Da Fiume a Capua, fino a Borgonovo: il viaggio che racconta l'esodo istriano
Redazione Online
|2 anni fa

«Ci chiamavano zingari, ci consideravano stranieri venuti a rubare il lavoro agli italiani. Ma noi ci siamo sempre sentiti solo italiani». Inizia così il racconto intervista di Annamaria Zennaro e Alfio Sichich, rispettivamente 90 e 91 anni, residenti a Breno di Borgonovo. Originaria di Pola lei, di Fiume lui, all’indomani del 10 febbraio del 1947 Annamaria Zennaro e Alfio Sichich si trovarono a far parte di quella marea umana di 350 mila tra istriani, fiumani e dalmati, loro malgrado costretti a lasciare case, averi, affetti.
“Da Fiume – racconta Alfio Sichich – finimmo a Capua in un centro profughi dove ci assegnarono un angar di ferro e legno. Per procuraci il cibo gli uomini dovevano zappare la terra, raccogliere ortaggi e le donne pelare patate e lavare i piatti. Chi non lavorava non mangiava”. Annamaria dovette lasciare Pola in nave. “Gli americani ci imbarcarono per Ancona, dove rimanemmo in un centro di smistamento per venti giorni e poi ci mandarono a Bergamo, dove alloggiammo sopra ad un ospizio e mangiavamo i loro avanzi. Ogni mese arrivava un pacco”.
“Da Fiume – racconta Alfio Sichich – finimmo a Capua in un centro profughi dove ci assegnarono un angar di ferro e legno. Per procuraci il cibo gli uomini dovevano zappare la terra, raccogliere ortaggi e le donne pelare patate e lavare i piatti. Chi non lavorava non mangiava”. Annamaria dovette lasciare Pola in nave. “Gli americani ci imbarcarono per Ancona, dove rimanemmo in un centro di smistamento per venti giorni e poi ci mandarono a Bergamo, dove alloggiammo sopra ad un ospizio e mangiavamo i loro avanzi. Ogni mese arrivava un pacco”.
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