La fuga all'estero dei giovani
Caro GianPirlo, non minimizzare che compie questa scelta. Andare via non è facile come possa sembrare
Anna Morando
|21 ore fa

Giovani e fuga all'estero
Oggi voglio affrontare un argomento delicato e di cui, da qualche anno, si sta parlando molto: la fuga all’estero dei giovani.
Credo di poter far rientrare in questa categoria noi Millennials perché, anche se iniziamo ad avere vari acciacchi e iniziamo a dire “mi fa male la schiena” senza un motivo preciso, siamo ancora nella fascia medio-giovane della società. Almeno sulla carta.
Da molti anni si parla di “fuga di cervelli”, e mai come in questo periodo storico, si sono registrate tante partenze che rientri nel nostro splendido paese.
Le opinioni, anche per il popolo vintage, si dividono in modo netto.
Da un lato c’è chi consiglia ai giovani di scappare: all’estero ci sono più opportunità, stipendi migliori e più possibilità di carriera.
Dall’altro troviamo una massa compatta di GianPirlo, quelli che accusano chi parte di abbandonare il proprio paese, senza investire nel suo futuro e cercare cambiarlo al meglio.
Caro GianPirlo, che difendi a spada tratta L’Italia accusandoci (mi ci metto anche io, vista la mia parentesi all’estero di due anni) di scappare senza “combattere”, sei spesso il primo che si oppone al cambiamento. Appena proviamo a proporre qualcosa di nuovo e più innovativo, la risposta è sempre la stessa “si è sempre fatto così”.
La frase che, solitamente, è l’inizio della fine.
Personalmente la sopporto poco. Se si continua a fare come si è sempre fatto, si avranno sempre gli stessi risultati. No? Quindi perché non provarci? Sbaglieremo? Possibile. Ma sbagliando si impara.
O per lo meno, questo ci avete sempre detto.
Propongo allora di far pace con il cervello e trovare una via di mezzo: se vuoi tenerci qui, devi offrirci opportunità che meritiamo e che altri paesi ci offrono.
La mia esperienza personale all’estero è stata molto fruttuosa: ho imparato benissimo l’inglese, ma, lo ammetto, non vedevo l’ora di tornare a bere un bel caffè fatto con la Moka e mangiare il buon cibo perché sì, su questo vinciamo ancora noi.
Credo di poter far rientrare in questa categoria noi Millennials perché, anche se iniziamo ad avere vari acciacchi e iniziamo a dire “mi fa male la schiena” senza un motivo preciso, siamo ancora nella fascia medio-giovane della società. Almeno sulla carta.
Da molti anni si parla di “fuga di cervelli”, e mai come in questo periodo storico, si sono registrate tante partenze che rientri nel nostro splendido paese.
Le opinioni, anche per il popolo vintage, si dividono in modo netto.
Da un lato c’è chi consiglia ai giovani di scappare: all’estero ci sono più opportunità, stipendi migliori e più possibilità di carriera.
Dall’altro troviamo una massa compatta di GianPirlo, quelli che accusano chi parte di abbandonare il proprio paese, senza investire nel suo futuro e cercare cambiarlo al meglio.
Caro GianPirlo, che difendi a spada tratta L’Italia accusandoci (mi ci metto anche io, vista la mia parentesi all’estero di due anni) di scappare senza “combattere”, sei spesso il primo che si oppone al cambiamento. Appena proviamo a proporre qualcosa di nuovo e più innovativo, la risposta è sempre la stessa “si è sempre fatto così”.
La frase che, solitamente, è l’inizio della fine.
Personalmente la sopporto poco. Se si continua a fare come si è sempre fatto, si avranno sempre gli stessi risultati. No? Quindi perché non provarci? Sbaglieremo? Possibile. Ma sbagliando si impara.
O per lo meno, questo ci avete sempre detto.
Propongo allora di far pace con il cervello e trovare una via di mezzo: se vuoi tenerci qui, devi offrirci opportunità che meritiamo e che altri paesi ci offrono.
La mia esperienza personale all’estero è stata molto fruttuosa: ho imparato benissimo l’inglese, ma, lo ammetto, non vedevo l’ora di tornare a bere un bel caffè fatto con la Moka e mangiare il buon cibo perché sì, su questo vinciamo ancora noi.

Caro GianPirlo andare via non è facile come sembra: lasci affetti, routine, amici, abitudini, luoghi che hai sempre vissuto e che, andando via, apprezzi forse di più. Acquistano valore.
Forse non te rendi conto perché, probabilmente i viaggi che facevi tu alla nostra età erano nella regione accanto: mare, passeggiare sui monti e pecore al pascolo.
Ma lasciare tutto per cercare un futuro migliore di quello che si prospetta nel nostro paese è un atto di coraggio non indifferente.
Non minimizzare chi prende questa decisione: i tempi sono quelli che sono; non si parla d’altro che di caro vita, di stipendi bassi, e offerte di lavoro che definire ridicole sarebbe un complimento.
Cosa dovrebbero fare i ragazzi d’oggi? Rimanere qui per vivere di stenti, o tentare la fortuna all’estero?
In fondo si è sempre fatto così, basti pensare all’epoca in cui tanti italiani partirono per le Americhe in cerca di una vita migliore.
All’epoca si chiamavano migranti, ora vengono definiti ingrati.
E no, solo perché tu non lo faresti, non significa che chi lo fa, sia sbagliato.
La mia proposta è semplice: dovremmo collaborare tutti insieme, Vintage e non, per cambiare il nostro paese, rendendolo vivibile per i giovani e i ragazzi che hanno tanto talento. Perché di talento ce n’è tanto, ma lo spazio per farlo crescere, al momento, manca.
Forse non te rendi conto perché, probabilmente i viaggi che facevi tu alla nostra età erano nella regione accanto: mare, passeggiare sui monti e pecore al pascolo.
Ma lasciare tutto per cercare un futuro migliore di quello che si prospetta nel nostro paese è un atto di coraggio non indifferente.
Non minimizzare chi prende questa decisione: i tempi sono quelli che sono; non si parla d’altro che di caro vita, di stipendi bassi, e offerte di lavoro che definire ridicole sarebbe un complimento.
Cosa dovrebbero fare i ragazzi d’oggi? Rimanere qui per vivere di stenti, o tentare la fortuna all’estero?
In fondo si è sempre fatto così, basti pensare all’epoca in cui tanti italiani partirono per le Americhe in cerca di una vita migliore.
All’epoca si chiamavano migranti, ora vengono definiti ingrati.
E no, solo perché tu non lo faresti, non significa che chi lo fa, sia sbagliato.
La mia proposta è semplice: dovremmo collaborare tutti insieme, Vintage e non, per cambiare il nostro paese, rendendolo vivibile per i giovani e i ragazzi che hanno tanto talento. Perché di talento ce n’è tanto, ma lo spazio per farlo crescere, al momento, manca.
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