CRV - Presentato in Consiglio Veneto il libro “Il futuro ad alta quota” di Andrea Ferrazzi

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|1 mese fa
CRV - Presentato in Consiglio Veneto il libro “Il futuro ad alta quota” di Andrea Ferrazzi
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Il consigliere regionale Nicolò Maria Rocco (Riformisti Veneti in Azione) ha presentato questa mattina a Venezia, nella sala stampa “Oriana Fallaci” di palazzo Ferro Fini, sede dell’assemblea legislativa veneta, il libro di Andrea Ferrazzi, direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti, Il futuro ad alta quota. Montagne, aree interne e periferie. La rivincita dei luoghi che vogliono contare (Rubbettino Editore); presente, con l’autore, anche Giancarlo Corò, docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il volume intende presentare una proposta di rilancio della provincia bellunese intesa come territorio competitivo all’insegna dell’innovazione e dell’attrattività per i giovani.
«Come può essere definita oggi una periferia – ha sottolineato il consigliere Rocco nell’introdurre e nell’illustrare in maniera sintetica i temi portanti del volume – in un contesto geopolitico in cui non solo le nostre montagne e le nostre aree interne, ma tutto il nostro continente rischia di diventare periferico? E cosa possono fare le istituzioni, cosa può fare la politica, per fornire risposte concrete a queste sfide? Quali sono le scelte politiche da fare per le terre alte in generale e per la specificità veneta in particolare, nel contesto ancor più specifico del post Olimpiadi invernali, per analizzarne il ritorno non solo dal punto di vista economico, ma in generale da quello più ampio di quella che viene chiamata “legacy”? Nel corso del lavoro svolto in seno al Consiglio regionale, durante la recente approvazione della manovra di bilancio, vi sono stati momenti di condivisione su vari aspetti economici, finanziari, del lavoro e della formazione, per offrire una visione a territori che non possono essere condannati a rimanere fragili, destinati a trasformarsi in un “parco giochi” per soli turisti: si tratta, in realtà, di luoghi dinamici, nei quali si avvertono da un lato la nostalgia, e dall’altro fiducia».
«Un’area periferica non è necessariamente un’area depressa: Belluno, ad esempio, è periferica, ma non depressa – ha ricordato l’autore del libro – perché stiamo parlando di una delle province più industrializzate d’Italia, con un dato di Pil tra i più elevati, come l’indice relativo alla qualità della vita, con un tasso di disoccupazione che rimane entro limiti che potremmo definire “fisiologici”. Questo testo s’inserisce nel quadro più ampio offerto dal libro di Giancarlo Corò e Giulio Buciuni dedicato alle Periferie competitive: lo sviluppo dei territori nell’economia della conoscenza, quelle periferie competitive che consentono di analizzare una tendenza globale, quella che consente di osservare una polarizzazione basata sullo sviluppo di aree urbane che diventano centro (in Italia: Milano, Bologna, la via Emilia) dinanzi alle quali tutto il resto rischia di essere periferico.
Dal punto di vista industriale, in queste periferie persiste una produzione manifatturiera mentre le ulteriori fasi di lavorazione, quelle a più alto valore aggiunto, si spostano verso i grandi centri. Le periferie sono rappresentate dalle aree montane, ma non solo. Quando si parla di montagna si parla della sua specificità, ma la montagna non è un’isola economica e sociale: servono politiche sensibili ai luoghi, dal punto di vista della “cura”, ma la “diagnosi” prevede che i luoghi siano inseriti in un contesto più ampio.
Le politiche devono essere precedute da una visione e vanno abbandonate le narrazioni di comodo: la montagna come parco giochi di un’economia fondata sul turismo, oppure basata su un capitalismo romantico inserito in un contesto in cui la montagna viene considerata sacra, nella quale ad esempio l’acqua non si può usare nemmeno per produrre energia pulita. Queste visioni, queste narrazioni, spesso condizionano le decisioni politiche: serve, quindi, una nuova narrazione e una nuova visione della montagna cui devono seguire nuove politiche.
Tutte le montagne hanno luoghi caratteristici comuni, ma ciascuna ha le proprie specificità. Pensando allo spopolamento, il fattore economico non è l’unico elemento che spinge i giovani ad allontanarsi da una zona come Belluno, dove invece il lavoro c’è. Fino ai primi anni Duemila, le persone lavoravano in fabbrica e il lavoro era fonte di riconoscimento sociale; nel corso del tempo, certi tipi di lavori, come quelli legati all’artigianato e alla cura, hanno perso questa fonte di riconoscimento. La prospettiva di futuro è quella offerta da luoghi diversi rispetto a quelli d’origine.
In questo quadro, la sfida olimpica inizia adesso, dopo la grande visibilità ricevuta dalle nostre montagne: il territorio deve essere attrattivo per i turisti, ma anche per nuovi residenti, se vogliamo affrontare il tema dello spopolamento, che è il vero problema dei nostri territori. Se non riusciamo ad attrarre persone, non riusciamo a tenere in vita i servizi minimi di base. Quindi la parola chiave è attrattività a 360 gradi. Il turismo è un modo per presentare un territorio, ma non solo attraverso gli stereotipi turistici, bensì anche per chi vuole vivere nella modernità, tenendo conto dei cambiamenti climatici. Pubblico e privato saranno decisivi per il futuro dei territori: non pubblico contro privato. Il Novecento, in questo senso, è finito».
«Speranza e fiducia sono parole importanti nel libro di Ferrazzi – ha sottolineato Corò, professore ordinario di economia applicata –. Siamo cresciuti in una fase post-fordista che ha creato prosperità in aree non interessate dalle prime fasi di industrializzazione del Paese: quell’epoca sta finendo. Pensare che Veneto e Nordest possano contare sull’inerzia di un modello è pericoloso. Siamo prossimi al terzo “Industrial Divide”, quello di un’economia basata su fattori intangibili. La conoscenza ha bisogno di reti articolate, di scambi personali e di fiducia.
Il libro di Ferrazzi offre una speranza: la possibilità di una modernità industriale anche per aree periferiche, a patto di profonde trasformazioni. I giovani si spostano verso luoghi che valorizzano le conoscenze: la difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro è il segnale di un’economia che cambia. La sfida è attirare capitale umano e talenti globali, offrendo prospettive di crescita. L’università può giocare un ruolo chiave nell’intercettare questi flussi. La montagna veneta ha carte importanti da giocare sul piano della qualità della vita, anche per riequilibrare il rapporto con il turismo, il cui eccesso può ridurre la complessità economica e industriale».
Presenti in sala anche i consiglieri regionali Alessandro Del Bianco, Silvia Calligaro, Paolo Galeano e Rossella Cendron, nonché Andrea De Bortoli, assessore del Comune di Arsiè, che ha stimolato l’incontro, e il sindaco di Val di Zoldo Camillo De Pellegrin.
La responsabilità editoriale e i contenuti del presente comunicato stampa sono a cura del Consiglio regionale del Veneto.