La partigiana Rambalda: "Un giorno di festa della donna è poco, non festeggio"
Redazione Online
|3 anni fa

“La festa della donna? Non la festeggio, al massimo mi farò cuocere un piatto di anolini”. Nella casa dove abita da vent’anni (che per uno di quei casi della vita sorge in una via che ricorda l’eccidio partigiano dei Guselli) la staffetta partigiana Rambalda Magnaschi è circondata da figli, amiche, ricordi: “La festa della donna non l’ho mai festeggiata, avevo troppo da fare – spiega – bene che ci sia, ma solo un giorno è un po’ poco”.
Cento anni da compiere esattamente fra due mesi – il 7 maggio -, Rambalda è una che è salita in montagna in un’epoca in cui le donne spesso dovevano restare a casa: definirla “femminista ante litteram” non è così azzardato e lei stessa ammette che un po’ si sente tale. “Ma allora le femministe non c’erano – chiarisce subito – però le altre donne, quando sapevano che facevo la staffetta, erano contente, mi ammiravano, dicevano che loro non avrebbero avuto quel coraggio”.
Di coraggio invece Rambalda ne ha da vendere, oggi come ieri: davanti alle avversità della vita, a una vedovanza iniziata troppo presto (“sono rimasta sola quarant’anni fa” spiega), le malattie, la scomparsa della bisnipote Elisa Bricchi in un incidente proprio l’anno scorso sull’argine del Trebbia insieme al fidanzato e a due amici, lei si dice comunque “contenta di come ho vissuto”.

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