Alice allena il cervello a battere le pressioni
La mental coach Fatuzzo ha solo 35 anni ma già spazia tra calcio, pallavolo, scherma, karting, motocross e presto anche baseball
Luca Ziliani
|2 ore fa

Un ruolo in evoluzione nell’epoca moderna, una professionista piacentina impegnata in diverse realtà sportive del nostro territorio, condividendo con società e atleti sfide verso l’eccellenza.
Alice Fatuzzo, 35 anni di Piacenza, è una mental coach che ha deciso di “scendere in campo” per dare il proprio contributo nel percorso di maturazione nel mondo sportivo.
Dopo aver praticato la pallavolo fino alla serie D con il Piace Volley («ora gioco a padel», racconta), Alice si è avvicinata al coaching da circa una decina d’anni. «All’Università mi sono laureata in Giurisprudenza e gestione dei servizi sociali, mentre sto terminando la magistrale in Psicologia dello sport. Ho iniziato a lavorare nel coaching nel 2017 con il primo corso per diventare mental coach ICF riconosciuto dallo stesso ente internazionale. Prima ancora, mi ero appassionata al mondo della crescita personale grazie a un progetto che aiutava gli studenti universitari a performare in ambito accademico. Nel 2021, invece, ho scritto il mio primo libro “Da studente bocciato a studente plurilaureato”, un’autobiografia del mio percorso universitario, spiegando le difficoltà e illustrando anche tecniche per gestire l’ansia durante gli esami».
Ora il suo mondo lavorativo è variegato. «Nel calcio opero con Spes Borgotrebbia e Academy Moretti (con una collaborazione con Renzo Balzarini come tutor), con il River Volley nella pallavolo e con il Circolo “Pettorelli” nella scherma. Nell’ultimo periodo sto lavorando anche nel karting con Vincenzo Salierno e altri giovani piloti e con Giovanni Ciampi nel motocross. Presto inizierò l’avventura con il Piacenza Baseball».
«Il ruolo del mental coach - prosegue Alice - è fondamentale, il cervello è un muscolo che può esseere allenato così come facciamo con la parte fisica in palestra. Personalmente, mi occupo dell’aspetto mentale e accompagno i giovani atleti nella preparazione».
Sport di squadra e individuali: cosa cambia? «Nel primo caso lavoro in gruppo e l’obiettivo è creare un’unione di squadra, oltre ad aiutare i giovanni atleti nella crescita individuale. Negli sport singoli, invece, si lavora più in verticale, imparando a gestire le varie difficoltà come pressione, ansia, momenti decisivi della gara. Lo scopo del coaching è affiancare un atleta e aiutarlo a far emegere le sue vere potenzialità che a volte non sa nemmeno di avere».
«I giovani -prosegue la Fatuzzo - oggi vivono spesso sotto tante pressioni, tra famiglia, scuola, aspettative, un confronto immediato. Spesso manca uno spazio per imparare a gestire le emozioni. La forza non è non avere paura, ma saperla gestire. La pressione non va eliminata ma educata».
Infine, il rapporto con gli allenatori, magari con qualche diffidenza nel delegare la gestione psicologica dell’atleta.
«Qualche anno fa questo tema era più presente, nella mia esperienza devo dire che sono fortunata ad avere a che fare con allenatori molto propositivi, con uno scambio di informazioni continue e a volte anche richiesta di consigli».
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