Vent’anni dopo il diavolo veste (ancora) Prada, la commedia glamour non passa mai di moda

Con la coppia Streep e Hathaway l’abito da semplice accessorio diventa linguaggio strumento di potere e personaggio a sé

Giulia Marzoli
|18 ore fa
Il formidabile trio Anne Hathaway (Andy Sachs), Meryl Streep (Miranda Priestly) ed Emily Blunt (Emily Charlton)
Il formidabile trio Anne Hathaway (Andy Sachs), Meryl Streep (Miranda Priestly) ed Emily Blunt (Emily Charlton)
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Nel 2006 usciva “Il diavolo veste Prada”, un film che in breve tempo sarebbe diventato un classico, capace di parlare tanto agli addetti ai lavori della moda quanto a chi non aveva mai sfogliato una rivista patinata. A vent’anni di distanza, la pellicola resta un punto di riferimento perché mostra come l’abito possa essere più che un semplice accessorio: diventa linguaggio, strumento di potere e persino un personaggio a sé. In questo gioco di stili e simboli, l’Italia è al centro: Prada, Valentino, Dolce & Gabbana e altri nomi del made in Italy non sono semplici citazioni, ma presenze che danno forma all’identità dei protagonisti e fissano alcune delle immagini più memorabili del film.
Il titolo evoca Prada e, già nei primi minuti, il marchio fa la sua comparsa con una borsa grigia portata da Miranda Priestly (Meryl Streep). Non è un dettaglio casuale, ma un gesto che già segnala come i marchi guideranno la narrazione. Le scarpe di Miranda, in gran parte firmate dalla stessa casa di moda - come ha raccontato la costumista Patricia Field - rafforzano questa presenza discreta ma costante. E non va dimenticato che la maison ha dato un contributo concreto al reparto costumi, mettendo a disposizione capi e accessori originali. Prada, dunque, non è solo evocata dal titolo: il suo stile minimale e rigoroso si intreccia con il carisma glaciale della direttrice di Runway. Accanto a Prada, un altro nome italiano emerge con forza: Valentino Garavani.
Il compianto designer, oltre ad apparire in un iconico cameo, firma l’abito nero che Miranda indossa durante un elegante evento di beneficenza, trasposizione cinematografica del Met Gala. Quel vestito diventa simbolo di autorità e perfezione, confermando quanto la moda possa raccontare personalità e status senza bisogno di parole. Il lavoro di Patricia Field è il vero motore del film. È lei a orchestrare la metamorfosi della protagonista, Andy Sachs (Anne Hathaway): dal look scialbo e fuori luogo fino all’eleganza sofisticata che la porta a indossare Chanel, Calvin Klein e Dolce & Gabbana. Pur riconoscendo che nella realtà sarebbe inverosimile che una segretaria avesse accesso a capi così esclusivi, Field ha scelto di offrire uno spunto visivo del mondo della moda, piuttosto che una riproduzione fedele alla realtà. Come ha dichiarato, «se avessimo voluto fare un documentario, avremmo fatto un documentario. Questo è un film, e il film è un’opera d’arte».
Il guardaroba diventa così la mappa di un percorso di crescita: ogni brand segna un passaggio della sua trasformazione, ogni abito è una tappa verso la consapevolezza. Un ruolo importante lo giocano anche gli accessori. I gioielli firmati da Roberto Faraone Mennella e Amedeo Scognamiglio, artigiani italiani, arricchiscono i look della segretaria Emily e di Miranda. Sono dettagli che parlano silenziosamente di status, gerarchia ed eleganza, ricordando che il lusso autentico si afferma anche nei particolari.
Riguardato oggi, “Il diavolo veste Prada” resta un esempio raro di come i marchi possano essere integrati in una storia senza mai scivolare nel product placement forzato. Prada, Valentino, Dolce & Gabbana non sono semplici comparse di lusso, ma strumenti narrativi che aiutano a definire i personaggi e le loro relazioni di potere. Forse il titolo stesso cela un’ironia: Miranda Priestly non veste solo Prada, ma costruisce il suo impero estetico attraverso tanti codici, dal minimalismo della maison milanese al nero imperiale di Valentino.
Andy, dal canto suo, scopre che la moda non è vanità, ma un linguaggio da imparare, una chiave che apre le porte di un nuovo mondo. Ed è proprio questa la forza del film: non racconta la moda come superficie, ma come sistema complesso di segni e significati. Vent’anni dopo, quella lezione conserva intatta la sua attualità: i brand non sono semplici etichette, ma specchi in cui si riflettono ambizione, identità e desiderio di trasformazione.