Ad Haiti un inferno di gang, ma Daniele Bruschi non se ne va: «Qui c’è bisogno di noi»

Dopo avere vissuto a Villanova e a Fiorenzuola, da dieci anni il missionario opera tra i bimbi in difficoltà in una baraccopoli a Port-au-Prince, tra miseria e violenze. «Molte organizzazioni umanitarie sono fuggite, noi no»

Valentina Paderni
|1 ora fa
Alcune immagini della baraccopoli, della Missione Belém e di Bruschi con i bambini haitiani
Alcune immagini della baraccopoli, della Missione Belém e di Bruschi con i bambini haitiani
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Domenica ripartirà per Haiti, dove vive dal 2015. Prima Daniele Bruschi, 50 anni, racconterà la sua esperienza domani alle 21 nel municipio di Villanova e venerdì, alla stessa ora, nella collegiata di Fiorenzuola. Due comunità alle quali è legato: a Villanova ha trascorso la gioventù, a Fiorenzuola ha vissuto una decina d’anni, ricevendo nel 2023 il Premio San Fiorenzo.
La svolta risale al 2013, durante un pellegrinaggio a Medjugorje: «Ho conosciuto la Missione Belém e ho sentito che Dio mi chiamava ad Haiti». Bruschi lasciò così il lavoro alla Raggio di sole e nel 2015 si stabilì nella baraccopoli di Wharf Jérémie, a Port-au-Prince.
«Già allora c’erano estrema miseria e violenza. Oggi manca lo Stato e c’è una guerra tra gang. Non ci sono lavoro, sanità, scuola e sicurezza». La Missione Belém, racconta, conta 300 dipendenti, una scuola per 3mila bambini e un ospedale. Lui si occupa di contabilità. Un mese fa si è consacrato a Dio come laico. «Vorrei che le persone si avvicinassero a Dio per aiutare il prossimo».