Quando quello del fumetto più che un linguaggio è... un dialetto

I grandi eroi dei comics sono internazionali, eppure una volta all'anno parlano le lingue locali dei lettori

Alessandro Sisti
|1 ora fa
"Una ballata del mare salato" di Hugo Pratt, dove il dialetto del Pacifico è il Venezuelano- © Libertà/Alessandro Sisti
"Una ballata del mare salato" di Hugo Pratt, dove il dialetto del Pacifico è il Venezuelano- © Libertà/Alessandro Sisti
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Sabato, quando passerete in edicola a comperare Libertà, domandatela parlando in dialetto. In piacentino o in quello che vi appartiene (sperando che non sia uno dei più stretti e incomprensibili, altrimenti il giornalaio vi darà “L’Eco dell’Allevatore di Gnu”), perché il 17 gennaio è la Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali, istituita nel 2013 dall’Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia, nell’intento di preservare e valorizzare un patrimonio di cultura e tradizione a rischio d’essere dimenticato. Un pericolo che sarebbe apparso risibile poco più di cent’anni fa, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando uno dei problemi dei poveri fanti precettati da ogni angolo del Paese era quello d’intendersi a vicenda. In un secolo, a unificare linguisticamente emiliani e sardi, friulani, calabresi e così via hanno provveduto generazioni di volenterose maestre elementari insieme al cinema, alla radio e alla televisione: istruzione di base e intrattenimento, il bastone – usato con gentilezza – e la carota ben confezionata dei mass media. Ragion per cui se al presente la nostra è realmente divenuta una lingua nazionale condivisa, per contro è normale che persone di tutte le età (non soltanto i più giovani) non comprendano il dialetto di nonni e bisnonni. Una perdita importante, perché dialetti e lingue locali, magari derivate da quelle dei tanti dominatori stranieri che hanno invaso la penisola e poi ci si sono più pacificamente insediati, sono un’eredità d’identità e di memoria. Sul che nessuno obbietterà, però che c’entrano i fumetti? C’entrano, poiché come prodotto editoriale distribuito sull’intero territorio hanno fatto la loro parte nella diffusione dell’italiano, nonché in quanto noi fumettari siamo stati fra i primi a rivalutare il dialetto, ancorché a modo nostro.
Il merito d’aver aperto la strada spetta (che io sappia) a Hugo Pratt e alla sua graphic novel più amata dagli appassionati, “Una ballata del mare salato”, in cui debutta il personaggio di Corto Maltese. Attorno a lui i comprimari sono ufficiali di marina disillusi, pirati e nativi del Pacifico, che dai melanesiani ai figiani e quanti altri parlano tutti… veneziano.
Nato a Rimini, ma di famiglia veneziana e nipote del poeta dialettale Eugenio Genero, a Venezia Pratt fu profondamente legato per tutta la vita e motivò la scelta di quel dialetto con la volontà di caratterizzare gli indigeni degli atolli come un popolo del mare, artificio narrativo che nel contempo è una firma personale e un’affettuosa dichiarazione d’appartenenza. Per i non veneziani il senso è desumibile – seppure non sempre – dalle immagini, per esempio nella vignetta in cui Corto Maltese rimane imprigionato fra le valve di un’enorme conchiglia tridacna e il maori che si tuffa in suo soccorso dice «Lo ga’ vantà una bavarassa granda» ovvero «L’ha preso una vongola gigante», con una sfumatura d’umorismo involontario quanto inevitabile nell’adattamento del vocabolo, dato che in laguna molluschi simili non esistono. In altre occasioni suona invece indecifrabile, come quando i feroci papuasi remano a bordo delle piroghe e per darsi il ritmo salmodiano «biri, bari, bragora», canto di guerra che in realtà è il detto «Biri, Bari e Bragora, Dio ne scampa e libera», dai toponimi di tre zone di Venezia anticamente considerate malfamate. Tutto ciò nel 1967, quando i dialetti sono ancora stigmatizzati dalla cultura ufficiale, nondimeno Hugo Pratt ha già iniziato a sdoganarli e io, avendo sempre apprezzato questo suo espediente, quando me n’è capitata l’occasione me ne sono indecorosamente appropriato.
In alcuni episodi che ho sceneggiato per la serie Disney intitolata “PK” il colonnello Neopard, mercenario spaziale, ha come aiutante di campo il sergente Q’Wynkennon, automa militare che comunica in quello che alcuni dei lettori più attenti (per gli altri ci sono le note a pie’ di pagina) hanno definito “una specie di milanese”. Sbagliato, è il dialetto dell’Oltrepò Pavese – io sono di Broni – camuffato nell’ortografia per renderlo più fantascientifico e giustificato come ipotetico “linguaggio di programmazione della Darkstep Valley”, cioè la Valle Scuropasso, di nuovo dalle mie parti. Così, scoprendo un dispositivo che potrebbe individuarli, il sergente robot chiede al suo superiore «Halvoost kalrohbly, shoor?», ossia «Al vust cal rob lì, sciur?», che liberamente tradotto suona “Attenzione, signore! Un sensore!”, mentre porgendogli delle bevande calde lo avvisa «Staghaten’t kalbroosa, shoor» e allarmato da un inatteso attacco da cui erano stati messi in guardia esclama «Kalliloola dytad feed asnò», che, con un registro più marziale, nelle didascalie diventano «Attenzione che sono bollenti, signore» e «L’alieno ci aveva avvertiti». Tanto per confondere un po’ le acque o forse troppo, perché non avevo considerato che le storie in questione sarebbero state ristampate all’estero e l’oltrepadano intergalattico è risultato superiore alle forze di chi doveva tradurle, perciò anche negli albi in greco, giapponese o danese il sergente Q’Winkennon parla dialetto.
Sono ammiccamenti giocosi d’intesa con il pubblico, che condivida il dialetto o meno, divertissement da sceneggiatore (o d’autore completo d’alto rango nel caso di Pratt), che però l’anno scorso si sono trasformati in un progetto di comunicazione per la Giornata Nazionale dei Dialetti, per omaggiare la quale il settimanale “Topolino” ha pubblicato l’avventura “Zio Paperone e il PdP 6000” in cinque versioni: quella in italiano e poi quelle in milanese, fiorentino, napoletano e catanese, distribuite nelle rispettive città. Un’iniziativa gradita dai lettori al punto di motivare la redazione a far realizzare e dare alle stampe una seconda storia svincolata da qualsiasi celebrazione, “Topolino e il ponte sull’oceano”, di nuovo in italiano nonché in torinese, veneziano, romanesco e barese. È irresistibile vedere Paperon de’ Paperoni che si lagna dei continui assalti bassotteschi dicendo in siculo «Sempri ncutti ana statu, i Bbassotti! Ma uttimamenti addivintano na camurria!» piuttosto che in meneghino «I Bassott hinn semper staa di bej zuccon… ma in sti ultim temp hinn propi una cros!», tuttavia nei dialetti oltre ai termini variano i modi espressivi, per cui se Topolino, sfinito da un lungo lavoro di carpenteria, in veneziano dichiara «E anche sto ciodo el xe posto! Gnente mal, vero Orazio?», in barese dice «E ll-ùld’m’ c’ndrón’ stà mb’zzàt’! Na sscicccarì! Ié vér’, Orà?» e in romanesco sbuffa «E pure l’urtimo chiodo è ito! Solo che mo’ sto a stirà»! Per la Giornata dei Dialetti 2026 si replica con “Paperino lucidatore a domicilio” in genovese, bolognese, catanzarese e addirittura in patois francoprovenzale valdostano. Come nelle occasioni precedenti le traduzioni, impostate alla massima serietà filologica, sono state affidate a linguisti esperti e accreditati, docenti universitari e ricercatori di dialettologia coordinati da Riccardo Regis, professore ordinario di Linguistica Italiana all’università di Torino. Raccogliendo ugualmente osservazioni e rimostranze, perché a meno di rifarsi alla parlata del più minuscolo dei villaggi, dove tutti i residenti si esprimono esattamente nel medesimo modo, ogni dialetto è differente già da un quartiere all’altro di qualsiasi città e sempre e comunque troveremo qualcuno che commenterà “Sì, ma quelli là non parlano mica il vero padovano”, oppure il vero savonese, eporediese o… piacentino. Che siate d’accordo o no, l’importante è dirlo in dialetto.