Nel Cam il rilancio di artisti piacentini

Marco Molinari
Marco Molinari
|1 anno fa
Nel Cam il rilancio di artisti piacentini
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piacenza
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Il Piacenza Summer Cult 2025 continua ad arricchire il suo cartellone con nomi di grande prestigio. Giunto alla sua terza edizione, il festival si conferma un appuntamento imperdibile per gli amanti della musica e non solo, grazie all’organizzazione di Com.Unica e Bewonder, in collaborazione con il Comune di Piacenza, la Fondazione di Piacenza e Vigevano e AD Management. Nelle ultime ore è arrivata l’ufficialità di un big come Antonello Venditti, una delle voci più amate della musica italiana, che si esibirà il 3 luglio nel suggestivo cortile di Palazzo Farnese, sede di tutti gli appuntamenti. I biglietti sono già disponibili sul circuito Ticketone.it.
Venditti sarà protagonista con una tappa del tour “Notte prima degli esami 40th Anniversary”, un viaggio emozionante attraverso i suoi successi più celebri, con al centro “Notte prima degli esami”, brano simbolo di intere generazioni. Il concerto celebrerà anche l’album “Cuore”, pietra miliare della musica italiana, pubblicato nel 1984 e riproposto nel 2024 con una speciale edizione rimasterizzata, arricchita dall’inedito “Di’ una parola”.
Ecco un riepilogo degli artisti confermati fino a oggi nel roster del Piacenza Summer Cult. Si comincia il 19 giugno, prima serata del festival, con i comici Paolo Cevoli, Giuseppe Giacobazzi, Duilio Pizzocchi e Andrea Vasumi. Mercoledì 25 giugno un tributo d’eccezione a Fabrizio De André, interpretato dal figlio Cristiano. Sabato 28 giugno ecco Nino D’Angelo, icona della canzone d’autore partenopea. Venerdì 4 luglio spazio a Loredana Bertè, la regina del rock italiano che festeggia 50 anni di carriera. Marco Masini è in arrivo il 5 luglio. Sabato 12 luglio è il turno di Francesco Gabbani, tra i protagonisti del recente Festival di Sanremo. Domenica 14 luglio troverete Alfa, uno degli artisti più amati della nuova generazione. Cantautore, poeta e narratore di storie, Davide Van De Sfroos porta a Piacenza (15 luglio) il suo folk d’autore, capace di raccontare con autenticità le emozioni della vita quotidiana e la bellezza delle tradizioni.
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Matteo Prati
fiorenzuola
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Il Blues è consolazione, amore, preghiera, urlo benedetto o dannato. La serata di sabato al Teatro Verdi di Fiorenzuola ci ha fatto attraversare tutti i colori del blues, partendo dalle radici fino ad arrivare alla fioritura nel Rythm’n’Blues, nel Rock, nel Funky, e al suo intrecciarsi col Jazz.
Le radici sono nere e si mischiano col bianco delle piantagioni di cotone della Luisiana, da cui prende le mosse lo spettacolo “Blues Notes: appunti incantevoli dalla musica del diavolo” (nella stagione comunale, è stato promosso dal maestro Luigi Del Matti, guida della scuola comunale di musica). È un viaggio di parole, con l’abilità dell’attrice Nadia Del Frate, e di musica, con musicisti dalle qualità eccezionali: lo strabiliante Enzo Carbonello; Marco Guerzoni, mette fiato nella tromba e profondità nella voce; Cleo Tuzzi al sax e Andrea Ponzinibbi al basso; Giancarlo Iacono alle tastiere; Roberto Botturi alla batteria che si presta anche a qualche sketch divertente.
Graffiante e sensuale la voce della cantante Giulia Iacono che ci trasporta da Etta James a Billie Holiday, da Janis Joplin a Amy Winehouse: entrambe bianche con l’anima nera, entrambe morte giovani. Il blues si trasmette di padre in figlia in Shemekia Copeland, erede del grande Johnny Copeland.
Qui viene attribuita ad una donna la prima invocazione al Cielo degli schiavi africani che stavano chini sui campi di cotone dei bianchi. Ad una voce, si aggiungono poi più voci, quelli di un popolo intero: sono i tratti in cui il concerto assume un’intensità epica.
Grande la partecipazione del pubblico per brani come “Hoochie Coochie Man” di Muddy Waters o “She caught the Katy” di Taj Mahal (nel film Blues Brothers) o “Summertime” di Charlie Parker. Tutto il teatro balla, quando il front man si trasforma nell’esplosivo James Brown di “Sex machine” con il suo ritmo funky.
Ci sono pure alcune digressioni didascaliche sull’evoluzione degli strumenti: le percussioni ricavate da oggetti quotidiani (come il cucchiaio e l’asse per i panni), l’invenzione del basso, la chitarra elettrica di Fender (la mitica Stratocaster risale al ‘48) o Gibson; l’organo elettrico Hammond che ricevette l’anatema della Chiesa. A proposito di anatemi, viene ricordato il rifiuto della musica straniera da parte del fascismo che definì Louis Amstrong un trombettista scimmiesco. Il fascismo è morto, “What a wonderful world” è immortale.
La musica, universale per definizione, era comunque destinata a varcare i confini: si approda in Europa con Eric Clapton per arrivare infine ai Pink Floyd, che segnarono l’avvio della rivoluzione rock, un’altra musica di rottura, di protesta, di contestazione. La musica al posto della guerra, come nei grandi raduni degli anni ‘60. Si percepisce un senso di nostalgia, quando si ricordano Jimi Hendrix e Jim Morrison; ma in fondo il Blues era anche questo: nostalgia. Desiderio per qualcosa che manca, eppure si continua a cercarlo.
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Donata Meneghelli
Pietro Corvi
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Protagonista accanto allo Zeus di Alessio Boni nell’“Iliade” in scena stasera e domani alle 21 al Teatro Filodrammatici nella Stagione di Prosa di Teatro Gioco Vita è l’attrice romana Antonella Attili, nei panni della dea Era. Ci offre un’ulteriore prospettiva sull’omerico spettacolo, scritto da Francesco Niccolini e diretto dallo stesso Boni con Roberto Aldorasi e Marcello Prayer, anche in scena con Haroun Fall, Jun Ichikawa, Liliana Massari, Francesco Meoni, Elena Nico.
Attili, come ha vissuto la genesi di questo lavoro?
«Sono entrata a sostituire Iaia Forte, dopo una prima stagione già corposa, portando caratteristiche molto diverse. Credo che Boni mi abbia scelta dopo avermi visto forse in tivù a Propaganda o qualcuno deve avermi segnalata, perché ci conoscevamo solo di vista».
Che divinità sarete?
«Spiazzanti. Degli dei annoiatissimi dall’immortalità che si divertono rievocando i fasti del passato, la guerra di Troia dove ebbero un grande ruolo. Ci saranno tutti i capisaldi epici ma il rapporto dei-eroi è completamente stravolto in maniera ironica da uno Zeus rincoglionito che deve essere continuamente sollecitato. Per ricordare cos’era la loro deità: ora si sentono completamente inutili».
Lei, che Era ha tirato fuori?
«L’iconografia tramanda una dea protettrice del parto, della famiglia e del matrimonio. Io ho sviluppato invece il suo tremendo lato guerrigliero. Una visione nuova, non più la casalinga che lamenta i tradimenti del marito. Cospira ferocemente, attua una strategia».
Vediamo in foto anche grandi maschere.
«Le bellissime marotte, per evocare le parti più fedeli al mito, animate da alcuni personaggi in doppi ruoli. Boni crede nel teatro per chiunque, chi ha letto Iliade e chi no, chi ha piccole reminescenze e chi vorrà riprenderla. Crede in un teatro popolare; sposo completamente. Ci siamo così allontanati dalla parola cultura, è importante riavvicinare le persone. Siamo alienati, soprattutto dagli smartphone. Mai visti dal palco tanti volti illuminati durante gli spettacoli. E’ agghiacciante. Viviamo sempre più scollati dalla realtà, dalle cose vere, dal valore del tempo. Io resto ancorata al Novecento, non posso credere che non si riesca più a stare sulle cose, guardarle, approfondirle, cercare di capirle».
Riflessioni che sgorgano pensando allo spettacolo?
«Contiene molta attualità a partire dalla tracotanza dei potenti che manovrano i continenti. Ci sono 70 guerre nel mondo, non è un argomento scaduto. Quegli dei arroganti raccontano bene i nostri politici, che si fronteggiano quotidianamente senza guanti bianchi. Purtroppo ci siamo abituati a tutto, l’orrore vero di cui facciamo parte è questa anestesia. L’assuefazione è la nostra malattia più pericolosa».
Nel suo percorso, il teatro è l’arte che ha praticato di più.
«Ho iniziato con l’avanguardia, gettata sul palco, funzionava così . Un primo impatto indimenticabile. Perché il palco è ciò che esisterà per sempre, è il qui e ora. Appartenere a quel luogo è vivificante, è il vero nutrimento. Sul palco vivi emozioni complesse, vivi tutto, interamente, nel presente irripetibile, in un silente dialogo col pubblico senza il quale non esisti. L’unicità del teatro è insostituibile».
Anche il suo esordio cinematografico è indimenticabile.
«Ho debuttato a 25 anni con Tornatore in “Nuovo Cinema Paradiso”: quando inizi così in alto poi è difficile tenere quella traiettoria. Ma sono stata fortunata. Dopo anni ho incontrato un altro straordinario autore, il mio mentore Ettore Scola. Fortunatissima, ho vissuto anni fondamentali. Parlava poco ma si faceva sentire per peso, intelligenza, ironia, cultura. Forse la frequentazione più importante e formativa della vita, come donna e come attrice».
La rivedremo in tivù?
«Ho girato la serie “Morbo K” di Francesco Patierno su un personaggio storico, il primario Giovanni Borromeo che al Fatebenefratelli salvò molti ebrei dal grande rastrellamento fingendo un’epidemia. Resterò un personaggio fisso in “Màkari”. E mi troverete a breve su Mediaset nella nuova serie “Tutto quello che ho” con Vanessa Incontrada».
piacenza
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La sempre più sfaccettata arte contemporanea necessita di un inquadramento sia storico-critico che, per gli investimenti, economico. Fondamentale allora il Catalogo dell’Arte moderna-Cam (Cairo Editore) per conoscere offerta e mercato, soprattutto italiani. Ai Musei civici di Palazzo Farnese, nella suggestiva Anticamera del trono, davanti a un folto pubblico, è stata presentata l’ultima edizione (la numero 60) della gloriosa pubblicazione.
Ha curato l’iniziativa l’associazione culturale Galleria delle Visioni, che, nel proprio spazio espositivo (in via Cittadella, 34 a Piacenza), ha allestito fino al 5 aprile “Cam & Visioni III”, collettiva con gli artisti della galleria inseriti sul Cam. Molte le autorità presenti, che - moderate da Gianna Merli, segnalatrice critica del Cam - ne hanno sottolineato alcune particolarità.
Per Katia Tarasconi, sindaca di Piacenza, «è stato un piacere e un onore presentare il Cam. Arte e bellezza entrano nell’anima, quindi ringrazio la Galleria delle Visioni per il grande lavoro che sta facendo».
Secondo Antonio Iommelli, direttore dei Musei civici di Palazzo Farnese, «il Cam include e storicizza gli artisti, offre lo spunto per indirizzare. Giorgio Vasari, per primo, redasse un catalogo mentre Raffaello aveva bisogno dell’incisore Marcantonio Raimondi per diffondere le sue opere».
Giuseppe Tirelli, artista, ha invece ripercorso - sin dagli inizi a Lodi - la vicenda della Galleria delle Visioni, di cui è stato co-fondatore: «Doveva diventare un cenacolo intorno all’arte disegnata, abbiamo artisti con diverse sensibilità e altissima qualità».
Massimo Puja, responsabile commerciale del Cam, ne ha invece ricordato nascita e affermazione grazie all’intraprendenza dell’imprenditore milanese Urbano Cairo.
Quindi, per Tiziana Pisati, giornalista collaboratrice del Corriere della Sera, «il Cam è baluardo e riferimento, è strumento di cultura e promozione per valorizzare e diffondere, è una cosa viva». Pisati poi ha rivolto alcune domande a Carlo Alberto Motta, responsabile editoriale del Cam, che ne ha a sua volta delineato struttura e strategie: «Nella prima parte del volume abbiamo contributi di operatori del settore, poi la storia del catalogo nato nel 1962, le ricorrenze (nel 2024 per esempio i 150 anni della nascita dell’Impressionismo), raccontiamo anche il mondo delle Accademie e l’Intelligenza artificiale». Ha quindi illustrato vari aspetti del funzionamento della “macchina Cam” fra comitato critico e collaboratori, urgenza di recuperare vecchi archivi per tutelare performer scomparsi, successo del “Premio Arte”, che ha inserito 40 artisti nel Cam n. 60 in aggiunta ai 1043 già analizzati e schedati, e il più elitario “Premio Cairo”. Inevitabile qualche passaggio sull’arte locale dal momento che molti artisti piacentini figurano sul Cam e poi per la presenza di Armodio (seduto in prima fila). Non solo memoria storica della nostra città, ma spesso protagonista a livello nazionale e con - fra l’altro - un’opera sulla copertina dell’edizione n. 50.
La presentazione del Cam è stata un’operazione culturale assai interessante, che rilancia Piacenza rafforzandone centralità e vitalità artistica.
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Fabio Bianchi