Zagor, sessantacinque anni d'avventure dello spirito con la scure
Intervista al disegnatore e fumettista Paolo Bisi
Alessandro Sisti
|3 ore fa

Zagor e Cico dal sito delle edizioni Bonelli
Nella vita s’impara a non dar nulla per scontato e dunque, per quanto sembri impossibile, proviamo a immaginare che qualcuno non conosca Zagor. Se lo leggete fin da ragazzi potete saltare le righe che seguono, ma non si tratta solo d’una presentazione, quanto di uno di quei discorsi celebrativi che si tengono prima di tagliare una torta di compleanno particolarmente importante. Perché Zagor, protagonista fra i più noti del fumetto nazionale, quest’anno ha spento la bellezza di sessantacinque candeline. A crearlo nel 1961 sono lo sceneggiatore Guido Nolitta, nome d’arte del suo editore Sergio Bonelli, la cui casa editrice lo pubblica a tutt’oggi, e Gallieno Ferri, che lo disegnerà in oltre ventimila tavole. Bonelli ne conia il nome in base alla sonorità e per quella “z” simile a un fulmine nel logo di testata, dopodiché lo giustifica raccontando che in un ipotetico linguaggio algonchino “za-gor-te-nay” significa “lo spirito con la scure” (il tomahawk di cui è armato) e che i nativi americani chiamavano così un leggendario giustiziere.
L’autore intende inserirlo nella scia del successo di “Tex”, realizzato nel 1948 da suo padre Giovanni Luigi Bonelli e dal disegnatore Aurelio Galleppini, ma non vuole farne un altro classico western, per cui lo ambienta prima dell’epopea della frontiera. Zagor vive nella foresta di Darkwood, sicché alcuni commentatori lo catalogano come uno degli emuli di Tarzan, eppure ha poco dell’eroe di Borroughs. Indossa un costume con un grande simbolo sul petto, all’anagrafe è Patrick Wilding – quasi l’identità segreta di un supereroe ante litteram – e al di là degli stilemi del West trova comprimari e antagonisti in tutti i generi: alieni, stregoni, vampiri e scienziati pazzi. Secondo le migliori regole di scrittura è accompagnato da Cico, una spalla che è il suo complemento comico, ma pur rispettando i canoni, Zagor è impossibile da etichettare. È tutto e qualcosa in più e ciò ne decreta il successo in Italia e in una quindicina di altre nazioni, dall’Europa alle due Americhe, ai Balcani e specialmente in Turchia. Tutti sanno chi è, che siano parte del suo pubblico o di quello di altri fumetti e perfino chi non s’interessa ai comics l’ha sentito nominare. Così è difficile raccontarne qualcosa di nuovo… a meno di chiederlo a un grande artista piacentino che ne disegna le avventure da più di vent’anni. È Paolo Bisi, che debutta nel mondo delle vignette nel 1981, vincendo il concorso nazionale “Pier Lambicchi” per i giovani autori e a seguire si dedica per un periodo alla pubblicità finché, undici anni dopo, torna al fumetto. Nel 1995 inizia a collaborare con le Edizioni Bonelli per Mister No, anch’esso ideato da Nolitta/Bonelli e nel 2005 approda finalmente a Zagor.
L’autore intende inserirlo nella scia del successo di “Tex”, realizzato nel 1948 da suo padre Giovanni Luigi Bonelli e dal disegnatore Aurelio Galleppini, ma non vuole farne un altro classico western, per cui lo ambienta prima dell’epopea della frontiera. Zagor vive nella foresta di Darkwood, sicché alcuni commentatori lo catalogano come uno degli emuli di Tarzan, eppure ha poco dell’eroe di Borroughs. Indossa un costume con un grande simbolo sul petto, all’anagrafe è Patrick Wilding – quasi l’identità segreta di un supereroe ante litteram – e al di là degli stilemi del West trova comprimari e antagonisti in tutti i generi: alieni, stregoni, vampiri e scienziati pazzi. Secondo le migliori regole di scrittura è accompagnato da Cico, una spalla che è il suo complemento comico, ma pur rispettando i canoni, Zagor è impossibile da etichettare. È tutto e qualcosa in più e ciò ne decreta il successo in Italia e in una quindicina di altre nazioni, dall’Europa alle due Americhe, ai Balcani e specialmente in Turchia. Tutti sanno chi è, che siano parte del suo pubblico o di quello di altri fumetti e perfino chi non s’interessa ai comics l’ha sentito nominare. Così è difficile raccontarne qualcosa di nuovo… a meno di chiederlo a un grande artista piacentino che ne disegna le avventure da più di vent’anni. È Paolo Bisi, che debutta nel mondo delle vignette nel 1981, vincendo il concorso nazionale “Pier Lambicchi” per i giovani autori e a seguire si dedica per un periodo alla pubblicità finché, undici anni dopo, torna al fumetto. Nel 1995 inizia a collaborare con le Edizioni Bonelli per Mister No, anch’esso ideato da Nolitta/Bonelli e nel 2005 approda finalmente a Zagor.

Paolo Bisi, classe 1964, e Za-gor-Te-nay, 1961. Siete cresciuti insieme o da ragazzino leggevi “Guerra e pace”?
«In effetti siamo quasi coetanei, ma non ci siamo incontrati durante tutta l’infanzia e l’adolescenza, non per scelta ma per casualità. Ho sempre letto fumetti, prima “Topolino”, il “Corriere dei Piccoli”, “Il Giornalino” e il “Corriere dei Ragazzi”, che pubblicava grandi autori. Nei primi anni ’70 ho scoperto i fumetti dei supereroi Marvel pubblicati dall’editrice Corno ed è stato il primo colpo di fulmine. Verso gli undici/dodici anni l’incontro con Corto Maltese di Hugo Pratt e nel 1977 “Ken Parker”, che ho seguito fino alla fine. Negli anni ’80 acquistavo quasi tutte le riviste contenitore che uscivano in edicola, come “Comic Art”, “Totem”, “Metal Hurlant” e così via, appassionandomi del fumetto francese e argentino e di autori del calibro di Moebius, Bilal, Gimenez o Alberto Breccia. Mi sono riavvicinato alle produzioni Bonelli a fine anni ’80, prima con “Dylan Dog”, poi con “Nathan Never” e a seguire le altre, in particolare “Magico Vento”. Per “Mister No” e per “Zagor” l’incontro è avvenuto solo quando ho iniziato a disegnarli, entrando nello staff delle testate».
«In effetti siamo quasi coetanei, ma non ci siamo incontrati durante tutta l’infanzia e l’adolescenza, non per scelta ma per casualità. Ho sempre letto fumetti, prima “Topolino”, il “Corriere dei Piccoli”, “Il Giornalino” e il “Corriere dei Ragazzi”, che pubblicava grandi autori. Nei primi anni ’70 ho scoperto i fumetti dei supereroi Marvel pubblicati dall’editrice Corno ed è stato il primo colpo di fulmine. Verso gli undici/dodici anni l’incontro con Corto Maltese di Hugo Pratt e nel 1977 “Ken Parker”, che ho seguito fino alla fine. Negli anni ’80 acquistavo quasi tutte le riviste contenitore che uscivano in edicola, come “Comic Art”, “Totem”, “Metal Hurlant” e così via, appassionandomi del fumetto francese e argentino e di autori del calibro di Moebius, Bilal, Gimenez o Alberto Breccia. Mi sono riavvicinato alle produzioni Bonelli a fine anni ’80, prima con “Dylan Dog”, poi con “Nathan Never” e a seguire le altre, in particolare “Magico Vento”. Per “Mister No” e per “Zagor” l’incontro è avvenuto solo quando ho iniziato a disegnarli, entrando nello staff delle testate».
Per tradizione Zagor è in bianco e nero. Senti mai la mancanza del colore?
«Amo il fumetto in B/N, che rappresentava proprio il fumetto popolare, quello che si acquistava in edicola, non mi piacciono le ricolorazioni nelle ristampe di fumetti nati per il B/N. Discorso diverso è quando nasce pensato già per il colore, allora l’inchiostrazione cambia, si alleggerisce per lasciare spazio al colorista, che deve essere bravo creando atmosfere, senza “ammazzare” il disegno. Ho disegnato un paio di Zagor Color».
«Amo il fumetto in B/N, che rappresentava proprio il fumetto popolare, quello che si acquistava in edicola, non mi piacciono le ricolorazioni nelle ristampe di fumetti nati per il B/N. Discorso diverso è quando nasce pensato già per il colore, allora l’inchiostrazione cambia, si alleggerisce per lasciare spazio al colorista, che deve essere bravo creando atmosfere, senza “ammazzare” il disegno. Ho disegnato un paio di Zagor Color».

In più di vent’anni di Zagor com’è cambiato il tuo stile artistico?
«Lo stile cambia anche senza volerlo, non mi sono mai messo lì a pensare «adesso cambio stile, e sconvolgo tutto» anche perché su “Zagor”, come su “Tex”, le due testate storiche della casa editrice, ci sono molti paletti da rispettare. Riguardando i primi lavori, soprattutto quelli su “Mister No”, il mio tratto si è pulito, pur essendo ricco di particolari, diventando più sicuro. Trent’anni di esperienza servono a qualcosa».
«Lo stile cambia anche senza volerlo, non mi sono mai messo lì a pensare «adesso cambio stile, e sconvolgo tutto» anche perché su “Zagor”, come su “Tex”, le due testate storiche della casa editrice, ci sono molti paletti da rispettare. Riguardando i primi lavori, soprattutto quelli su “Mister No”, il mio tratto si è pulito, pur essendo ricco di particolari, diventando più sicuro. Trent’anni di esperienza servono a qualcosa».
Dopo tanto insieme allo spirito con la scure, c’e qualcosa che detesti di lui o del suo mondo?
«Zagor è nato agli inizi degli anni ‘60, rappresenta l’eroe classico, è alto, bello, positivo e alla fine vince lui, come è giusto che sia in una serie. A volte vorrei leggere un finale inaspettato, non il classico lieto fine, ma capisco che su “Zagor” bisogna rispettare i soliti “paletti” e appena si fa qualcosa di diverso per cambiarli, c’è sempre una grande fetta di lettori che si lamenta, perché è legata alle tradizioni, dice che «non è più lo Zagor di una volta», di quando erano bambini, ma sessantacinque anni non sono pochi, e comprendo le difficoltà che ha l’editore per rimanere in equilibrio in questa situazione. Poi sono le storie che fanno la differenza ed è logico che non tutte riescano bene allo stesso modo, ma è normale, siamo a 734 numeri pubblicati, esclusi tutti gli speciali. Non sono pochi».
«Zagor è nato agli inizi degli anni ‘60, rappresenta l’eroe classico, è alto, bello, positivo e alla fine vince lui, come è giusto che sia in una serie. A volte vorrei leggere un finale inaspettato, non il classico lieto fine, ma capisco che su “Zagor” bisogna rispettare i soliti “paletti” e appena si fa qualcosa di diverso per cambiarli, c’è sempre una grande fetta di lettori che si lamenta, perché è legata alle tradizioni, dice che «non è più lo Zagor di una volta», di quando erano bambini, ma sessantacinque anni non sono pochi, e comprendo le difficoltà che ha l’editore per rimanere in equilibrio in questa situazione. Poi sono le storie che fanno la differenza ed è logico che non tutte riescano bene allo stesso modo, ma è normale, siamo a 734 numeri pubblicati, esclusi tutti gli speciali. Non sono pochi».
E invece qualcosa che ami?
«Amo la possibilità di cambiare ambientazione a ogni storia, perché Zagor non è solo western, è anche horror, fantascienza, avventura a 360°, e questo mi permette di non annoiarmi quando affronto una nuova storia».
«Amo la possibilità di cambiare ambientazione a ogni storia, perché Zagor non è solo western, è anche horror, fantascienza, avventura a 360°, e questo mi permette di non annoiarmi quando affronto una nuova storia».

Ogni artista infonde qualcosa di proprio nei personaggi. Cosa senti d’aver dato a Zagor?
«Ho sempre cercato di dare realismo – ma non fotografico – nelle mie tavole, con la cura negli sfondi, nei particolari (ad esempio nei modelli delle armi usate), nelle espressioni dei personaggi, attingendo a tutti i fumetti che ho letto fino a oggi».
«Ho sempre cercato di dare realismo – ma non fotografico – nelle mie tavole, con la cura negli sfondi, nei particolari (ad esempio nei modelli delle armi usate), nelle espressioni dei personaggi, attingendo a tutti i fumetti che ho letto fino a oggi».
Sei mai stato a Darkwood? Naturalmente intendo scenari simili a quelli dov’è ambientata la serie e se ne hai visitati, è stato Zagor a fartene venir voglia?
«Ho sempre amato la natura e le camminate nei boschi. Gli scenari più simili che ho visitato potrebbero essere i parchi del Costa Rica, che ho visitato nel 1994, o il Messico, in particolare Palenque, immerso nella giungla, dove sono stato nel 2001. Scenari che ricordano anche le avventure di Mister No».
«Ho sempre amato la natura e le camminate nei boschi. Gli scenari più simili che ho visitato potrebbero essere i parchi del Costa Rica, che ho visitato nel 1994, o il Messico, in particolare Palenque, immerso nella giungla, dove sono stato nel 2001. Scenari che ricordano anche le avventure di Mister No».
Oggi festeggiamo Zagor, ma non è l’unica opera della tua lunga carriera. Ce ne sono altre di cui ti va di parlare?
«Ho iniziato su “Lazarus Ledd” con Ade Capone, disegnando due storie che ricordo con piacere, oltre alla sua graphic novel “Requiem” pubblicata dalle edizioni Liberty. Poi diverse storie di Mister No dal 1995 al 2005 per passare a Zagor dal 2005 a oggi. Una breve parentesi anche con la Francia, con le edizioni Glènat con tre volumi (2008/2010) dal titolo “Manson”. Chi volesse scoprire qualcosa di alcuni dei miei altri lavori può dare un’occhiata al mio sito www.paolobisi.it».
«Ho iniziato su “Lazarus Ledd” con Ade Capone, disegnando due storie che ricordo con piacere, oltre alla sua graphic novel “Requiem” pubblicata dalle edizioni Liberty. Poi diverse storie di Mister No dal 1995 al 2005 per passare a Zagor dal 2005 a oggi. Una breve parentesi anche con la Francia, con le edizioni Glènat con tre volumi (2008/2010) dal titolo “Manson”. Chi volesse scoprire qualcosa di alcuni dei miei altri lavori può dare un’occhiata al mio sito www.paolobisi.it».

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