Università Cattolica di Piacenza: dalla terra al mondo, ecco l’agricoltura che cerca nuove risposte
Connubio tra imprese e università sempre più fondamentale per la Facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali
A CURA DI ALTRIMEDIA
|1 ora fa

Dalla ricerca al campo, dall’università alle imprese agricole. È in questo passaggio che il rapporto tra territorio e mondo accademico trova una delle sue espressioni più concrete. A Piacenza, la collaborazione tra Università Cattolica e sistema produttivo passa anche dalla ricerca applicata: progetti, sperimentazioni e nuove soluzioni che possono tradursi in strumenti utili per chi ogni giorno lavora nella filiera agroalimentare.
Crotti (Terrepadane): «Un grande vantaggio in un periodo di innovazione»

Un esempio è quello di Terrepadane, realtà che da tempo collabora con la facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali su attività di ricerca e innovazione. Per il presidente Marco Crotti, avere un interlocutore scientifico vicino significa soprattutto poter affrontare più rapidamente le sfide che sta attraversando l’agricoltura. «Abbiamo bisogno di trovare soluzioni e risposte reali ai problemi che le imprese agricole si trovano ad affrontare – spiega Crotti – il rapporto con l’università ci permette di confrontarci velocemente, capire quali sono le opportunità e trasferire nella realtà ciò che viene studiato e sperimentato. È un grande vantaggio, soprattutto in una fase in cui l’agricoltura sta attraversando un processo importante di innovazione».
Un’innovazione che, per Terrepadane, deve necessariamente tenere insieme produttività e sostenibilità. La ricerca sui biostimolanti, ad esempio, punta a migliorare l’utilizzo delle risorse e degli elementi nutritivi presenti nel terreno, riducendo gli input e rendendo più efficiente il processo produttivo.
E poi assorbimento della CO2: Terrepadane promuove progetti con la Cattolica e altri partner per applicare tecniche di carbon farming nei campi. «La sfida è coniugare il fare impresa con una maggiore sostenibilità e con un uso sempre più consapevole delle risorse. La ricerca può aiutarci proprio a portare a terra queste innovazioni, trasformandole in strumenti concreti per le aziende. Abbiamo una collaborazione forte anche con i nostri imprenditori – sottolinea Crotti – e su questi temi è importante mettere insieme ricerca, competenze e gestione aziendale».
È una prospettiva che guarda già alle sfide dei prossimi anni. L’agricoltura piacentina, osserva Crotti, ha caratteristiche particolari: «La nostra è un’agricoltura altamente specializzata, ma legata a un territorio preciso e a produzioni che devono confrontarsi con il mercato globale. L’università può diventare un partner strategico per migliorare le performance e la qualità delle aziende e per aiutarle a rispondere alle richieste del mercato».
Tra gli ambiti destinati a crescere ci sono anche la robotica, le nuove tecnologie e la necessità di rendere le filiere sempre più efficienti, mantenendo allo stesso tempo il rispetto delle normative europee e degli obiettivi ambientali. «Dobbiamo innovare, ma farlo in modo compatibile con le regole europee e con una visione di lungo periodo. La ricerca è fondamentale per riuscire a tenere insieme questi elementi». E c’è infine una sfida che riguarda il futuro dell’agricoltura locale: continuare a innovare senza perdere il legame con il territorio, anche in un mercato sempre più globale. «Pensiamo a produzioni come il pomodoro: dietro ci sono un territorio, imprese e competenze che devono essere valorizzati. Per questo è importante mantenere qui la capacità di fare ricerca, sperimentare e innovare. È proprio questo il ruolo che può avere un rapporto forte tra università e imprese».
Una collaborazione che diventa così uno strumento concreto di sviluppo: l’università porta ricerca e competenze, le imprese esigenze e possibilità di sperimentazione. Quando questi mondi dialogano, la conoscenza può trasformarsi in soluzioni e tornare al territorio sotto forma di innovazione.
È qui che le radici piacentine possono diventare un punto di forza anche oltre i confini locali: la ricerca nasce vicino alle imprese, entra nei campi e diventa una risposta alle sfide di un’agricoltura che deve guardare al mondo senza perdere il legame con la propria terra.
Scienze agrarie alimentari e ambientali: un po’ di numeri
- 3 + 4
La facoltà propone 3 corsi di laurea interamente in lingua inglese e 4 percorsi di Double Degree con prestigiose università internazionali.
- 1/3
I docenti della facoltà inseriti tra i World’s Top 2% Scientists, la classifica elaborata dalla Stanford University che individua gli scienziati più influenti a livello mondiale.
- 211
I progetti di ricerca attivi nel 2026, finanziati da UE ed enti pubblici, imprese private ed enti filantropici, su temi strategici come sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e innovazione tecnologica, per un valore complessivo di oltre 30 milioni di euro.
- 69
Le imprese e i soggetti privati coinvolti in attività e progetti di ricerca, che hanno generato quasi 4 milioni di euro di finanziamenti. Una rete di collaborazioni che porta competenze, innovazione e opportunità professionali dentro e fuori dall’aula.
- Le opportunità
E con le imprese lo studente comincia subito a interagire grazie a: incontri con testimonial; business games; stage obbligatorio per la laurea triennale + Stage in azienda legato alla tesi per la laurea magistrale.
Fanzola (Valcolatte): tra aule e aziende, il valore di una formazione vicina al territorio

La vicinanza tra università e territorio si misura anche nella capacità di creare occasioni concrete di incontro con il mondo delle imprese. Non soltanto attraverso tirocini e percorsi formativi, ma anche nella possibilità per le aziende di conoscere da vicino i giovani, valutarne la preparazione e, quando ci sono le condizioni, investire sulle loro competenze.
È il caso di Valcolatte, che ha inserito in azienda un laureato dell’Università Cattolica, trasformando il rapporto con l’ateneo in un’esperienza concreta di inserimento professionale. «Quando selezioniamo un profilo per ambiti come laboratorio, qualità o marketing, diamo per assodate le competenze teoriche. Da un laureato dell’Università Cattolica ci aspettiamo soprattutto concretezza, voglia di fare e un approccio al lavoro strutturato e metodologico. Concretamente abbiamo riscontrato una preparazione rigorosa, un buon metodo e un’ottima capacità relazionale nell’inserirsi nel contesto aziendale», spiega Marco Fanzola, Ceo di Valcolatte.
È proprio questo passaggio, dall’aula al lavoro, a raccontare uno dei possibili valori del legame con il territorio. La formazione universitaria non rimane separata dalle esigenze delle imprese, ma può diventare un primo punto di contatto con realtà produttive che cercano competenze e giovani da inserire nei propri percorsi di crescita. Allo stesso tempo, per gli studenti significa poter misurare quanto appreso durante gli anni di studio con un contesto professionale reale.
Per un’azienda, mantenere questo dialogo aperto significa quindi anche poter intercettare nuove competenze e conoscere con maggiore anticipo i possibili talenti da inserire. «Mantenere un canale diretto con l’Università è fondamentale per un’azienda come la nostra, sia per intercettare giovani di talento sia per acquisire competenze aggiornate. Per Valcolatte questi percorsi non sono un esercizio formale, ma il primo passo di un reale inserimento».
E il rapporto può andare oltre la prima esperienza. Quando preparazione e motivazione incontrano le esigenze dell’impresa, il percorso può trasformarsi in un investimento sul futuro. «Quando individuiamo ragazzi con motivazione e competenze, l’obiettivo è investire su di loro e consolidare il rapporto con un contratto di assunzione, come è già concretamente accaduto». Una dinamica che restituisce un’immagine dell’università come parte integrante del territorio: un luogo dove si formano competenze, ma anche uno spazio capace di dialogare con chi quelle competenze dovrà accoglierle, valorizzarle e farle crescere. Perché la distanza tra aula e impresa, quando il rapporto funziona, può diventare molto più corta.
La studentessa Elena Zanetti: «Studiare a Piacenza, una dimensione ottimale»

Scegliere di studiare a Piacenza, per Elena Zanetti, è stata una decisione legata innanzitutto alla possibilità di costruire un percorso universitario di qualità senza rinunciare a una dimensione più raccolta e vivibile. Piacentina, dopo la laurea triennale alla Cattolica ha scelto di proseguire con la magistrale in Scienze e tecnologie alimentari, continuando così un percorso che le ha permesso di unire formazione teorica, attività pratica ed esperienze sul campo. «Studiare a Piacenza significa avere una qualità della vita molto buona e, allo stesso tempo, poter contare su un’università con corsi a numero più ridotto, dove è più facile essere seguiti e avere un rapporto diretto con i professori».
È proprio la dimensione più contenuta dell’ateneo uno degli aspetti che Elena considera maggiormente positivi. Un rapporto più vicino con i docenti, la possibilità di fare domande, confrontarsi e vivere più da vicino le attività didattiche diventano parte integrante dell’esperienza universitaria. E non si tratta soltanto di lezioni: nei corsi legati alle Scienze e tecnologie alimentari, infatti, una parte importante della formazione passa dal laboratorio e dal lavoro di gruppo. «Avere la possibilità di fare esperienze dirette, lavorare in laboratorio e confrontarsi con gli altri arricchisce molto il percorso. È una formazione che non rimane soltanto teorica, ma permette di mettere concretamente alla prova quello che si studia».
A questo si aggiungono le opportunità di stage e le esperienze fuori dall’aula. Un aspetto che Elena ha potuto approfondire anche durante il suo primo anno di magistrale, con un viaggio di studio in Europa, in Belgio, vissuto come un’occasione per conoscere realtà diverse, visitare aziende e confrontarsi con altri modi di lavorare. «È stato molto bello poter scegliere anche i luoghi da visitare e vedere direttamente alcune realtà legate al settore alimentare. Sono esperienze che l’università offre e che permettono di capire meglio quanto può essere ampio il mondo professionale verso cui ci si sta preparando».
Il futuro è dietro l’angolo e Elena sta iniziando a delineare anche la direzione che vorrebbe prendere al termine del suo ciclo magistrale: «Mi piacerebbe continuare a fare esperienza in laboratorio e approfondire il settore della qualità alimentare, con particolare interesse per l’ambito microbiologico, partendo dal controllo della filiera e dalle prime fasi della ricerca. È un campo che sto conoscendo e scoprendo proprio attraverso queste esperienze». Per Elena, insomma, il valore di studiare a Piacenza sta anche nella possibilità di vivere un’università dove la formazione può trasformarsi in esperienza concreta.
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