Archi di ginepro, "sgrasaróra" e lanterne: tutti i riti della Pasqua di una volta in alta valle

Riti antichi e memoria collettiva di Val Trebbia e Val d'Aveto: dai ramoscelli di salice legati il Giovedì Santo agli occhi bagnati con la rugiada in segno di purificazione

Redazione Online
|9 ore fa
Giuseppe Scaglia con la "stroppa"
Giuseppe Scaglia con la "stroppa"
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di Paolo Carini
La memoria degli antichi riti della Settimana Santa sopravvive ancora nelle comunità delle alte vallate, tra piccoli gesti di devozione tramandati nel tempo. In alta Valtrebbia e in Valdaveto, durante il Triduo pasquale, si svolgevano processioni con la statua del Cristo Morto e, quando le campane venivano “legate”, si usavano strumenti per richiamare i fedeli.
Tra questi la “sgrasaróra”, un attrezzo in legno dal suono gracchiante: «Da ragazzi giravamo per il paese per annunciare le funzioni», ricorda Bruno Scaglia. In altre zone si usavano la “ciucarella”, il corno o il tamburo.
Il Giovedì Santo si legavano anche le piante da frutto con ramoscelli di salice, gesto propiziatorio contro grandine e cattivi raccolti.
Suggestiva la processione del Venerdì Santo: ad Ozzola le finestre si adornavano con lenzuola e candele in lattine, creando piccole lanterne luminose. In Valdaveto si procedeva di notte tra archi di ginepro lungo le strade del paese.
Nelle chiese si allestiva il sepolcro con piantine di grano fatte germogliare al buio.
Il Sabato Santo, con il ritorno delle campane, si compiva un ultimo rito: bagnarsi gli occhi con acqua o rugiada, segno di purificazione. Ricordi semplici ma profondi, testimoni di una Pasqua vissuta comunitariamente.