De Rita: "Per ripartire serve un piano studiato per le singole filiere”
Redazione Online
|5 anni fa

“Lo sviluppo non è dato dallo Stato, dai piani, dai soldi che arrivano dall’esterno: tutte cose che non bastano. Ci vuole il senso profondo dei processi interni di sviluppo. Cosa che solo i singoli soggetti possono dare”.
E’ stato uno dei passaggi più interessanti dell’intervento che il professor Giuseppe De Rita, sociologo e tra i fondatori nel 1964 del Censis (di cui è attuale presidente) ha fatto durante l’incontro di lunedì 22 febbraio voluto dai giovani di Confindustria Piacenza.
De Rita, dall’alto della sua lunga esperienza, ha delineato lo stato del Paese e le azioni politiche ed individuali in grado di rimettere sui giusti binari le speranze e le aspettative degli italiani.
“Se avessi scritto io il Recovery Plan non lo avrei impostato per obbiettivi a lungo periodo: sarei invece partito da un piano per le singole filiere del Paese e per i soggetti che fanno filiera. La piccola impresa vive in così: oggi, se in questa Italia sconvolta e distrutta dalla pandemia, se c’è una cosa da fare è proprio quella di incentivare le nostre filiere”.
“Quali sono i motori dello sviluppo italiano e dello sviluppo piacentino degli ultimi anni? I soggetti – ha proseguito De Rita -. Non sono i piani che fanno lo sviluppo. Nel Dopoguerra eravamo un Paese distrutto. L’intelligenza dei nostri governanti dell’epoca è stata quella di affidarsi ai cittadini, e così è stato con la ricostruzione. Tutti vi hanno preso parte: persone comuni, piccoli e grandi imprenditori. Tutto ricostruito dal nulla attraverso una dimensione soggettuale. Poi è arrivato il boom dei consumi negli anni Sessanta e siamo andati avanti. Negli anni Settanta abbiamo fatto tanta economia sommersa, che ha dato il via alla nascita della piccola impresa. Negli anni Ottanta il dato era già raddoppiato: da un milione a due milioni di imprese. Una carica di vitalità interna incredibile. Siamo arrivati agli anni Novanta con un sistema economico fortissimo, siamo entrati nel G5 e siamo cresciuti, espandendoci nella congrega dei grandi della Terra. A un tratto, però, questo meccanismo si è inceppato e ciò è avvenuto in occasione della grande crisi dal 2010 in poi. La domanda che dobbiamo farci è la seguente: abbiamo ancora dentro quella carica, quella vitalità, quell’egoismo individuale che abbiamo avuto negli anni precedenti? Oppure ci siamo seduti? La verità è c’è stata una grande tensione a diventare tutti di ceto medio. Oggi abbiamo una minoranza che rimane fedele alla carica di piccola media imprenditorialità che veniva tramandata dagli anni passati. E siamo in questo dilemma: a chi diamo retta? A chi dare spazio? Agli imprenditori che hanno recuperato e voluto, resistito nel loro modo di fare impresa, oppure tenere conto che il grande ceto medio italiano non ha fatto forse il passo avanti? Bisogna fare un salto ulteriore. Questa è la sfida che dobbiamo fare tutti, anche gli imprenditori. Sentire quanto la nostra impresa e la nostra responsabilità soggettuale possa rimettersi in gioco nei prossimi anni”.
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