Nomen omen, dimmi come ti chiami e ti dirò che personaggio sei

Memorabilità, sonorità e la giusta combinazione di lettere sono gli ingredienti segreti per un naming di successo

Alessandro Sisti
|2 ore fa
Nomen omen, dimmi come ti chiami e ti dirò che personaggio sei
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In un geniale spot di parecchi anni fa (ma io ho buona memoria), costruito come la scena d’un film d’azione, dei malvagi incappucciati irrompono nella sala dove si tiene un elegante ricevimento. Gli invitati sono atterriti, però Sylvester Stallone giunge a soccorrerli e fa polpette dei furfanti. Dopodiché un’avvenente fanciulla, inevitabilmente presa dal rude fascino del suo salvatore, gli domanda come si chiami… e Stallone risponde «Bubi», suscitando l’ilarità generale. La morale commerciale della storia è l’importanza d’affidarsi per i propri acquisti a un nome conosciuto e credibile, ma fuor di metafora è effettivamente dura prendere sul serio un eroe di nome Bubi. Lo sapeva il commediografo latino Plauto, che una ventina-e-spiccioli di secoli fa affermava “nomen omen”, cioè “nel nome c’è un presagio” e ancora oggi il problema angustia gli autori teatrali, i romanzieri e gli sceneggiatori di fumetti: inventare un protagonista intrepido, prestante e sagace è fatica sprecata, se gli appioppi il nome sbagliato.
D’altronde trovare quello giusto non è facile e perfino Walt Disney – riferiva il suo biografo Bob Thomas – dopo aver disegnato un personaggino simpatico che gli sembrava funzionare, s’era messo in testa di battezzarlo Mortimer Mouse. Meno male che a sua moglie non suonava bene e Walt le diede retta. Meglio Mickey, eh? Così chi scrive si scervella peggio d’una coppia in attesa del primo bebè e se i futuri genitori passano le serate a scorrere online elenchi di nomi femminili e maschili completi di significato e santo patrono, chi ne cerca uno per il parto della propria immaginazione si orienta con il naming, com’è definita l’arte di dar dei nomi (in senso buono) da chi vuol darsi un tono. Le regole sono empiriche, un nome è più efficace quanto più è facile da pronunciare e ricordare e dovrebbe annunciare le caratteristiche del personaggio e le avventure che interpreterà, come Tex Willer (se uno si chiama Tex difficilmente le sue storie si svolgeranno al Polo Nord) e il suo compare bonelliano Martin Mystère, archeologo del mistero, o l’ultraveloce supereroe Flash, ma una valida alternativa è un nome che sveli il meno possibile per incuriosire i lettori, come il surreale gatto Jones di Franco Matticchio. Chi sceneggia graphic novel letterarie e realistiche può cavarsela con poco, non ha che da scegliere nomi verosimili, tuttavia anche il realismo ha i suoi canoni. Da una figura altolocata il pubblico si aspetta un nome altisonante e viceversa da una persona comune che ne porti uno meno elaborato, ma nel mondo vero un’ereditiera può chiamarsi Pina e un’estetista Oriana o Selvaggia. Il che dimostra – non mi stancherò mai di sottolinearlo – che la realtà è scritta malissimo. Naturalmente non è l’unico modo di fare naming, c’è chi segue ragioni personali e spiega «ho chiamato Gnagna la mia eroina perché è il nome della mia ragazza», o in alternativa segue le mode e quando la scena dei comics era dominata da quelli d’oltreoceano gli aspiranti sceneggiatori emergenti proponevano protagonisti di nome Cindy o Jack, trasformati con l’arrivo dei manga in Fumiko e Hiroshi, residenti in una Tokyo ricalcata sul modello di Cinisello Balsamo.
A mio avviso però attenersi a un metodo è più professionale e nel fumetto umoristico un espediente sono i nomi che rimandano a protagonisti famosi o a parole che descrivano il personaggio, come l’antiquario Nataniele Ragnatele di Romano Scarpa in “Topolino e le sorgenti mongole” e Zio Paperone (nell’originale Uncle Scrooge dall’usuraio di Dickens, e tanto basta a presentarlo) che al Club dei Miliardari incontra il collega lord St. Erling, ammiccante ai cognomi aristocratici inglesi sul genere di St. John o St. Patrick, nonché a “sterling” inteso come sterlina. C’è poi uno stratagemma narrativo quasi infallibile, consistente nello stabilire una regola e utilizzarla per far ridere. L’ha escogitato René Goscinny, sceneggiatore del celeberrimo Asterix, partendo dal dato storico che molti nomi gallici terminavano in “ix” come Ambiorix, Viridovix o Vercingetorix (per noi Vercingetorige), oppure in “us” o in “um” quelli degli invasori romani. Perciò basta prendere vocaboli che in francese si pronunciano con suoni simili, adattarli, e da “astérisque” (asterisco) ecco appunto Asterix, da “obélisque” Obelix, fino al bardo Assourancetourix, vale a dire “assurances tous risques”, che tradotto è un’assicurazione contro tutti i rischi. Gli accampamenti di Roma hanno invece nomi evidenti come Aquarium, ma anche meno immediati come Babaorum, cioè “baba aux rhum”, babà al rum, o Petibonum, ovvero “petit bonhomme”, che in italiano corrisponde all’incirca al colloquiale “caro il mio uomo”, per arrivare al legionario Petilarus, che mi ha dato un bel po’ da riflettere finché non ho afferrato che si trattava del dizionario Petit Larousse. È un gioco anche per chi scrive tentando di coniare nomi sempre più enigmistici, per coinvolgere chi, leggendo, li cerca per decifrarne il senso. Perciò non ho resistito alla tentazione di provarci a mia volta e agli alieni della serie “PK” ho dato nomi assonanti con quello di Evron, il loro pianeta. Alcuni senza significato come Agron nella prima storia, dopodiché mi sono fatto prendere la mano e sono seguiti Honeymon, Bellebwon, Porphioolon, Bonton, il tecnico Manootensyon e visto che nessun castigo divino mi colpiva, ci ho aggiunto Sceronston e Sharlisteron. Di certo non posso vantarmene, nondimeno mi sono divertito.
Il naming ha comunque altri strumenti a disposizione e uno è il fatto che ogni nome ha un suono che racconta qualcosa a chi l’ascolta. Nella serie “Venerdì 12” di Leo Ortolani il maggiordomo Giuda – nome di per sé abbastanza significativo – combina per il suo solitario principale un’uscita a quattro con due gentildonne chiamate Ciurga e Flonza. Improbabile aspettarsi di vedere la prima e la seconda classificata a Miss Universo e questo trucco ha addirittura sofisticati risvolti scientifici. Viene applicato in svariati ambiti della comunicazione e si basa sulla fonosemantica, la capacità dei suoni d’evocare sensazioni e significati. È una tecnica che classifica le lettere dell’alfabeto secondo la sonorità e ne individua sperimentalmente le associazioni, ma per capirla senza complicarci la vita basta vederla all’opera. Anzi sentirla, poiché lettere come la “p” risultano positive e amichevoli, ideali per dar nome ai personaggi per i più piccoli come la Pimpa di Altan o Peppa Pig. Al contrario le consonanti secche e gutturali come “k” e “x” o arrotate e ruggenti come la “r” sono aggressive e particolarmente minacciose in compagnia di qualche “o” che le amplifichi, per cui non ci vuole molto a intuire che con il manesco androide Ranxerox di Stefano Tamburini non conviene scherzare e pure io, dovendo coniare un nome per una potentissima e devastante extraterrestre, l’ho chiamata Xadhoom. È quasi un’esplosione! Invece una vocale come la “i” fa pensare a qualcosa di piccolo e grazioso e calza a meraviglia a Minni (Topolino è d’accordo), eppure insieme ai soffi e ai sibili della “f” e della “s” l’effetto cambia ed è chiaro che d’individui chiamati Slim o Flint c’è poco da fidarsi. Nondimeno anche la fonosemantica nasconde insidiosi tranelli. A volte mi capita d’illustrarla dal vivo a un pubblico, in genere di malcapitati studenti, e non mi aspettavo che una di loro, traendo le ovvie conseguenze da vocali chiuse e consonanti sibilanti, mi chiedesse ridendo «Allora che cattivo soggetto è uno che si chiama Sisti»?