di fabbrica di molte produzioni di Murphy, che conferisce alle storie una dimensione quasi atemporale: “Cherry Bomb” delle Runaways, “Hounds of Love” di Kate Bush, “The End” dei Doors, “Smalltown Boy” dei Bronski Beat, “I’m On Fire” di Bruce Springsteen reinterpretata dai Chromatics. E infine, a chiudere il cerchio, “Carnival” di Natalie Merchant, la canzone che la vera Aileen Wuornos scelse per il proprio funerale. Un brano che parla di smarrimento: una donna, travolta dal caos di New York, avverte tutta la propria piccolezza di fronte alle disuguaglianze della Grande Mela, palcoscenico di uno spietato carnevale in cui convivono ricchezza sfacciata e miseria estrema, gioiellerie e tappeti rossi accanto a imbonitori da baraccone e profeti di strada. New York come la vita reale, a cui non tutti riescono a tenere il passo, per la sua violenta velocità. Ed è forse proprio questa la chiave di lettura dell’intera stagione. Lizzie e Aileen sono due donne rimaste indietro, schiacciate da un mondo che non ha mai fatto spazio per loro: una prigioniera di una casa borghese e di un padre avaro, l’altra abbandonata ai margini di un’America che non perdona la povertà. Murphy non chiede allo spettatore di assolverle, né di provare per loro simpatia. Chiede, semmai, di guardare con onestà il contesto che le ha generate, e di riconoscere che i mostri raramente nascono dal nulla. “Monster: La storia di Lizzie Borden” è una stagione imperfetta, a tratti eccessiva come tutto il cinema del suo autore, ma è anche la più politica e urgente dell’antologia. Perché la rabbia che racconta non appartiene soltanto al 1892 o agli anni Novanta: è ancora qui, e chiede ancora di essere ascoltata.
Ella Beatty è Lizzie Borden per Ryan Murphy
Ella Beatty è Lizzie Borden per Ryan Murphy